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sabato 17 luglio 2010

La vita è un dono?


Quando sento fare l’affermazione del titolo, mi prende l’orticaria. Eh si, perché almeno io ho avuto il buon senso di metterla in forma di domanda, mentre quelli che l’affermano categoricamente, cioè affermano che la vita è un dono, ne sono proprio convinti, o almeno lo dicono perché è la cosa più vicina a una convinzione che hanno.
Ma la vita non è affatto un dono. La vita è un accidente. Capita. Ti ritrovi in vita senza averlo mai chiesto o desiderato, e quando finisce l’epoca in cui non comprendi bene le cose e comincia quella in cui le comprendi, ti accorgi di quanto tutte le belle frasi che si dicono, sulla dignità della vita, sulla sua unicità, sui diritti universali, sulla democrazia, sulla giustizia, sul bene che trionfa, ebbene sono solo retorica, gonfia e vuota retorica.
Per convincersene basterebbe sfogliare i giornali di un giorno qualsiasi oppure avere la volontà di studiarsi qualche manuale di storia contemporanea oppure ancora, per i più nostalgici, di storia antica.
Per esempio, se uno volesse guardare quale evento è  più caratteristico di ogni singolo periodo storico vi troverebbe la morte, non quella causata dall’invecchiamento, quella naturale, destino  che tocca  immancabilmente a ogni nato, no non quella ma quella causata da altri uomini o da eventi  naturali, che interrompe il percorso prima del tempo.
Se uno volesse ben guardare, anche la morte per mano di un altro uomo (conspecifico) è un fenomeno naturale, nel senso che è quello che succede agli altri animali in natura, non a tutti, ma per esempio succede agli scimpanzé (Pan troglodytes) che organizzano spedizioni per uccidere membri di un altro gruppo, ai leoni (Panthera leo) che quando subentrano a un maschio dominante uccidono tutti i cuccioli oppure agli ippopotami (Hippopotamus amphibius) verso maschi semi-adulti o verso i piccoli di una femmina che non fa parte del proprio harem. La lista è lunga ma, in linea generale, non giustifica la scientificità che ha adottato l’uomo nell’eliminare altri membri della sua stessa specie.

Basta osservare l’entità e la numerosità dei conflitti sorti da quando l’uomo ha iniziato a esistere come specie (Homo sapiens) o meglio, da quando ha cominciato a tenerne traccia sotto forma di relazione scritta, fino a oggi, per farsi un’idea della lunga lista di cadaveri di cui è costellata la sua storia. Per non parlare poi degli eventi naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami, inondazioni e fulmini, o anche quelle morti causate da animali domestici e  selvaggi e da piante velenose o infine dalla carestia e dalle malattie.

Citando un lavoro di Joseph V. O'Brien, la pagina di Wikipedia sulle vittime della seconda guerra mondiale riporta una cifra superiore ai 71 milioni, come risultato delle morti imputabili al conflitto, tra civili e militari e tra gli Alleati e le forze dell’Asse.
A questo computo sono da aggiungere quelli del cosiddetto Olocausto che se vede negli ebrei i maggiori rappresentati non ne sono però gli unici, accompagnati da altre etnie o confessioni, come i Rom, gli omosessuali, i comunisti, i sovietici, i polacchi, i Testimoni di Geova,  i malati di mente e così via, insieme che, secondo la voce Olocausto di Wikipedia porterebbe a una cifra totale tra i 10 e i 14 milioni di vittime civili delle persecuzioni razziali naziste.

Ma non è finita qui. Un altro totalitarismo ha causato un numero elevatissimo di vittime. Si tratta del comunismo. Ancora una voce di Wikipedia, basata su un libro famoso e controverso, Il libro nero del comunismo, di Stéphane Courtois edito da Mondadori (1998). Nell’Unione Sovietica i morti imputabili al comunismo sono stati 20 milioni, ma molti di più quelli in Cina, 65 milioni, cui segue una lista di altre nazioni orientali e anche africane ciascuna con circa 1 o 2 milioni di vittime, fino a arrivare a circa 95 milioni di cadaveri.
Nel tentativo di contestare l’ipotesi che i 65 milioni di morti cinesi siano da imputare tutti al regime comunista, e non anche alla carestia, Noam Chomsky fornisce un paragone: dal 1947 in avanti in India ci sono stati qualcosa come 100 milioni di morti, probabilmente la maggior parte dovuti a carestie, e sarebbe superficiale imputarli alla forma di governo presente, la democrazia.
Sia come sia, nel nostro macabro conteggio, sono altri 100 milioni di vite che se ne vanno al Creatore prima del tempo. Ma non è unicamente questo viaggio di sola andata  anticipato, è anche tutto quello che sta intorno. Queste morti e quelle che vedremo dopo non sono solo un  privare della vita, sono anche un ferire e insultare, un torturare e un violentare.
Le vittime di questi eccidi non se ne sono andate tutte in maniera veloce e indolore ma lenta e dolorosa, almeno buona parte. Non sono rimaste uccise da bombe o da un colpo alla testa, ma sono stati torturati e affamati, umiliati e offesi, per citare Dostoevskij, privati della dignità oltre che della vita.
Quella dignità che viene tanto sbandierata, ma non ci appartiene come specie, è solo una costruzione retorica, una formula, alla quale nemmeno i più veementi sbandieratori sembrano credere fino in fondo, come per esempio i casi emersi di recente (ma forse conosciuti da sempre) di preti pedofili.
Una delle risposte più frequenti a questa osservazione, che esistono cioè preti pedofili che violentano, in qualche modo, due volte, una volta le giovani vite e un’altra volta tutti coloro che credono, intensamente, in ciò che dovrebbe guidare il prete, il suo essere e il suo agire, è quella che non solo all’interno della chiesa sono presenti simili deviazioni del comportamento sessuale.  Se ciò è giustificabile dal punto di vista umano, nel senso che all’interno di un numero sufficientemente ampio di individui sono rappresentati in proporzione tutti i tipi comportamentali, lo è meno dal punto di vista della filosofia che regge la dottrina cristiana. In chi pretende un luogo extra legem del quale avere l’autorità assoluta e essendo basato questo luogo sulla non-violenza, all’interno di quel sistema concettuale che lo sostiene non è possibile portare come scusante la relativamente ampia diffusione delle parafilie. Ma ne parleremo per esteso più avanti.
È l’antica pretesa dell’assoluto, specie in chi dichiara di essere guidato niente meno che da Dio, dall’Entità più alta in grado e apparentemente guidata da un Amore che scrivo con la maiuscola perché comprende tutti, vittime e carnefici.



Slavoj Zizek, filosofo e psicoanalista sloveno, nel suo libro La violenza invisibile, considera il tema, opposto a quanto affermato da Adorno che dopo Auschwitz la poesia è impossibile, che piuttosto la prosa è impossibile, dopo ogni nostra Auschwitz, giacchè è la prosa, molto più della poesia, che richiede razionalità, lucidità, pensiero fermo, tutte caratteristiche maggiormente incompatibili con la situazione fortemente emotiva che si prova dopo una violenza. E allora vale ciò che diceva Wallace Stevens dell’arte, una descrizione senza luogo.
A questa prima violenza sfacciata e evidente, egli ne oppone una seconda, invisibile appunto, quella del sistema economico capitalistico del mondo occidentale, sommerso e invischiato con il potere, in grado di influire in maniera sotterranea sul nostro agire, e ancora, quella delle correnti di pensiero “politicamente corrette” e di ogni altra ideologia totalitaria e umanitaria, che platealmente si manifesta, in virtù del suo portato universale, e con ciò stesso mina e distrugge ogni sommesso tentativo di revisione o critica.
Un mondo pieno di violenza, dunque. E non solo cagionata da altri uomini, come abbiamo visto, sia nel far male che nel far bene, ma anche dalla natura stessa.

Peduzzi (Peduzzi et alii 2009) ha pubblicato sulla rivista open access Natural Hazards and Earth System Sciences, un report per la UNPD (United Nations Development Programme) dal titolo Assessing global exposure and vulnerability towards natural hazards: the Disaster Risk Index (Valutazione dell’esposizione globale e vulnerabilità nei confronti dei pericoli naturali: l’Indice del Rischio di Calamità). Il lavoro cerca di stabilire un modello dei fattori che influenzano la perdita di vite umane nelle catastrofi naturali nel periodo 1980-2000. E non stranamente risulta che il maggior rischio di perdite umane è collegato al livello di sviluppo generale e alla qualità dell’ambiente.
Sono state elaborate, per ogni paese, delle classi di DRI (Disaster Risk Index) tenendo conto delle morti assolute (killed per year) e quelle relative (killed per year come percentuale dell’intera popolazione). Nella fig. 3 si vedono le sette classi di DRI in cui sono stati suddivisi i vari paesi sottoposti a analisi (N=215). Nella fig. 4 la mappa della distribuzione del DRI.




(tratto da Peduzzi et alii 2009)




(tratto da Peduzzi et alii 2009)


Infine, nella fig. 5, la top 25 dei paesi con i morti per milione e quelli per anno.


(tratto da Peduzzi et alii 2009)

Insomma, si potrebbe continuare ancora, prendendo in considerazione le morti per malattie epidemiche, come la dissenteria, la malaria o quelle dovute alla malnutrizione.

Oltre alla morte però, esistono anche altre situazioni che possiamo definire sgradevoli, che sono il risultato di piccole o grandi violenze, dalle torture al mobbing, dalle ingiustizie pubbliche a quelle private.
Questi e altri fattori convergono insieme a formare una sorta di indice della felicità, che non dovrebbe solo essere legata al benessere economico o alla salute, ma dovrebbe rappresentare l’insieme di tanti fattori, tra i quali, che so, efficienza dello Stato, trattamento del cittadino da parte dei vari organismi pubblici, grado di istruzione generale, senso civico (dal quale discende anche il rispetto per il prossimo) e così via. Qualcuno ha provato a mettere insieme questi indici per creare un Indice della Felicità del Pianeta. Che ne è venuto fuori?




Fig. 6  Aspettativa di vita  (Tratto da Happy Planet Index 2.0 – Report 2009)






Fig. 7 Grado di soddisfazione della propria vita (Tratto da Happy Planet Index 2.0 – Report 2009)



Ma non è solo sui grandi numeri, sulla cosiddetta macrostoria che si basa l’idea che la vita non sia per niente un dono, è anche sui piccoli numeri e sulla microstoria di blochiana memoria. Vi siete mai soffermati a guardare la vita degli altri mentre scorre? Avete mai fatto caso agli altri, non solo per evitarli o ingannarli, ma anche per rispettarli, non solo a parole?
Si comincia con la tenera età infantile. I bambini sono crudeli, si sa.  Forse, nel passaggio dall’asilo alla scuola elementare succede qualcosa, si accentua l’indipendenza e quello che normalmente all’asilo è un gruppo eterogeneo in cui l’interazione con l’altro è su base empatica e ha durata limitata, nella scuola elementare diventa formazione di gruppi, con alcuni soggetti che diventano leader, solitamente basati sulla formazione di squadre di calcio. In pratica si formano mini-compagnie che si punzecchiano tra loro, siccome però non sono mai sufficientemente forti da imporsi stabilmente gli uni  sugli altri  rivolgono la loro aggressività a quegli individui isolati, per la maggior parte disabili. Ovvio che questo non appartiene in forma evidente alle prime classi, ma direi che si formano comunque le basi. È quello che genericamente viene definito fenomeno del bullismo, che fino a poco tempo fa sembrava senza importanza mentre adesso se ne scopre la fondamentale portata.
Soprattutto se si dà retta agli episodi di cronaca recenti, con annesse riprese video postate su YouTube, che parlano di una mancanza di sensibilità per chi è portatore di una diversità, sia fisica che psichica, e quindi può essere aggredito senza timore perché è più debole. Si ritrova la stessa strategia che applicano gli scimpanzé (Pan troglodytes) nelle loro razzie o nelle scalate al potere, sempre deve esserci in una battaglia una disparità di forze in campo, altrimenti non si dà inizio all’aggressione.
Non è qui che voglio sviluppare l’argomento, ma sempre gli assembramenti di umani danno luogo a fenomeni di riassestamento delle gerarchie, specie se questi assembramenti non sono estemporanei ma durevoli. Questo fenomeno del riassestamento si conduce in maniera quasi sempre violenta, sia fisica che verbale. La società umana possiede vari livelli che molto spesso non si intersecano tra loro. Così vedere due ragazzini che si accapigliano induce quasi una forma di tenerezza nell’adulto, che non giudica importanti quelle baruffe. Ma così non è per i protagonisti, specialmente per chi è vittima.
In più, l’infanzia e la giovinezza sono vittime, ovviamente (sembrava impossibile il contrario) anche degli adulti, sotto forma di maltrattamenti, sfruttamento, violenza sessuale, pure in quei luoghi dove sembrerebbero essere più al sicuro dai malintenzionati.
L’elenco delle avversità generate da umani su altri umani non termina qui ma continua a tutte le età e in tutti gli strati sociali. Ma non solo si assiste a questi atteggiamenti di intolleranza nei confronti degli altri in maniera diretta, ma anche in maniera indiretta.
La trascuratezza e il vandalismo nei confronti dell’ambiente in cui si vive sono un drammatico esempio di questo modo indiretto di nuocere. La prassi di svuotare i posacenere delle auto in strada o di gettare dal finestrino tanti piccoli incarti, l’indifferenza nel distruggere un bene pubblico o nello sporcare senza pulire (come le deiezioni canine), la caparbietà nel pretendere tutto per sé disinteressandosi degli altri, come accade quando ci sono offerte speciali, oppure ancora la tendenza a fare rumore musica a alto volume o a fare chiasso anche nelle ore notturne, questi e similari comportamenti rappresentano un buon indice del livello di civismo di un popolo, di una comunità di umani. Se mancassero improvvisamente i controlli, sì come facilmente accade che se uno ne ha l’opportunità, compie un piccolo furto, diventeremmo all’istante tutti delinquenti, daremmo fondo al nostro atavico istinto dimenticandoci ogni regola e la famosa “morale”?
La cosa non è così incredibile come possiamo immaginare. Alcuni antipasti di quello che accadrebbe sono per esempio i grandi assembramenti sportivi legati al calcio o quelli relativi agli eventi del G8, in cui frange di facinorosi sfruttano la difficoltà di controllare un così elevato numero di persone per agire senza freni. Anche situazioni di pericolo possono trasformarsi in un abbandono delle caratteristiche che si vogliono farci umani, come può accadere in caso di incendio in un luogo pubblico chiuso e così via.
(continua)

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