lunedì 27 dicembre 2010

La paura dell'ignoto

Si sa che una delle cose che fanno più paura è l'ignoto
Quando noi, serenamente, diciamo: preferisco non sapere, rispetto a certe cose del nostro futuro che in maniera realistica o irrealistica alcuni potrebbero svelarci, noi stiamo in realtà mentendo. Quello che rimane, dopo aver rimosso la parte che non vorremmo sapere, è comunque ben conosciuto. Sappiamo chi siamo, dove stiamo e con chi, che giorno e che  anno è, la stagione, approssimativamente l'ora e, in modo ancora più approssimato, ciò che vogliamo.
Se ne deduce, da questo, che noi, mai in nessun momento della nostra vita, abbiamo a che fare con l'ignoto. O meglio, diciamo nella nostra vita media.
Perchè a volte, pure noi potremmo avere a che fare con l'ignoto.
Noi, in realtà, vogliamo sempre sapere, e obiettivamente sappiamo, tutto quello che ci serve per non farci soffocare dall'angoscia dell'ignoto. Si potrebbe anche affermare che l'ignoto è sempre in agguato, lì a portata di mano, ma che solo quando interseca i nostri pensieri diventa evidente.
La paura della solitudine, per esempio, è una tipica manifestazione della paura dell'ignoto. La nostra vita è troppo piena di altre persone per poterne fare a meno. L'angoscia che provoca la paura di rimanere soli è una manifestazione dell'impossibilità di conoscere, genericamente (proprio come ci accade con la vita di tutti i giorni, in cui sappiamo sempre chi siamo ecc.) il mondo al di là della solitudine. E' una parte che non riusciamo a ricostruire. Noi ricostruiamo il nostro ruolo dentro alla famiglia, alla società, il nostro atteggiamento sociale e culturale: in pratica, noi costruiamo un Sè composto di tante piccole parti, le quali hanno bisogno di sapere in anticipo cosa avverrà nel futuro prossimo. Se non è possibile anticipare ecco che si presenta l'angoscia, la paura dell'ignoto, un qualcosa di angosciante anche se indefinito, un'ansia senza nome.
Noi vogliamo sempre sapere, almeno tutto quello che ci consente di non provare angoscia. Nessuno vuole sapere se si ammalerà gravemente ma tutti vogliono sapere che domani staranno bene. I due tipi di conoscenza si eliminano a vicenda: sapere, intendo sapere interiormente, che stiamo bene, significa avere una certezza sul futuro, un'identità. Paradossalmente anche sapere di stare male è meglio di non sapere come si starà. 
La cosa non è di facile comprensione. Noi possiamo soltanto sperimentare l'assenza di questa nostra anticipazione ricostruttiva, e non la sua presenza. L'assenza è quando ci prende l'angoscia per qualcosa che è incerto e ignoto. Quello è il miglior esempio di quella cosa che chiamo anticipazione ricostruttiva del nostro futuro prossimo. E', letteralmente, un non sapere dove mettere i piedi -o le mani- del nostro futuro.

6 commenti:

  1. Un bellissimo momento di riflessione, su di una "sensazione" che, credo, abbia sfiorato prima o poi tutti.
    " L'ignoto è sempre in aguato...", ma credo, o almeno vorrei, che fossero i nostri pensieri ad intersecare la sua strada e non viceversa; mi piace l'idea di avere pensieri "attivi" che quell'ignoto lo cercano, o almeno una parte di esso, almeno quella parte nota ad altri e non ancora a me.
    Se poi trovo qualcosa che mi fa paura, conoscendola, posso almeno provare ad affrontarla.
    Complimenti ancora per l'articolo.

    Un salutone
    Marco

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  2. Ho capito cosa intendi Marco: tu pensi alla ricerca delle leggi di natura, alla spiegazione dei fenomeni naturali. Quel genere di ignoto, che significa anche sconosciuto, è ovviamente ricercato in modo attivo da alcuni, da coloro che cercano le "spiegazioni" e di solito non fa paura. Questo ignoto invece non riguarda le cose scientifiche da conoscere, non è questione di erudizione ma di punti di riferimento: tutti quanti ne abbiamo e ci servono appunto per non subire quella sensazione. Questi punti di riferimento sono la consapevolezza di noi stessi, all'interno della nostra famiglia, all'interno del nostro quartiere, del nostro Paese, di questa Terra e così via. Queste sono tutte certezze che contribuiscono al mantenimento del nostro sè.Quando qualcuna viene meno, ecco che noi abbiamo un momento di incertezza, ci mancano i riferimenti abituali e viviamo questa sensazione di "assenza" e angoscia.
    Grazie del tuo commento Marco, migliori ogni volta, o dove vuoi arrivare?

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  3. Proprio così; i miei pensieri "attivi" sono quelli che cercano le spiegazioni.

    Probabilmente quell'ignoto di cui parli, quello che fa paura, io ancora non l'ho incontrato e se ho ben capito, questo grazie, sicuramente, ai miei ottimi "riferimenti" che mi sostengono e mi danno sicurezza. Posso quindi ritenermi fortunato, per il momento; immagino che comunque, prima o poi, toccherà anche a me provare quella sensazione di "assenza ed angoscia"... Ci si può in qualche modo preparare ad affrontarla? O è una di quelle tappe che bisogna attraversare e poi... poi si vedrà?

    Dove voglio arrivare ancora non lo so; so soltanto che non voglio restare fermo
    Un salutone
    Marco

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  4. Non c'è un'età per provarlo o non provarlo, il timore dell'ignoto, ma c'è sicuramente qualcosa che uno può fare prima, cioè strutturare il proprio sè, avere delle certezze e dei punti di riferimento saldi. C'è però un rovescio: se questi riferimenti cedono, si è preda dell'angoscia in maniera ancora più intensa. Una buona strategia è averne sempre parecchi. Ma poi, come si dice, non sono cose da parlarsi con un giovanotto che ha tutta la bellezza della vita davanti...

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  5. Indagare, conoscere, non può che aggravare certe paure, che sono e rimangono puramente irrazionali; per dirla con Otello: " Quando non sapevo ero felice".

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