E', a suo modo, deflagrante la sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani che, seppure non definitiva, impone una seria riflessione sulla legislazione in tema di interruzione di gravidanza e procreazione assistita. Il tema dell'interruzione volontaria di gravidanza appassiona da sempre e, in tutta sincerità, è difficile accettare in pieno le tesi di una parte senza trovare della ragionevolezza anche in quelle opposte.
Sta di fatto che, come ribadito dalla Corte, solo tre paesi su 47 del Consiglio d'Europa, cioè Italia, Austria e Svizzera, non consentono lo screening per la diagnosi preimpianto nel caso di fecondazione assistita. La vicenda, nello specifico, riguardava una coppia italiana che dopo una prima gravidanza con nascituro affetto da
fibrosi cistica si sono scoperti entrambi portatori sani della malattia. Dopo una seconda gravidanza interrotta perchè il feto era ugualmente affetto dalla malattia, non volendo ricorrere ogni volta all'aborto terapeutico, richiedevano una diagnosi preimpianto dell'embrione fecondato. Questa metodica è però espressamente vietata dalla
legge 19 febbraio 2004 n. 40, da qui il ricorso alla Corte Europea.