Potrebbe anche capitare, a chi investiga argomenti di elevata complessità, di arrivare a un punto in cui, scoperto il presunto funzionamento, esso si dimostra così dissimile da quello che abitualmente sperimentiamo da non ottenere lo sperato effetto di sorpresa e ammirazione.
È questo il caso di chi studia il cervello e il suo funzionamento. Si potrebbe pervenire a un punto in cui si chiariscono i meccanismi di azione della mente ma, data l’elevata individualità dei modi in cui può funzionare, rimanere comunque ciechi alla spiegazione, non godendola appieno, un po’ come succede all’alessitimico.
L’alessitimia è un disturbo della competenza emotiva.
È associata a diverse altre patologie e disturbi psichici e si manifesta con una freddezza emotiva, incapacità di comprendere sia le proprie che le altrui emozioni e stati d’animo, tendenza alla stereotipia, attaccamento eccessivo e così via. È presente una generale incapacità di comprendere quello che si prova, ma questo non impedisce di avere emozioni, come dire, innominate, che generano, nel soggetto, solo confusione.
Nella risposta alla domanda di Annarita sul posto occupato e sul ruolo dell’alessitimia nel tentativo di spiegazione di cosa sia un’emozione ponevo l’accento su una distinzione per me fondamentale: classicamente si intende l’alessitimia come un disturbo della verbalizzazione o simbolizzazione delle emozioni, ma meglio si dovrebbe dire della loro localizzazione spaziale. Il linguaggio verbale non può nascondere la sua derivazione fisica, il suo riferimento, pur se con strumenti astratti, alle cose reali e concrete. Discende da questa constatazione che, esaurito il numero di emozioni gestibili dal corpo fisico, si comincia a utilizzare la mente con la mediazione del linguaggio verbale.
Ma questo è fuorviante. Non è tanto il linguaggio in sé a generare l’emozione relativa, senza il quale non se ne avrebbe cognizione, ma la capacità del linguaggio verbale (come è anche di quello motorio e corporeo) di dare corpo e sostanza (cioè di collocare in uno spazio che si può agire) all’emozione, in modo che l’individuo sappia come comportarsi (in questo aiutato dall’esperienza).
In realtà l’alessitimico è sia incapace di provare emozioni che di provarne in modo confuso, senza saperle descrivere, senza sapere di quale emozione si tratta, anche se spesso è di tipo disforico. La mia spiegazione riguarda dunque la difficoltà di collocare l’emozione in uno spazio dal quale possa essere agita. Resta il problema di definire come possiamo accorgerci che è presente un’emozione quando non siamo in grado di collocarla: se possiamo collocarla in uno spazio dobbiamo esserne competenti, altrimenti no, mentre osserviamo che l’alessitimico prova emozioni ma non riesce a definirle, spesso, al di là di semplicissime definizioni.
Questo ha a che fare con un affinamento del concetto di emozione e con la definizione di meccanismi multipli di azione (non può averne uno solo, sarebbe troppo semplice e poco propenso alla complessità).