Adesso non dobbiamo immaginare che le canzoni di oggi sembrino dei requiem. La ricerca di cui voglio parlarvi mirava a rilevare due caratteristiche precise della musica, tempo e tonalità, che sono in relazione con percezione del tipo di emozione e induzione di un'emozione. Le due emozioni di cui si parla sono felicità e tristezza.
Questa relazione tra tempo e tonalità ed emozioni è stata trovata e sottolineata da alcune ricerche. Ne cito una per tutte: Hunter et al. 2010 (per altri lavori si consulti la bibliografia nell'articolo). Nel lavoro si dimostra che
Happiness ratings were elevated for fast-tempo and major-key stimuli, sadness ratings were elevated for slow-tempo and minor-key stimuli, and mixed emotional responses (higher happiness and sadness ratings) were elevated for music with mixed cues to happiness and sadness (fast-minor or slow-major).
Avevo pensato all'emozione come a una motivazione [Bradley 2000, 2001] . Le emozioni creano una motivazione o forse semplicemente attivano un processo. Agiscono da sole? O hanno bisogno di un input esterno?
In realtà le emozioni (soprattutto quelle primarie), che sono strettamente correlate alla presenza di determinati neurotrasmettitori, presentano dei cicli che in qualche caso sono indipendenti dall'ambiente. Si pensi, per esempio, al ciclo veglia-sonno in cui, seppure la presenza o assenza di luce gioca un ruolo fondamentale, l'esecuzione del ciclo ne è virtualmente indipendente (si pensi a tutti i luoghi in cui si vive reclusi: in una grotta per un esperimento, in un sottomarino, luoghi in cui il ciclo comunque si compie).
Dopo di che ho pensato che non solo ci tiranneggiano nel costringerci a fare qualcosa ma ci tiranneggiano anche quando, non riuscendo a fare qualcosa, ci fanno sentire frustrati.
Impedire un'azione qualsiasi a qualcuno, umano o animale, genera quasi sempre frustrazione. Questa frustrazione è proporzionale (non so se direttamente o esponenzialmente) all'intensità dell'emozione che muoveva all'azione.
Mi spiego: più siamo motivati ad agire (per fame, desiderio sessuale, rabbia) più è frustrante l'intervento che impedisce di agire.
La frustrazione ha il compito di rafforzare o mantenere la motivazione?
source wps.prenhall.com
Se noi potessimo esportare il linguaggio emotivo da un animale qualsiasi su un robot, per esempio, potremmo ottenerne un comportamento simile a quello di un animale, pur se basato sulla sua struttura di robot?
Per esempio: una lesione dell'amigdala nei gatti provoca due generi di comportamenti, a seconda della porzione lesionata [Zagrodzka et al. 1983]. La lesione della parte dorsale dell'amigdala inibisce il comportamento predatorio in situazione sociale (e gli fa perdere il posto nella gerarchia) ma non in quella non-sociale, mentre la lesione dell'amigdala mediale provoca inibizione di entrambi i comportamenti predatori.
Una lesione dell'amigdala nelle scimmie rhesus rende il loro sonno sopra una sedia di restrizione (alla quale sono adattate) meno interrotto rispetto ai controlli non lesionati [Benca et al. 2000] , a dimostrazione di come l'amigdala abbia anche un ruolo di regolazione del riposo e di mediazione della risposta emotiva o stressoria durante il sonno.
(Mi rendo conto perfettamente della crudeltà di questi due esperimenti).
E' possibile riconoscere, pur nelle differenze tra specie, delle caratteristiche comuni di funzionamento al sistema emotivo di gatti e scimmie che costituiscono l'impronta del meccanismo emotivo?
rodent basal ganglia and amygdala - source brain mind
La frustrazione è una routine secondaria, che interviene quando una routine primaria fallisce o è impedita. Immaginiamo due maschi che si sfidano per la gerarchia: appena si vedono si attiva una intensa risposta di aggressione che spinge ad attaccare; l'esito dell'attacco è responsabile della prosecuzione della risposta, se cioè deve continuare la risposta aggressiva o si attiva la risposta di sottomissione. La sottomissione impedisce all'individuo di perdurare nel comportamento che potrebbe condurre alla morte, la frustrazione mantiene attiva la motivazione a quel comportamento, come un fuoco che cova sotto la cenere.
source animalfreedom
La frustrazione serve dunque a mantenere desta la motivazione, è un segnale che le cose non stanno andando come dovrebbero, è un processo attivo che avverte che quel comportamento frustrato non deve essere abbandonato del tutto.
Quando però la situazione da fronteggiare non è costituita da un evento potenzialmente mortale o comunque nocivo, qual è il ruolo della frustrazione? Cioè, in tutti quei casi in cui non si è in pericolo di vita, la frustrazione è come un inutile orpello che diventa, momentaneamente, anche un handicap?
Si immagini, ad esempio, la frustrazione conseguente una mancata promozione. Se il soggetto la cui carriera fosse bloccata momentaneamente desse sfogo alla sua aggressività sul responsabile o abbandonasse completamente l'idea di fare carriera, probabilmente pregiudicherebbe per sempre i possibili sviluppi futuri. La frustrazione (involontaria) che sopravviene in seguito alla delusione, lo protegge da possibili perdite di motivazione, mantenendo desta un briciolo di volontà. La frustrazione, in questo caso, come anche nei casi sopra riportati, è un evento al quale il soggetto in quanto corpo emotivo non può opporsi e che ha una funzione adattiva.
Possiamo dire che la frustrazione interviene sempre quando un processo viene bloccato? Che questo processo sia lo stabilire la gerarchia tra due maschi (processo che richiede l'uso della violenza) o che sia il fantasticare sugli sviluppi della propria carriera (che richiede la cognizione), sempre c'è un evento frustrante che blocca il procedimento e causa la frustrazione.
Possiamo vedere la frustrazione come un tentativo di mantenere la motivazione in corso d'opera. Evidentemente, affinchè si realizzi un processo, cioè affinchè un soggetto perduri nella sua motivazione ad agire, è necessario che questa motivazione/emozione sia totalizzante, lo prenda tutto, e che si mantenga finchè non si è raggiunto l'obiettivo o finchè non interviene un evento che può modificare motivazione: a quel punto, ci si oppone a quella modifica della motivazione appunto con la frustrazione.
Qual è il ruolo della cognizione durante la frustrazione? O, per meglio dire, siccome la cognizione interviene comunque, in quali modi lo può fare? O rinforzare l'aspetto frustrante (rimuginazione o ruminazione) oppure superarlo (distrazione o confabulazione).
Per gli umani non è quasi mai possibile fare a meno di intervenire cognitivamente sugli eventi della vita. Ecco che la cognizione può avere il duplice effetto di aumentare o diminuire l'aspetto positivo della frustrazione. Ma se non intervenisse, se lasciasse la frustrazione a se stessa, che fine farebbe?
Una delle possibili risposte a episodi frustranti duraturi è la depressione, e la perdita di motivazione. Una delle possibili conseguenze di questi stati è il suicidio. E' difficile osservare il suicidio negli animali in natura, nel senso che non è facile osservarlo sul campo, forse anche perchè raro. Meno raro è il suicidio negli animali in cattività: sia in condizioni di super affollamento che in situazioni di improvvisa mancanza affettiva, come per esempio accade ai cani che si lasciano morire d'inedia alla morte del loro padrone [Preti 2005].
Mi sembrava un buon esempio dell'estremizzazione della frustrazione: in quei casi in cui gli eventi (nel caso di cani e altri animali domestici un evento come la morte del padrone) non sono più ripristinabili, cioè in cui la modifica comportamentale indotta dalla frustrazione non è nel senso di mantenere desta la motivazione, si perdono le motivazioni ad agire, anche quelle portate dalle emozioni primarie. Questo è forse dovuto al fatto che il rapporto uomo animale viene a costituire per l'animale un rapporto totalizzante, mancando il quale vengono meno tutte le motivazioni, non essendoci altro a cui l'animale può tendere.
E' da notare, però, che il lasciarsi morire per inedia dei cani che hanno perso il padrone potrebbe dipendere anche dal fatto che questi cani accettavano il cibo solo dal proprietario.
Rispetto a quello che avviene negli animali, mi sembra che il suicidio tra gli umani come conseguenza di eventi eccessivamente frustranti, in alcuni casi possa vedersi come l'ultima azione attiva del soggetto, in un mondo che si vede ormai come totalmente privo di possibilità di intervenire. Mentre nell'animale subentra uno stato depressivo prima di lasciarsi morire nell'umano, in seguito all'intervento della cognizione, una categoria di suicidi è rappresentata dall'esecuzione dell'ultimo gesto attivo possibile che toglie, letteralmente, dall'impasse dell'inazione.
(Non ho evidentemente considerato i casi di animali marini spiaggiati, in cui la causa del presunto suicidio è da ricercarsi probabilmente in errori percettivi e di orientamento).
Per ora termino qui, però l'ultimo argomento è da riprendere.
M Bradley, Emotion and motivation, in J. Cacioppo, L. Tassinary, G. Berntson (eds), Handbook of Psychophysiology, 2nd ed. Cambridge University Press 2000
Mi ha sempre interessato sapere, per esempio, perchè ci piacciono musica e poesia, e anche perchè la prima può evocare emozioni in maniera più accentuata di quanto fa la seconda, anche se entrambe sono in grado di farci provare delle intense sensazioni.
Un'altra considerazione cattura la mia attenzione: solitamente, quando siamo emotivamente coinvolti, cioè quando siamo in una situazione emotivamente connotata, abbiamo più difficoltà ad esprimerci fluentemente di quando siamo invece tranquilli e rilassati. Vi è una sorta di interferenza dell'affettività sulla produzione verbale, quasi come se lo stato in cui ci troviamo, poniamo uno stato emotivo, avesse bisogno di manifestarsi, facendolo nell'unico modo che conosce, e questo modo interferisse con la normale attività verbale.
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La vocalizzazione. Non è una novità che si ritengano i suoni non verbali come possibili precursori della parola: mugolii, grugniti, suoni onomatopeici, sono tutte vocalizzazioni che nell'uomo precedono lo sviluppo del linguaggio verbale ma che nell'animale costituiscono il normale linguaggio di relazione.
A una prima osservazione noto che la vocalizzazione, rispetto al linguaggio verbale, esprime una maggiore intensità, a scapito però della finezza dell'informazione. E' una cosa che possiamo notare anche noi: ci sono certe situazioni, molto connotate dal punto di vista affettivo, che troviamo difficile tradurre in parole. Però, in quegli stessi momenti, non è difficile per noi lasciarci andare ad un vocalizzo, ad un'emissione sonora che accompagna la sensazione, quasi ne fa parte, quasi come se per provare compiutamente l'emozione, per dire di averla veramente vissuta, dovessimo vocalizzarla.
E in realtà non è nemmeno difficile immaginare perchè: troppo importante dal punto di vista filogenetico per qualsiasi specie agire la comunicazione, nel senso appunto di comunicare, perchè comunicare l'emozione è viverla ma è anche un segnale. E' pur vero che a volte sarebbe meglio nascondere le proprie emozioni, ma ritengo che il sistema adottato dagli animali sia piuttosto vincolante: allo scopo di non sottrarre a un individuo la possibilità di reagire a una situazione pericolosa o vantaggiosa, l'attivazione emotiva (arousal) è fondamentale. Probabilmente su questo stesso circuito s'innesta la comunicazione affettiva, che è ugualmente necessaria sia nella vita di relazione, all'interno della comunità o nei confronti dell'ambiente.
source paolofesta
Il linguaggio verbale. A questo punto ho immaginato il linguaggio verbale come un'attenuazione della vocalizzazione emotiva, rafforzato nella mia convinzione anche dalla constatazione che le parole, appunto, sono più incapaci di rendere profondi stati emotivi. Fa parte delle normali esperienze di ognuno di noi, lo gustosa vocalizzazione prodotta dopo aver bevuto una bevanda fresca in una giornata afosa, oppure la vocalizzazione un po' gutturale emessa quando riusciamo a completare qualcosa che non voleva saperne di andare a posto e così via.
Questi sono esempi banali ma servono a focalizzare l'attenzione su quest'aspetto: emozione e fluenza verbale non vanno d'accordo. Ce ne accorgiamo quando siamo arrabbiati o anche quando siamo innamorati, quando ci coglie una notizia sgradita o quando ci coglie una notizia gradita: la qualità dell'eloquio si impoverisce, diventa più schematica e utilizza maggiormente frasi e modi di dire che usano tutti.
Io penso che ciò avvenga perchè la trasmissione di informazioni emotive richiede segnali più stereotipati e grossolani, in cui l'intensità va a scapito della finezza espressiva e in cui la chiarezza del segnale deve prevalere sulla variazione di significato.
source hungrywolfb
La poesia. Allora è naturale che, quanto più il linguaggio verbale si allontana dall'antica connotazione emotiva quanto meno ci coinvolge nel campo affettivo, per stimolare solamente il versante cognitivo. In questo senso, la poesia si situa più vicino all'emozione di quanto non faccia la prosa. Si noti che non è affatto improbabile che la poesia riconosca una pluralità di origini, essendo accettabile, per esempio, che il rispetto di vincoli come rima e numero di sillabe, originariamente servissero come metodo mnemonico, quando ancora non era sviluppata o così sviluppata la scrittura. Questa esigenza mnemonica si è in seguito persa mentre è rimasta la capacità di colpire la memoria, di formare il ricordo, che è tipico delle questioni affettive, testimoniato dall'abbandono della metrica e dall'utilizzo del verso libero.
La musica. Meglio ancora della poesia fa la musica, che mugola, grugnisce, soffia, fusa [1], con tutta una serie di suoni e vocalizzazioni così simili a quelli a cui siamo abituati da essere, per questo motivo, così eccitanti dal punto di vista emotivo. Anche l'intonazione, che ho un po' tralasciato in questo mio discorso, ha la sua importanza, in quanto segnale non verbale, e contribuisce efficacemente a trasmettere informazioni emotive. Musica e poesia questo fanno: trasmettere stati d'animo, quello di chi li ha scritti. Quando ci riescono, noi proviamo qualcosa, siamo scossi internamente, siamo condotti a sintonizzarci con quello stato d'animo. Questo avviene perchè siamo interessati alle cose solo grazie a questa modifica, vero e proprio motivatore dell'azione.
Finisce un anno e ne comincia un altro, con una monotona regolarità, senza apparente soluzione di continuità se non per gli scoppi dei petardi e dei tappi di spumante. Eppure, per una gran parte di persone un altro anno significa essere un po' più vecchi, con prospettive certo non migliori, almeno viste da qui.
L'esigenza di ricominciare, rappresentata dalla fine del vecchio e dall'inizio del nuovo, la necessità di ritornare sugli stessi luoghi, mediati dalle stagioni, l'aspetto circolare appunto, non è solo dei moti terrestri ma anche dei moti mentali degli umani.
E' come quando si comincia a disegnare o a scrivere, su un foglio bianco. Se il disegno non ci convince, tanto vale cancellare, ricominciare tutto da capo. Ricominciare ridà opportunità.
E' per questo che tutti sperano nel nuovo anno: il nuovo anno ricomincia da capo, riazzera il contatore, le cose che erano venute male si possono cancellare e iniziare nuovamente.
Questo è perchè, a volte, noi abbiamo difficoltà a staccarci. Si consideri, per esempio, qualcosa su cui abbiamo investito tanto. Può essere una persona o una cosa, come delle obbligazioni, delle azioni, un lavoro portato troppo avanti, una decisione presa. Se si passa un certo limite si rimane legati al vecchio, si fa fatica a staccarsene. Con le persone può essere anche positivo (anche se non sempre) ma con le cose può essere deleterio, non staccarsi in tempo.
Questo fatto è dovuto alla quantità di investimento (di tutti i tipi, da affettivo a economico) effettuato in una determinata cosa. Più è elevato e meno è facile staccarsene. Anzi, noi spesso interpretiamo questa situazione come una cosa che doveva andare così, diventiamo fatalisti e lasciamo andare le cose come vanno. Nonostante tutto, però, non siamo soddisfatti di questo modo di procedere delle cose. Lasciar decidere alla sorte impedisce di prendersela con se stessi per una scelta sbagliata, riduce le responsabilità. Ma è anche vissuto come un'inibizione all'azione. Tutto quello che ci impedisce di agire suscita stress e frustrazione. Però, quanto più l'ente che impedisce l'azione è immateriale o inarrivabile, quanto più tendiamo ad auto-giustificarci.
In questo senso, un anno che finisce e un altro che comincia è un evento al di là delle nostre possibilità di intervento, così che genera un livello di stress minimo. In più, questo evento, ci concede la possibilità di ricominciare, nel senso inteso sopra, cioè di gettare le cose venute male e iniziare di nuovo. In questo modo viene a volte giustificato anche l'abbandono di cose o persone sulle quali si aveva investito tanto: l'imprimatur del caso, che sfugge alla volontà, ci libera dal legame all'oggetto dei nostri investimenti dandoci la forza di gettare tutto e ricominciare.
Ma è il mondo che è così o sono i suoi osservatori a farlo in un certo modo?
fonte disegnandofumetti.blogspot.com
In realtà lo spunto del cambio d'anno è solo un pretesto per parlare della libera interpretazione della realtà da parte degli umani. Ho notato, per esempio, che le persone permalose tendono ad annettere molta importanza alle parole e ai gesti fatti da altri, che li riguardano. E mi sono chiesto perchè, soprattutto considerando che c'è anche chi non si cura molto del parere altrui.
E' chiaro che una stessa situazione, per generare due punti di vista diversi, deve essere interpretata in modo differente. Il permaloso, allora, oltre a interpretare gli eventi come sempre riferiti a lui, tende anche ad annettergli importanza, a fornirgli un pieno affettivo che permetta a questi eventi di agire in profondità nella sua personalità. Ora, sarebbe interessante verificare se questo tratto comportamentale, e cioè l'amplificazione emotiva di ogni evento che lo riguarda personalmente, si riferisca solo ai fatti negativi e stressanti o possa riferirsi a tutti o quasi gli eventi che gli accadono. In sostanza, per esempio, si potrebbe prevedere che una persona più permalosa sia anche, in genere, più empatica, sia cioè in grado di aumentare il contenuto affettivo di un evento qualsiasi sottoposto alla sua coscienza. E, per converso, si potrebbe anche immaginare che una persona insensibile alle critiche sia anche più indifferente alle disgrazie altrui.
Però, come sa bene chi studia la mente umana, una spiegazione semplice è troppo spesso solo una parte della spiegazione. Possiamo accettare l'equivalenza di immissione affettiva che un permaloso destina agli eventi che lo riguardano, indifferentemente se positivi o negativi, però possiamo distinguere altri aspetti della personalità che influiscono sulla interpretazione degli eventi stessi. Se, per esempio, noi interpretiamo una data situazione come fortemente empatica un altro, definibile come permaloso, potrebbe ugualmente assegnargli un'uguale quantità di affettività ma intendendo alcune caratteristiche del fatto come un'aggressione diretta o indiretta a lui.
Esempio: un mendicante ci chiede l'elemosina ma rifiuta i pochi spiccioli, i centesimi che gli diamo. Come interpretiamo la cosa:
Si, in effetti ha ragione, con i centesimi non compri niente e noi gli stavamo dando pochi centesimi, mettiamo cinque. Così ci convinciamo a dargli qualcosa in più.
No, non ha ragione a comportarsi così, io volevo aiutarlo e lui fa lo schizzinoso, la prossima volta non gli darò niente.
Ritengo che i due comportamenti possano avere benissimo la stessa quantità empatica, ma intesa in modo differente. Con questo voglio dire che chi ha minor immissione emotiva alla vista di un mendicante, tira dritto senza neanche porsi il problema, e questo rappresenta un altro genere di atteggiamento.
Dunque, anche se sembrano due comportamenti diversi, quello di chi offre un'elemosina maggiore e quello di chi invece se ne va offeso, sono figli del medesimo modo di affrontare la realtà: utilizzare cioè una consistente risposta affettiva. La differenza, tra i due, è solo nel modo di interpretare la realtà, anche se entrambi immettono una buona dose emotiva nel proprio comportamento.
Allora, potremo forse dire che il permaloso si è affezionato a una visione di sè, vi ha investito troppo per tirarsi indietro e rimane fedele a quella visione mentre chi ha maggiori capacità di sopportare, anche se come il permaloso è in grado di immettere sempre una consistente quantità affettiva nelle cose che lo riguardano, è in grado di cancellare tutto e ricominciare da capo.
Per tornare alla nostra metafora iniziale: per il permaloso, la cronologia è continua, non vi sono anni ma solo un susseguirsi continuo di giorni con una numerazione progressiva. Egli non è in grado di riazzerare e ricominciare tutto da capo e rimane affezionato a quella visione di sè sulla quale ha così tanto investito.
Per il non permaloso (non mi piacciono i contrari di permaloso che esistono) invece, ogni volta che riesce a superare un'offesa o presunta tale è come se riazzerasse il proprio sè, ricostruendolo subito dopo, ricominciando a contare da lì in avanti. Pure, il nuovo sè dal quale inizia di nuovo a contare, è già dotato di una buona eredità affettiva, la stessa che possedeva prima e che si è spostata sul nuovo sè.
Alla fine, tutto si risolve nella gestione del rapporto tra mondo reale e mondo immaginario, ma questo è il tema di un prossimo scritto.
Ora, a me non piace insistere sul versante più filosofico della ricerca sul funzionamento della mente senza cercare validi appigli sul versante neurobiologico, senza cioè testare e verificare gli assunti nel loro proprio accadere nel mondo fisico.
A questo scopo occorre precisare un aspetto essenziale: la memoria è un facsimile di un’emozione. Allegato alla memoria non c’è solo il ricordo, piacevole o spiacevole che sia, c’è anche la ricostruzione di un mondo. Nel ricordare quel mondo noi, in definitiva, non sembriamo proprio ricreare un mondo immaginario, quello stesso mondo immaginario di cui avevamo parlato prima, nel quale l’Io immaginario vive le sue avventure di sogno? La memoria ha anche un’altra caratteristica, e cioè che sembra maggiormente conformata dal punto di vista emotivo che da quello visuo-spaziale. Cioè, non che non lo sia dal punto di vista visuo-spaziale, ma facilmente si può cadere nelle stereotipo. Infatti, per ricordarsi di un pericolo legato a un predatore, non è necessario riconoscere personalmente quel predatore che ha creato il ricordo ma basta riconoscere ogni esemplare che appartiene a quel gruppo. In fondo anche l’emozione così fa, separa in maniera grossolana tutti gli aspetti di un’esperienza specifica e complessa.
Torniamo alla memoria. Nel ricordo noi prendiamo decisioni? Non credo. Anzi, è proprio vero il contrario: il ricordo lenisce o bruciaa seconda che siano state possibili le decisioni o no. Il ricordo è il mondo immaginario più vicino alla realtà, in cui noi siamo una terza persona. Si noti che, in definitiva, l’aspetto discriminante che propongo tra mondo reale e mondo immaginario è banalmente questo: nel mondo reale noi dobbiamo e possiamo prendere decisioni, in quello immaginario non possiamo.
Il ricordo dunque è un’eccezione. Nel ricordo noi siamo una terza persona. Per quanto riguarda la ricostruzione visuo-spaziale, ci vediamo agire. Però, per quanto riguarda la ricostruzione emotiva? Come detto, la ricostruzione emotiva è piuttosto grossolana. Non riesce a distinguere le componenti fini di un evento. Tende a raggruppare per insiemi piuttosto eterogenei e quasi, in definitiva, finisce con il risolvere le questioni con un bianco o nero o giù di lì.
Ecco che allora nel ricordo ancora intenso la ricostruzione emotiva fallisce la distinzione tra mondo immaginario (ricordo) e mondo reale (luogo nel quale avviene il ricordare). Le sembra di vivere il ricordo in prima persona. Le sembra?
Ma, può l’emozione vivere qualcosa come in terza persona? Pensiamo per un momento a cosa serve l’emozione. Perché gli organismi animali sono dotati di un meccanismo del genere?
Il Beck Depression Inventory (BDI) è un test di valutazione del grado di depressione sviluppato dallo psichiatra americano A.T. Beck.
Beck è uno dei fondatori della cosiddetta Terapia Cognitiva, un metodo di cura che si basa sul coinvolgimento del paziente e sulla sua interazione con lo psicoterapista, utilizzando la comprensione cognitiva del proprio stato, della distorsione delle proprie idee o del proprio vissuto emotivo e così via. Il BDI si inscrive appunto in quest’ottica ed è diventato presto uno dei questionari di valutazione del grado di severità della depressione più usati.
È semplice: la realtà ha caratteristiche tali, di percezione, di propriocezione, di ideazione, di “essere nel mondo” tali per cui si distingue facilmente da una fantasia, che ha una intensità notevolmente inferiore. Tanto è vero che, invece, quando qualche fantasia acquista una intensità sufficiente diventa una “realtà”, anche se allucinatoria.
Un buon metodo per distinguere la realtà da semplici attivazioni spontanee nel cervello, non correlate alla realtà, è secondo me quello di dotare l’animale di una coscienza.
La coscienza crea qualcosa rispetto al quale esiste il mondo. Tutti i segnali che sono in grado di manifestarsi come circuito rappresentano una realtà e diventano coscienza. Cioè, la coscienza non è qualcosa che possiede l’organismo per filtrare i segnali, la coscienza è il risultato della somma di tutti i segnali che formano circuiti cerebrali che arrivano ad una uscita (motoria). Si sa che l’uscita motoria può essere anche virtuale (neuroni specchio).
L’emozione è dunque un facilitatore di circuiti: un circuito aiutato da un’emozione ha una intensità nettamente superiore agli altri. Tutte le attivazioni che fanno parte di un circuito emotivo partecipano all’effetto memoria: per esempio, se qualcuno che ci aggredisce indossa una sciarpa rossa, la sciarpa rossa, da sola, in un’altra occasione, è in grado di scatenare il ricordo. La coscienza si forma e si trasforma.
Ma in questo suo trasformarsi mantiene la propria identità, fa cioè riferimento sempre allo stesso individuo. Un notevole esempio della formazione e trasformazione nel mantenimento identitario la si osserva nei casi di split brain, cervello diviso, in cui in seguito a un’operazione di divisione del cervello come la commissurectomia a causa, per esempio, di epilessia intrattabile, il paziente osserva il formarsi di due identità distinte, quelle rappresentate dai due emisferi, le quali sono spesso in conflitto tra loro per quanto riguarda le uscite motorie.
Un aspetto interessante da chiarire è per me questo. L’emozione esiste come tale solo quando la collochiamo in uno spazio, il quale possa essere agito. Se questo non è possibile non è che non proviamo niente, o meglio, possiamo non provare niente ma possiamo anche provare qualcosa di indefinito, che non sappiamo nemmeno definire se è piacevole o spiacevole (vedi Dell’alessitimia).
Quando noi vediamo un pericolo e ci spaventiamo questo avviene perché noi già conosciamo gli eventi, li abbiamo già collocati e possiamo agirli, quindi l’evento fa parte del repertorio di cose che conosciamo: saranno alcune sue caratteristiche a scatenare la risposta emotiva che faciliterà la decisione appropriata, come il riconoscimento sensoriale (per esempio la percezione del soggetto di questo evento potrebbe scatenare una risposta emotiva in ogni situazione), oppure la repentinità dei movimenti, l’esordio improvviso e via dicendo. Ognuno di questi elementi è in grado di scatenare una risposta emotiva. Perché avviene e come avviene?
Dipende dalla variazione rispetto alla norma. Si immagini di osservare un paesaggio che non muta nel tempo. La disposizione dell’animale che osserva questo paesaggio è quella che potremo definire tranquilla. Siccome il cervello ricostruisce lo spazio per agirvi e il tempo come anticipazione, l’anticipazione dell’animale sarà comunque positiva. Egli si aspetta che nei prossimi minuti gli eventi si susseguano come nei minuti precedenti.
L’apparizione di un predatore, inaspettata, scompagina la sua anticipazione positiva degli eventi. Questa è un' emozione. Al tempo. L’apparizione di un predatore è sempre emotivamente dotata perché il predatore rappresenta sempre qualcosa che significa una variazione inaspettata (o meglio, indesiderata).
Lo stesso effetto l’avrebbe scatenato, per dire, un rumore improvviso, oppure l’apparizione improvvisa di un altro animale, anche se non un predatore. La variazione rispetto alla norma è sempre potenzialmente in grado di scatenare una risposta emotiva.
Potrebbe anche capitare, a chi investiga argomenti di elevata complessità, di arrivare a un punto in cui, scoperto il presunto funzionamento, esso si dimostra così dissimile da quello che abitualmente sperimentiamo da non ottenere lo sperato effetto di sorpresa e ammirazione.
È questo il caso di chi studia il cervello e il suo funzionamento. Si potrebbe pervenire a un punto in cui si chiariscono i meccanismi di azione della mente ma, data l’elevata individualità dei modi in cui può funzionare, rimanere comunqueciechi alla spiegazione, non godendola appieno, un po’ come succede all’alessitimico.
L’alessitimia è un disturbo della competenza emotiva.
È associata a diverse altre patologie e disturbi psichici e si manifesta con una freddezza emotiva, incapacità di comprendere sia le proprie che le altrui emozioni e stati d’animo, tendenza alla stereotipia, attaccamento eccessivo e così via. È presente una generale incapacità di comprendere quello che si prova, ma questo non impedisce di avere emozioni, come dire, innominate, che generano, nel soggetto, solo confusione.
Nella risposta alla domanda di Annaritasul posto occupato e sul ruolo dell’alessitimia nel tentativo di spiegazione di cosa sia un’emozione ponevo l’accento su una distinzione per me fondamentale: classicamente si intende l’alessitimia come un disturbo della verbalizzazione o simbolizzazione delle emozioni, ma meglio si dovrebbe dire della loro localizzazione spaziale. Il linguaggio verbale non può nascondere la sua derivazione fisica, il suo riferimento, pur se con strumenti astratti, alle cose reali e concrete. Discende da questa constatazione che, esaurito il numero di emozioni gestibili dal corpo fisico, si comincia a utilizzare la mente con la mediazione del linguaggio verbale.
Ma questo è fuorviante. Non è tanto il linguaggio in sé a generare l’emozione relativa, senza il quale non se ne avrebbe cognizione, ma la capacità del linguaggio verbale (come è anche di quello motorio e corporeo) di dare corpo e sostanza (cioè di collocare in uno spazio che si può agire) all’emozione, in modo che l’individuo sappia come comportarsi (in questo aiutato dall’esperienza).
In realtà l’alessitimico è sia incapace di provare emozioni che di provarne in modo confuso, senza saperle descrivere, senza sapere di quale emozione si tratta, anche se spesso è di tipo disforico. La mia spiegazione riguarda dunque la difficoltà di collocare l’emozione in uno spazio dal quale possa essere agita. Resta il problema di definire come possiamo accorgerci che è presente un’emozione quando non siamo in grado di collocarla: se possiamo collocarla in uno spazio dobbiamo esserne competenti, altrimenti no, mentre osserviamo che l’alessitimico prova emozioni ma non riesce a definirle, spesso, al di là di semplicissime definizioni.
Questo ha a che fare con un affinamento del concetto di emozione e con la definizione di meccanismi multipli di azione (non può averne uno solo, sarebbe troppo semplice e poco propenso alla complessità).
Allora dico che l’emozione è una ricostruzione degli atti non spaziali che una persona o animale oppure una cosa permette. Cioè, tutti quegli atti che riguardano il poter agire la propria volontà, il non essere impediti nella propria azione, insomma tutte quelle attività che non hanno una connotazione spaziale specifica ma riguardano il poter agire in sé, il poter agire in senso generale, ecco tutte quelle attività lì rientrano nel campo delle emozioni, che dunque sarebbero una misura della capacità di agire in senso assoluto nei confronti di qualcosao qualcuno.
L’attrazione che proviamo per qualcuno che ci stimola con emozioni positive altro non sarebbe allora che una deviazione del soggetto verso quell’ambiente emotorio che gli permette la massima ricostruzione, verso quell’ambiente che oppone la resistenza minima alla ricostruzione e all’azione emotoria.
Non dobbiamo dimenticare l’azione. Se in effetti è alla ricostruzione che dobbiamo la comprensione del mondo è poi alla sua messa in pratica, all’azione cioè, che è deputata la sopravvivenza dell’individuo. Hai voglia a ricostruire, se poi non puoi o riesci ad agire sei finito.
Dunque l’emozione non è solo la misura del permesso a ricostruire, cioè del permesso a poter agire potenzialmente, è anche il poter agire effettivamente: l’agire, diremo così, è sempre un risultato positivo per l’individuo, ma senza esagerare.
Una frase mi ha colpito nel leggere Felicità emotiva, un libro scritto a quattro mani (o meglio, parlato a due voci, dato che si tratta della trascrizione di un dialogo) dal Dalai Lama e Paul Ekman.
Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama, è il leader spirituale e politico dello Stato del Tibet, costretto a vivere in esilio in India dopo l’invasione della sua terra da parte dei cinesi alla fine della seconda guerra. Ha scritto parecchi libri e è stato insignito del Nobel per la Pace nel 1989. Autorità religiosa del suo popolo e del buddismo e leader politico, accoppiata che ne ha delineato un profilo di elevato rigore morale unito a una grande curiosità scientifica e rispetto per tutte le culture. Caratteristica fondamentale e forse unica del Dalai, è il grande amore per la scienza o, per meglio dire, il grande amore per la conoscenza, che può manifestarsi, come afferma spesse volte in questo libro, anche in forma di fede religiosa. Lo stesso Paul Ekman, come altri studiosi prima di lui, rimane affascinato dalla grande curiosità di quest’uomo e dalla sua capacità di proporre concetti e riflessioni non convenzionali e profondi. E devo dire che questa sua leggiadria e passione gnoseologica traspare molto bene in questo e in altri libri.
Paul Ekman è professore emerito di psicologia alla facoltà di Psichiatria della UCSF (Università della California a San Francisco). E’ universalmente riconosciuto come il più grande studioso del linguaggio corporeo, specialmente delle espressioni facciali, di cui è stato un pioniere, sia per aver affermato l’universalità delle espressioni del viso che per aver sviluppato un sistema di riconoscimento denominato FACS (Facial Action Coding System) basato sulle modifiche anatomiche dei movimenti facciali e il F.A.C.E. (Facial Expression.Awareness.Compassion.Emotions.) sistema di riconoscimento delle emozioni. Ogni espressione facciale può essere divisa nei suoi costituenti fondamentali detti AU (action unit) che possono essere codificati e ritrovati in varie combinazioni nelle diverse espressioni facciali. Il FACS è un catalogo di questi costituenti fondamentali che rappresentano quindi ogni movimento osservabile in un’espressione facciale. Il F.A.C.E. è un sistema di riconoscimento delle emozioni che si realizza attraverso il METT (Micro Expression Training Tool) che sarebbe in pratica un addestramento al riconoscimento visivo delle emozioni correlate alle espressioni del viso che si realizza con doppio training, il primo con lo studio al rallentatore delle espressioni facciali e il secondo con l’osservazione di un’espressione facciale per una durata quasi al di sotto della rilevazione cosciente. A questoindirizzo c’è una dimostrazione gratuita del secondo tipo di training.
Il libro, Felicità emotiva (Sperling & Kupfer 2010) parla appunto di emozioni, positive e negative, e di scienza e religione. La frase che mi ha colpito, che è di Ekman, e per sua stessa ammissione fa parte della categoria delle opinioni o delle affermazioni speculative, è questa (neretto mio):
“La maggior parte degli scienziati ritiene che gli stati d’animo abbiano origine prevalentemente da fattori che chi li sperimenta non può capire; potrebbe anche trattarsi di cambiamenti neuro-ormonali che non sono direttamente legati agli eventi di cui si sta facendo esperienza. Peraltro, alcune di queste situazioni possono scatenare un determinato stato d’animo. Per esempio, quando non abbiamo dormito a sufficienza, siamo più inclini a una generale irritabilità, oppure ci sentiamo la testa leggera e ridiamo di cose che normalmente non troveremmo per niente comiche. […]
In merito alla privazione del sonno, penso che se una persona non ha riposato a sufficienza e viene sottoposta a provocazioni o frustrazioni, possa diventare di umore irritabile e rimanerci per ore. Se invece c’è qualcosa che la diverte, potrebbe reagire esattamente al contrario. In sostanza, l’emozione suscitata in una persona deprivata del sonno finisce per condizionarne lo stato d’animo.” (Dalai Lama, Paul Ekman, 2010, pp. 12-14)
La subitizzazione è la capacità di sapere immediatamente, senza contare in maniera progressiva e seriale, di quanti elementi è costituito un insieme visibile. Nell’uomo normale è di circa 3-4 elementi, e al di sopra di questa quantità bisogna contare.
Gli autistici spesso possiedono una elevata capacità di subitizzare. Allora mi chiedo se esiste una relazione tra preminenza del versante emotivo e ridotta capacità di subitizzare e preminenza di quello razionale nella elevata caratteristica di subitizzare. Dal punto di vista emotivo, sapere che di fronte a te ci sono tre o dieci avversari, cambia poco. Tre sono pericolosi come dieci, basta saper subitizzare fino a quella cifra per innescare un comportamento fortemente emotivo. L’aumento degli elementi subitizzati senza bisogno di contare può significare un minore impegno del comparto emotivo. Se il segnale invece di andare direttamente alla corteccia motoria per l’azione, si ramifica nella stazione precedente, quella che subitizza fino a pochi elementi, allora c’è più spazio per sapere istantaneamente e conseguentemente si riduce la possibilità di azione.
Dal punto di vista filogenetico, per tutte quelle specie che subitizzano, non vi è molta differenza tra i pochi subitizzati e i molti contati, soprattutto se è richiesta una reazione veloce: l’impegno emotivo presente nella rilevazione subitizzata impedisce al segnale pre-motorio di propagarsi concentrando le risorse per l’azione. Questa specificità rimane probabilmente anche in quei casi in cui non vi è un pericolo di vita e sarebbe accettabile anche una risposta dilazionata, ma facilmente il sistema anziché complicarsi rischiando magari di commettere errori rimane nella condizione conosciuta che garantisce sempre risposte rapide. È quella che potremo definire una conseguenza dell’attenzione continua richiesta alla maggioranza degli animali per salvarsi la vita.
Extrastriato medio occipitale e aree intraparietali sono le zone coinvolte sia nel subitizzare che nel contare rilevate alla PET da Piazza et alii (Piazza et alii 2002). Una differenza osservata tra le due attività è la maggior estensione dell’attivazione delle aree occipito-parietali nel contare rispetto al subitizzare (da 6 a 9 vs da 1 a 4). Questi risultati sono quindi a favore dell’utilizzo delle medesime aree cerebrali nei due procedimenti, con variazione solo dell’ampiezza dell’area attivata in un caso rispetto all’altro.
È nota l’abilità di alcuni savants di subitizzare un elevato numero di elementi o di sapere istantaneamente che giorno della settimana sarà la data del tuo compleanno tra ventisei anni oppure di individuare i numeri primi superiori a sei cifre. Per testare se questo effetto può essere indotto in soggetti normali, Snyder et alii (Snyder et alii 2006) li hanno sottoposto alla condizione che normalmente proverebbero i savants, inibendo il lobo temporale anteriore sinistro con una stimolazione magnetica transcranica ripetuta (rTMS). Dei dodici soggetti sottoposti, dieci hanno migliorato la loro capacità di subitizzare subito dopo la stimolazione e otto di questi hanno peggiorato la loro capacità di subitizzare non appena gli effetti della stimolazione sono spariti.
È bene chiarire che tra autismo e savant non c’è questa biunivocità completa. Circa il 50% dei savants è anche autistico, mentre tra gli autistici solo un 10% possiede le capacità dei savant (Hiles 2002).
(continua)
Riferimenti bibliografici.
Manuela Piazza, Andrea Mechelli, Brian Butterworth, Cathy J. Price, Are Subitizing and Counting Implemented as Separate or Functionally Overlapping Processes?, NeuroImage, Volume 15, Issue 2, February 2002, Pages 435-446, ISSN 1053-8119, DOI: 10.1006/nimg.2001.0980.
Snyder A, Bahramali H, Hawker T, Mitchell D J, 2006, "Savant-like numerosity skills revealed in normal people by magnetic pulses" Perception35(6) 837 – 845
Dave Hiles , 2002 http://www.psy.dmu.ac.uk/drhiles/Savant%20Syndrome.htm
In realtà le cose sono leggermente diverse. L'intuizione fa uso dell'emozione facendola entrare all'interno del "ragionamento intuitivo". Se per esempio la mia ragazza non risponde subito al mio sms e io comincio a pensare male (che si sia stancata di me, che sia impegnata in "altre faccende") ecco che sto usando un'emozione come un ragionamento anzi, per dir meglio, sto convertendo un'emozione in un ragionamento, forzandone la logicità alle mie esigenze di sospetto. Ma, per usare la logica, che devo fare, non avere emozioni?
Sembrerebbe quasi che quello che si prova dal punto di vista emotivo poi viene "giustificato" nella sua ricostruzione razionale, e che tanto più inizialmente ci sia emozione tanto più il nostro ragionamento si allontani, per esempio, dal rigore della logica formale. Abbiamo quindi spostato sull'intima natura del soggetto la responsabilità dell'atteggiamento che si terrà nei confronti di un qualsiasi evento: sono un tipo emotivo?, reagirò spesso emotivamente, quindi se dovrò scegliere tra una spiegazione che implica emozione e una che non la implica sceglierò la prima e piegherò le mie giustificazioni al mio atteggiamento innato; sono un tipo freddo?, siccome non carico di emozione il mio vissuto ho più capacità di far andare la spiegazione razionale.
Ecco che allora entra in ballo un nuovo soggetto, una struttura che ricostruisce il mondo all'interno del cervello in funzione delle azioni permesse e che distribuisce l'emozione a seconda di quanto atto motorio deve essere compiuto. Questa struttura distribuisce la comprensione del mondo a sistemi che possono agire sul mondo stesso, altrimenti non servirebbe a niente: questi sistemi, in maniera grossolana, sono il sistema motorio e il sistemasostituto motorio. A seconda della quantità di risposta necessaria a rispondere verrà attivata la via più adeguata: a livelli alti di risposta richiesta è elevata anche la produzione dei mediatori dell'emozione, dal che risulterà che la risposta è spostata sul versante motorio; mano a mano che la risposta al mondo ha bisogno di meno mediatori dell'emozione subentra e compete con quella motoria anche la risposta sostituto motoria, che poi sarebbe quella simbolica della parola e del ragionamento (logos).
Per esempio: se vedo una bella ragazza, l'emozione che proverò servirà per vincere la naturale timidezza e approcciarla, i comportamenti che terrò sono simili a quelli del pavone che fa la ruota; se vedo un pericolo, ugualmente si attiverà un sistema che mi permetta di agire alla svelta e con intensità, darmela a gambe levate, per esempio, e così via. Sembra quasi che più grande è l'emozione e più grande, proporzionalmente è l'ostacolo che l'organismo deve superare, attraverso la via motoria, e tanto maggiore la probabilità che venga scelta questa via. E' possibile ragionare nei momenti concitati? Si, quanto più si riesce a soffocare l'istintiva risposta motoria che non può non fare a meno di considerare noi stessi la cosa più preziosa del mondo.
La poesia è un testo scritto in uno stato emotivamente carico? In generale il testo scritto o la parola hanno (tra gli altri) questo ruolo di valvola di sfogo da una situazione stressante quando non è possibile agire dal punto di vista motorio.
Perché la poesia, più della prosa, è capace di raccogliere il portato emotivo proprio nel momento in cui questo si manifesta?
Ora, è bene chiarire che il ruolo che definisco per la poesia non le è sempre appartenuto e direi che si basa soprattutto su considerazioni empiriche che cerco di estendere verificando la loro applicabilità generale. Questa modifica del punto di osservazione del poeta e del suo prodotto la colloco, genericamente, nell’abbandono della metrica per l’utilizzo del verso libero. Questa perdita di alcuni vincoli formali libera il verso dall’obbligatorietà che limita anche gli atti motori nell’ambiente e con ciò stesso gli assegna una maggiore libertà di inglobare il portato emotivo.
Perché?
Nel rispetto formale dei vincoli metrici il verso perde parte della sua immediatezza, della sua ispirazione senza lacci perché deve sottostare al limite, deve essere inquadrato e rispettare la lunghezza del verso, la rima, e per questo motivo è sottoposto a maggiore cura rispetto al verso libero, che raccoglie invece “a volo” l’immediatezza di quanto provato emotivamente. Questo suo essere maggiormente pensato lo priva del portato emotivo, la carica emozionale si “scarica” nel meccanismo mentale che sottopone a revisione e critica ogni verso, che lima e aggiusta, vanificando in parte la forza della spontaneità del sentire immediato. Direi che proprio meccanicamente attraverso la maggiore cura stilistica il pensiero disperde il grumo emotivo che fa originare la poesia, è un po’ come fermarsi a riflettere sulle cose, è un contare fino a cento prima di parlare: sono notoriamente pratiche che fanno “sbollire”.
E ecco per finire una o due considerazioni ulteriori sul ruolo e significato della poesia. Il ruolo per il poeta, almeno per quel poeta del verso libero, è quello di convogliare qualcosa che sente e che non può essere espresso per altra via. L’atto di scrivere versi è un sostituto di qualcosa che non si è potuto compiere. Ma perché il verso libero dovrebbe essere miglior raccoglitore di questo portato emotivo più di quanto non possa fare la prosa?
La risposta che fornisco ha a che fare con le regole grammaticali e sintattiche, che imbrigliano l’espressione emotiva, che invece è esplosiva e immediata. Il tempo impiegato a costruire la frase e il concetto, a rispettare la grammatica e la sintassi, sottrae energia all’emozione originaria, la disperde, la distribuisce. Ma un’emozione distribuita è meno forte, così dispersa in numerosi rivoli di una concentrata in un’unica direzione e per questo motivo in misura minore è in grado di indurre stati emotivi nel lettore. Il verso che mantiene la sua quantità emotiva è un insieme di istantanee, dei flash emotivi che aprono paesaggi e sensazioni, non necessariamente quelli provati dall’autore, ma di sicuro qualcosa traspare, come da un viso di una persona che si autodefinisce imperturbabile, e che invece parla con l’inconsapevole linguaggio del suo corpo.
Spesso osservo che anche un discorso ragionato può essere espresso con fervore, purchè i due momenti (fervore e estensione dello scritto) non siano sovrapposti? Si può concepire un ragionamento in stato di alterazione emotiva?
La cosa non è di semplice soluzione.
Vi è di sicuro un'interferenza tra uno stato di collera e la soluzione di un gioco logico. Ma vi è anche interferenza tra uno stato di completa assenza emotiva, come la depressione, e la volontà di risolvere un gioco logico. Qual è dunque la relazione corretta tra emozione e razionalità, tra disposizione emotiva di un individuo (il suo stato dell'umore, la sua motivazione) e capacità di ragionare?
E poi, è sempre vero che scegliere razionalmente è la scelta migliore? Abbiamo visto che non è così, qui, che le decisioni richiedono una sorta di mix dei due aspetti. Però c'è un fraintendimento: emozione e intuizione non sono la stessa cosa. Si può avere un'intuizione anche in assenza di euforia.
Per provare a fare ordine separo quindi i due aspetti: c'è l'emozione da una parte e l'assenza di emozione dall'altra. Euforia e depressione sono due termini che riassumono efficacemente i due concetti.
Poniamo che in assenza di emozione sia difficile anche aver voglia di ragionare. Il che è empiricamente vero.
Resta che aver voglia di ragionare, in qualsiasi termine cioè, sia intuitivamente che razionalmente, necessita di un qualche grado di emozione, di volontà diremo.
Ora, altra cosa empiricamente osservata è che nel pieno dell'enfasi emotiva non siamo così bravi a ragionare. Ne potrebbe conseguire che bassi livelli emotivi (ma non tanto bassi da essere depressi) sono migliori per il ragionamento. Ma, per l'intuizione? Per quel tipo di attività cognitiva così spesso utilizzato nelle nostre decisioni quotidiane, qual è il livello ottimale di emozione?
Un'idea potrebbe essere questa: in realtà l'emozione motiva all'azione e una maggior quantità di emozione sposta l'azione dal reparto verbale a quello motorio. Cioè, è come se dovessimo avviare un'utilitaria o un tir. Per il tir ci vuole una quantità di motore o di avviamento maggiore di quello necessario per l'utilitaria. Il tir, l'apparato motorio, è mastodontico e ha bisogno di strade bel definite mentre l'utilitaria può prendere anche stradine di campagna, poco battute.
Quindi, parzialissima conclusione, dalla stessa parte del livello "giusto" di emozione (nè troppo nè poco) stanno sia la razionalità che l'intuizione. Ma allora, cosa le differenzia?
Non vorrei che l’accostamento risultasse offensivo, perché non v’è intenzione. Però è importante per me riflettere su questo accostamento. Chi di voi, nell’entrare in un cinema, non sa benissimo che quello che guarderà non è nient’altro che un film? Ma chi di voi, se il film piace, non si immedesimerà con la storia che racconta?
Perché?
Per farla breve ritengo che vi siano due “osservatori” in ognuno di noi, uno per ciascuna coscienza che abbiamo. Una coscienza primaria, del corpo motorio e una coscienza secondaria, del corpo etereo, che sarebbe poi il linguaggio verbale.
Ora propongo la mia teoria in termini semplici saltando immediatamente alle conclusioni. Andando avanti cercherò di spiegare come vi sono giunto.
Il corpo motorio usa le emozioni come un alfabeto. Allo stesso modo in cui noi abbiamo bisogno delle lettere per parlare o scrivere, così il corpo motorio ha bisogno di un alfabeto, e questo è costituito dalle emozioni.
Avevo definito le emozioni una quantità: ebbene, questo alfabeto non è qualitativo, come quello verbale composto di 26 lettere, ma è quantitativo, composto di più o meno emozione.
Bene, direte voi, ma come si spiega che noi proviamo emozioni diverse a seconda delle situazioni? Per me, la situazione ambientale in cui ci si trova, è l’innesco dell’atto motorio e funzionerebbe più o meno così: c’è un predatore, ho imparato a temerlo e quindi a reagire scappando, il predatore dispone il mio stato mentale in modo tale che io sarò contento di scappare, anche se nel medesimo istante avrò paura.
Durante il film, la nostra coscienza primaria è all’opera tanto quella secondaria ma, rispetto a questa, capisce ben poco. La coscienza primaria è strutturata per reagire direttamente agli eventi, e non a una loro innocua rappresentazione. Anche se anche la coscienza primaria è in grado di empatizzare (recente dimostrazione sui topi), lo fa solo nei confronti di soggetti con i quali ha stabilito una relazione, di parentela, di gabbia e così via.
Per riuscire a capire qualcosa del film e emozionarsi, quindi, la coscienza primaria ha bisogno di qualcuno che traduca per lei quelle cose incomprensibili (se non per l’intonazione) che sono le parole.
A questo punto faccio due ipotesi. In una, noi non reagiamo emotivamente al significato delle parole, ma alla loro intonazione. La modulazione della voce rappresenta un linguaggio corporeo, di basso livello se confrontato con quello verbale, ma pur sempre in grado di estendere l’ampiezza dei significati possibili. Nell’altra uso il mediatore verbale per tradurre le parole in un linguaggio comprensibile alla coscienza primaria: da questa ipotesi discende anche che sia la coscienza primaria che quella secondaria fanno riferimento a un qualcosa che è la comprensione organica del mondo, e che trova nelle due coscienze due diversi modi di manifestarsi, non esaurendosi però in nessuna delle due .
La sostanza del ragionamento propende dunque per una visione contrastante delle due coscienze, con quella primaria che sembrerebbe avere partita vinta (sempre che il film ci piaccia).
Ma cos’è dunque questa coscienza secondaria, così algida e incapace di affetto, a mio dire, come si rappresenta il mondo, se non lo fa con le quantità che usa l’altra e inoltre, perché le parole, a volte, sono così cariche di emozione, pur se sono “semplici parole”?
Io penso che la coscienza secondaria sappia benissimo che esistono due coscienze, ma siccome questa conoscenza non è associata con niente di emotivo per la coscienza primaria, non si trasforma in conoscenza per quest’ultima. Ma, la schizofrenia, allora?
Nella schizofrenia non si duplica ciò che è già duplice in tutti noi (cioè le due diverse coscienze, diverse perché usano linguaggi diversi) ma solo la coscienza secondaria. Quest’ultima è unitaria in ognuno di noi e quando si duplica allora si perde la correlazione biunivoca coscienza primaria-coscienza secondaria e la nuova coscienza secondaria viene vissuta, dalla primaria, come un altro individuo. Come? Pazienza.
Ho detto che la coscienza secondaria è consapevole dell’esistenza delle due coscienze, però non potendo provare nulla, di per sé, non si cura della cosa. In effetti, penso che la coscienza secondaria si curi soltanto della coerenza all’interno dei suoi sistemi di riferimento.
Quali sarebbero questi sistemi?
Si può affermare che la conoscenza, intesa come le cose che può conoscere un qualsiasi organismo, è unitaria e che quello che si manifesta con le varie coscienze non ne è che una parte, filtrata dal tipo di linguaggio utilizzato?
In questo modo, di una frase del tipo: “lei è un perfetto deficiente!” la coscienza secondaria non si curerebbe, perché non viola nessun parametro che utilizza, se non fosse che il termine “deficiente” attiva una conoscenza del termine che non è solo verbale, è “organica” e come tale può essere fatta propria dalla coscienza primaria.
Perché tutti non reagiscono allo stesso modo a un’ingiuria?
Le differenze sostanziali sono due: valore della conoscenza in ingresso, dipendente dal valore di chi la profferisce, e soddisfazione nel grado di risoluzione del conflitto (per via verbale o per via motoria).
Ho immaginato il linguaggio verbale come la possibilità di uscire dalla dimensione in cui avviene il fatto fisico. E per me, l’evento fisico avviene in un mondo di superfici bidimensionali. In questo mondo uno schermo non traslucente occlude la visuale di quello che c’è dietro, anche se l’umano, dopo una certa età, sa che dietro lo schermo l’oggetto c’è ancora. Il linguaggio verbale non ha problemi a impararlo. La conoscenza del fatto che dietro uno schermo l’oggetto esiste ancora, non è però né della coscienza primaria né di quella secondaria, è dell’organismo, è una conoscenza organica, la quale si manifesta, con diversi gradi di utilizzo, nei due tipi di coscienza.
Ma torniamo al film. Per la coscienza primaria, le emozioni sono quindi lettere dell’alfabeto, con le quali può manifestarsi la sua conoscenza del mondo, su base motoria.
Il tuffo al cuore che proviamo in una situazione di paura, o il languore sperimentato in una piacevole sono dunque i segnali per farci muovere, su nostra scelta e non in automatico come in un riflesso miotatico. Sembrerebbe quindi che la natura preferisca la mediazione della “volontà” del soggetto, anche se il linguaggio emotivo è un linguaggio forte.
Il problema è che se si rimane all’interno di quel linguaggio motorio, non si può scorgere ciò che c’è al di là del puro fenomeno osservato. Che è invece ciò che fa il linguaggio verbale. Andare al di là del momento fisico, dell’immediato.