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| Niccolò Savarino imagecredit repubblica.it |
Il povero vigile urbano che ha perso la vita a Milano travolto da un pirata della strada si chiamava Niccolò Savarino. Oggi è stato fermato al confine tra Ungheria e Serbia un uomo di giovane età che si ritiene possa essere stato alla guida dell'auto che ha travolto il vigile. Si chiama Goico Jovanovic, e ha 24 anni. E' di origine serba ed è nato in Germania. Avrebbe precedenti per reati contro il patrimonio e falsa identità, secondo quanto riferiscono Ansa e Corriere.
L'Ansa lo definisce nomade, confermando le voci circolate ieri. Questa notazione sulla nazionalità e sulle caratteristiche etniche ha importanza? Non lo dico per fare della retorica o, peggio ancora, per ventilare ipotesi razzistiche, lo dico semplicemente per via di un'osservazione.
L'osservazione è questa. Spesso, noi italiani, siamo soliti dire: tipico dell'italiano, oppure l'italiano è fatto così, intendendo in entrambi i casi, spesso, una caratteristica negativa dei nostri connazionali (noi inclusi).
Non che gli stranieri non indulgano in similari considerazioni, specialmente sull'italiano pizza, mafia e mandolino, considerazioni che hanno il tono dell'osservazione razzistica e pure noi vi indulgiamo a proposito delle più svariate etnie. E' l'euristica dello stereotipo, un modello di pensiero fallace e pregiudizievole ben conosciuto.
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| Goico Jovanovic imagecredit affaritaliani.libero.it |
Mi chiedevo se però questo modello di pensiero agisse anche quando noi critichiamo i nostri connazionali sotto forma di stereotipo dell'italiano.
E se a questo genere di critica rivolta contro se stessi, chiamata autocritica, fosse concesso quello che non è concesso quando parliamo di altre cittadinanze, altre etnie.
Forse all'autocritica è concessa una deroga rispetto alle cose politically correct che si possono dire. Insomma, quando si critica se stessi si può essere razzisti?
E questo genere di autocritica dall'interno, è utile a modificare comportamenti tipici (se esistono cose come i comportamenti tipici di un'etnia) e migliorare la propria immagine come gruppo?
E adesso un principio di spiegazione su questo giro di parole. Quando ho letto la notizia dell'arresto del presunto responsabile della morte del povero vigile, ho avuto due momenti di fastidio: uno verso l'utilizzo del termine nomade, usato spesso come etichetta infame, e uno verso la categoria di persone appellata con questo stesso nome.
Lo so, il secondo momento non è politically correct, è un sistema di giudizio fallace basato su pochi indizi, gli stessi che facevano arrestare e condannare il colpevole sulla base di quanti testimoni poteva permettersi, pure, per un breve momento, l'ho provato anch'io, che ciancio di razzismo e discriminazioni a ogni piè sospinto.
Sarebbe stato diverso per il povero Nicolò se invece di un nomade serbo si fosse trattato di un rampollo dell'alta società, di un ecclesiastico o di rapinatore di una qualsiasi altra nazionalità?
Per lui no, ma per noi probabilmente si. Io credo che noi riteniamo più ingiuste le nostre disgrazie se provengono da eventi o persone che giudichiamo più negativamente.
In un certo qual senso è come se accusassimo qualcuno o qualcosa di non aver fatto niente prima che l'evento drammatico accadesse, perchè si sa che le persone o le cose giudicate più negativamente costituiscono una sorta di avviso permanente: te l'avevo detto!
E' per questo motivo che forse è concessa l'autocritica razzistica: per spodestare un pregiudizio ce ne vuole un altro di carica opposta, l'impegno di chi condivide la nazionalità con un criminale a dimostrare a tutti che si ripudiano i crimini indipendentemente dalla nazionalità.

