Perché possono esistere idee come quelle di bene o male assoluto?
Non credo di aver dimostrato che il bene assoluto è impossibile in realtà, ma solo di aver instillato il dubbio o per lo meno posto la questione. La mia convinzione è che in questa realtà, composta di tre dimensioni spaziali e una temporale non ci sia posto per il bene assoluto, cioè un bene che sia assolutamente e indubbiamente giovevole a chiunque, che non causi a nessuno neanche la più insignificante quantità di male nel suo darsi.
È, nella mia convinzione, questo dell’esistenza dell’assoluto bene o dell’assoluto male, una manifestazione caratteristica del modello di funzionamento di un sistema complesso e strutturato come il linguaggio simbolico, naturale alveo nel quale confluisce l’intelligenza in genere, e che è sia effetto che causa di se stesso.
Il mondo del linguaggio motorio conosce il bene e il male, relativo a un sé. I macachi reso (Macaca mulatta) hanno, per esempio, una struttura sociale fortemente gerarchizzata: se in una comunità di macachi reso si introduce una femmina estranea, costei finisce in fondo alla gerarchia sociale e quelli che prima erano ultimi sono i più felici in assoluto del gruppo perché ora hanno qualcuno da infastidire e sul quale esercitare il loro unico esercizio di dominanza. In questi animali è presente dunque la consapevolezza del bene come riferito esclusivamente a sé e tutta la comunità di macachi è basata su questo assunto: tanto è vero che, quando c’è una contesa tra due individui, un terzo senza vincoli di parentela che avesse voglia di far carriera, non si alleerebbe con il più debole ma con il più forte.
Allo stesso modo, se putacaso un individuo mostra un giorno segnali di debolezza, per malattia o altro trauma, tutti gli altri, nessuno escluso (a meno che non si tratti di una femmina imparentata) lo aggredirebbero e forse alla fine anche ucciderebbero per scavalcarlo nella gerarchia.
Probabilmente, all’interno dell’intelligenza del macaco, non esiste nemmeno un concetto come compassione per il più debole. Il più debole è soltanto un soggetto in momentanea difficoltà e che quindi può essere attaccato senza grandi rischi. Le eccezioni nel mondo animale, uomo escluso, sono poche o forse assenti del tutto.
Il bene è sempre relativo in natura, e significa molto spesso la differenza tra la vita e la morte. Un animale che vi rinunciasse dovrebbe ottenere in cambio, pena il suo rischio di estinzione, qualcosa di veramente notevole. Compassione in cambio di cosa?
Potere assoluto!
Il mondo del linguaggio simbolico conosce il bene e il male, sia in relazione a un sé come ricevente che in relazione a sé come offerente. Il bene, per il linguaggio simbolico, può essere qualcosa che ti cerca contrariamente a quello che succede per il linguaggio motorio in cui il bene è qualcosa che tu estrai dalle cose e dagli individui, dagli eventi della tua vita. Il bene insomma è qualcosa che hanno cose e individui e che tu puoi sottrarre loro, come quando l’ultimo in ordine gerarchico scopre che una macaco femmina è entrata a far parte del suo gruppo: ora anche lui ha il suo piccolo schiavetto, ora anche lui può allearsi con qualcuno davanti a sè nella gerarchia, contro l’ultima arrivata.
Il mondo che vedono i macachi reso è quello del massimo guadagno per sé, poi per ciò che è più vicino a sé cioè i parenti stretti e poi ancora per il gruppo di appartenenza. Al di fuori di questo non esiste nient’altro.
Nel correre e camminare con le braccia staccate dal suolo, l’antico uomo impara che anche quel solo movimento degli arti superiori si riferisce al camminare. E così, con quegli stessi arti, si può chiamare a sé, nel senso di camminare con gli arti superiori sollevati fino a sé, oppure si può allontanare da sé, nel senso di camminare con gli arti superiori sollevati lontano da sé.
Nasce, in questo modo, l’anfibologia del significato. Uno stesso gesto, che nel linguaggio motorio avrebbe sempre lo stesso significato, nel linguaggio extra-motorio (cioè simbolico) acquista la possibilità di avere più di un significato, la qual cosa permette anche la contraddizione.
Questa però è solo un’affermazione, che ha valore di opinione. Occorre costruire un sistema formale che dimostri il vantaggio adattivo dell’uso di un sistema linguistico basato sulla contraddizione (cioè che l’accetti, non che ne sia totalmente composto) oppure scovare prove dirette o indirette che ne confermino la validità.
Anche la creazione del valore di “assoluto” discende da questa capacità: mentre definire bene e male in funzione del proprio benessere è tipicamente un concetto relativo di un modo di sentire assoluto (infatti l’animale è vero che decide che un evento è un bene o un male in relazione a sé –sia direttamente che indirettamente- ma è anche vero che egli interpreterà sempre male come entità assoluta –non capirà cioè che da un piccolo male può discendere un bene, come per esempio estrarre una spina da una zampa), quello che fa l’umano è di definire bene e male come concetti assoluti anche se nell’esperienza quotidiana si può percepire un evento come relativamente benevolo o malevolo.
Il concetto di assolutezza del bene e del male cioè smaschera l’esistenza di queste due entità al di là del dato immediato (ti costringo a andare a scuola, anche se non ti piace, per il tuo bene) e nel contempo ne delibera la desiderabilità: cioè si desidera sempre che questa nostra vita, vissuta più che spesso come una variazione del male, sia in realtà un preludio di un bene ancora non osservabile.