E' morto Edoardo Sanguineti. E' stato un grande intellettuale, poeta, critico e il mio primo ricordo risale alla mia giovinezza, quando lo lessi sulla rivista Alfabeta, insieme ai Balestrini, ai Porta, agli Eco, ai Leonetti, ai Volponi. Lascio a altri il parlarne e riassumerne il profilo, qui, qui e qui, qui e qui.
Quello che mi preme far notare è come la morte sia un eccezionale catalizzatore, un focalizzatore. E' infatti in queste occasioni che scopriamo di aver convissuto per anni al fianco di grandi artisti, anche se prima non ce ne rendevamo abbastanza conto.
E così, ri-scopriamo o scopriamo ex-novo l'acume, la profondità, la prospettiva di artisti, attori, cantanti, statisti e, perchè no, nani e ballerine.
La cosa non mi piace molto. Cioè, attenzione, meglio tardi che mai, però c'è qualcosa che non mi torna.
E' come se l'averci liberato dall'ingombro fisico togliesse finalmente il tappo al riconoscimento del merito, che prima era come bloccato da quella sorta di ritrosìa che ci coglie nel lodare qualcuno presente.
E' un po' lo stesso che accade con "nemo propheta in patria", di cui un protagonista recente è Fabrizio Tamburini di cui parla Annarita qui.
A me questo genere di cose non piace e penso che la reticenza di molti al riconoscimento provenga da gelosia o similari sentimenti. Non è che uno diventa improvvisamente bravo dopo morto. Lo è anche prima.
Altrimenti mi sa che mi conviene morire.
