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mercoledì 13 ottobre 2010

XVI. La questione della decisione #2

Ora, perché noi ugualmente abbiamo la sensazione di essere noi stessi anche quando abbiamo di fronte delle scelte multiple da compiere? Perché sappiamo di essere noi, anche quando dobbiamo decidere su cose poco emozionanti e magari anche di routine?
Non credo che solo l’emisfero destro sia in grado di conferire la caratteristica di seità ad un organismo perché altrimenti questo organismo fallirebbe nell’auto-riconoscimento in assenza di forti emozioni. Vi è anche una vita abitudinaria che noi portiamo avanti sapendo benissimo di essere noi stessi.
Il tema che voglio approfondire è la profondità della seità nelle differenti condizioni in cui può trovarsi un organismo.


martedì 12 ottobre 2010

XV. La questione della decisione

Premessa.
Questo post è un po’ lungo. Se farete fatica ad arrivare alla fine o abbandonerete prima non avrò raggiunto il mio scopo: interessarvi. Si noti che l’intento di questo lavoro ricade all’interno del meccanismo che cerco di spiegare.  La convinzione che ciò che state leggendo è interessante deve coinvolgervi emotivamente e rappresentare una novità. La risposta a quella novità ed emozione che scateneranno queste righe sarà la convinzione che siano importanti da leggere, da cui la consapevolezza interiore che siano interessanti. La decisione di rimanere incollati al testo fino alla fine, sino allo scoprimento dell’arcano è imputabile a quella parte del nostro cervello che sola può farci compenetrare da un concetto o evento sì da crederlo vero e reale, l’emisfero destro (si considerino, per esempio, i casi di emineglect, in cui il soggetto con traumi all’emisfero destro non riesce a vivere come propri gli arti sinistri, sì da denunciare un complotto ai suoi danni consistente nell’averglieli attaccati a sua insaputa). La decisione di leggere e l'autoconsapevolezza dell’interesse che suscita la materia sono figlie del modello di decisione dell’emisfero destro in situazioni nuove ed emotivamente connotate. L’assenza di decisioni contrarie, quali ad esempio ripensamenti sul modello di auto da comprare o sul colore migliore della tinteggiatura, sono indice della emergenza di questa consapevolezza come di una cosa vera e reale, una credenza appunto, una convinzione che coinvolge tutto noi stessi.
Buon divertimento.

mercoledì 22 settembre 2010

VIII. Della decisione


Sarebbe, come si dice, una roba da chiodi, se cercassi di spiegare un mistero (differenza tra reale e immaginario) con un altro mistero (la decisione). Dunque mi tocca chiarire cosa intendo per decisione.
Proseguo sulla linea delle ultime frasi del post precedente.
Nel mondo della fantasia non si devono prendere decisioni.
Ora, bisogna spiegare cosa si vuol significare sia con la parola decisione sia con il fatto che nel mondo immaginario non si prendono decisioni.
La decisione è una scelta tra opzioni diverse. Si prenda un organismo che dorme. Probabilmente, fosse per lui, se ne dormirebbe sempre. È così piacevole dormire, niente impegni, niente stress, si sta proprio bene. Occorre rilevare però che non siamo piante, le quali dal punto di vista dello stato di coscienza si può dire che “dormano” sempre,  ma soprattutto non abbiamo la loro capacità di nutrirci dormendo. Se vogliamo mangiare, e quindi sopravvivere, dobbiamo muoverci, e per muoversi è meglio essere svegli.
La decisione di svegliarci, in assenza di eventi esterni (un rumore, un profumo intenso e così via) la prende l’organismo, da sé, con l’aumento della produzione delle catecolamine che si verifica alle prime ore del mattino, appunto per facilitare il risveglio.
Anche qui c’è una decisione su una questione dicotomica: dormire o svegliarsi?
Tutta la nostra vita è un insieme di decisioni, cose tra cui scegliere. Ma vi sono anche cose sulle quali non possiamo decidere? Per esempio, di andare a lavorare non mi passa neanche per la capa, mi tocca andare, più che una mia decisione è un obbligo. Però, se uno guarda bene, è una decisione anche quella, presa a monte, ma sempre decisione. Se vogliamo sopravvivere, e anche vivere, e non abbiamo rendite, dobbiamo lavorare. Tutte decisioni che portano  a un obbligo.
Molte volte le decisioni sono mascherate, oppure si sceglie con un condizionamento. Ne parlerò in un altro post. Per ora mi preme osservare che la vita reale di un organismo è fatta di decisioni tra due o più opzioni e che queste decisioni sono per lo più fisiologiche, ma sempre decisioni sono.
Nel mondo immaginario, invece? Io dico di no, nel mondo immaginario non si devono prendere decisioni. E questo avviene semplicemente perché noi costruiamo il mondo e lo costruiamo come vogliamo, per cui non vi è bisogno di scegliere alcunché.
La decisione, semmai, è data dallo stato in cui ci troviamo realmente, il quale ci pone l’opzione sognare (a occhi aperti) o non sognare (a occhi aperti)?
Infatti, la sensazione che spinge alla decisione di sognare è perfettamente reale, poi però, se noi controlliamo il sogno, il mondo immaginario che creiamo perde ogni necessità di scelta. Noi formiamo esattamente il mondo che vogliamo. Chiaro che può essere il mondo che ci va bene in quel momento lì, che magari non ci andrà più bene tra una settimana o un mese. Ma questo non ha importanza. Il mondo immaginario è effimero ed esiste soltanto in maniera dipendente da noi, mentre per il mondo reale è esattamente il contrario, il mondo reale esiste indipendentemente da noi e sono poche le occasioni in cui possiamo modificarlo secondo la nostra volontà.
Questa differenza, banale se vogliamo, inerente la capacità di influire sui due mondi, ci dà più informazioni di quante sembrerebbero a una prima occhiata.
La decisione influisce su qualcosa. Sicuramente influisce su di noi, secondariamente, influisce anche sul mondo reale e, in terzo luogo, influisce indirettamente sul mondo immaginario. Infatti si immagina il più delle volte ciò che si vorrebbe e che il mondo reale non ci dà. Quasi nessuno immagina cose che ha già.

martedì 21 settembre 2010

VII. Decidere o non decidere

Pure se con facilità ho parlato di mondi reali e immaginari, non è così semplice stabilirne confini e capacità di influenzarsi l’un l’altro. Soprattutto quando si fa riferimento alla mente umana. Siccome sono ben lontano dal formulare una teoria coerente che abbia una parvenza di credibilità, mi limito ad un’esposizione discorsiva, con l’unica velleità di verificare se vi sono spunti per approfondire l’ argomento.
Il tema della suddivisione in mondi o insiemi di  competenza è antico, così come tutti i tentativi che facciamo di circoscrivere, delimitare, confinare o etichettare. Non ci accontentiamo di un ragionamento fumoso, vogliamo che risponda prima di tutto alle regole del buon senso (in sostanza, che non sia strampalato), secondariamente che non faccia a pugni con la logica e le conoscenze già acquisite e infine, molto meglio, se è possibile formularne una descrizione formale in linguaggio matematico.
Il fatto è che vi sono delle obiettive difficoltà a definire il reale. Se il reale è tutto ciò che è, allora, con tutta probabilità, quando una fantasia è, cioè esiste, è reale. È fantastica, cioè esiste solo in una mente di un umano, ma comunque è.
In questo modo è difficile tracciare quei confini di cui si diceva sopra.
Non esiste niente che non abbia un nome, che non sia misurabile o concepibile che noi possiamo rappresentarci. Pure Dio è confinato e delimitato, in questo senso, tanto è vero che spesso si scorgono delle incoerenze nelle ipotesi che lo sostengono e chi non si lascia influenzare da queste incoerenze è perché usa il cuore e non la ragione.
Quest’obbligo di porre un limite è un qualcosa al quale non si può rinunciare facilmente. È per questo motivo che occorrerà soprassedere a qualche arrotondamento necessario, allo scopo di riuscire a sintetizzare qualcosa da tutto questo scavare.
Definiamo dunque i mondi rispetto agli umani. Se penso alla mia vita (e ognuno di voi è pregato, gentilmente, di pensare alla propria) so distinguere benissimo cos’è reale da cos’è immaginario. E so anche benissimo che molte cose che ritengo reali, sono immaginarie.
Arrivati a questo punto occorre stabilire una volta per tutte se un semplice pensiero che ci passa per la testa è una cosa reale oppure è immaginaria. Il pensiero potrebbe essere in relazione con un’esperienza, per esempio un collega che non ci saluta, e il pensiero potrebbe essere del tipo: ma che succede a *? Perché non mi saluta? seguito magari da alcune illazioni (a vostra scelta).
Se il saluto mancato di * è reale, è reale anche il pensiero sul mancato saluto: e le illazioni, quelle, come sono, reali o immaginarie? Vedete che non è facile decidere?

Però, se avete fatto caso alla domanda, avrete visto che ho usato il termine decidere. Allora, se io ribaltassi le carte in tavola e dicessi: tutto quello su cui non è facile decidere è reale e tutto quello su cui è facile decidere è immaginario, che direste?

Secondo questa ipotesi la domanda “e le illazioni, quelle, come sono, reali o immaginarie?” essendo una domanda di non facile decisione è reale.  Infatti la domanda è reale, è perfettamente reale. Una possibile conseguenza, inoltre, è che se rispondiamo si, sono reali o si, sono immaginarie, le illazioni diventano ipso facto immaginarie.
C’è il rischio che la gente smetta di leggere e se ne vada.

Aspettate, che c’è un continuo. L’idea è questa: la fantasia, essendo un parto del soggetto, è già pensata e sviluppata così come la vogliamo, non ha bisogno di decisioni, perciò è facile decidere perché c’è solo un’opzione. Ecco che improvvisamente un consistente numero di accademici presenta la mia candidatura al premio Nobel, candidatura che viene accolta dalla Commissione che tutta felice me la comunica con le seguenti parole “la Signoria Vostra è pregata di ritirare il premio Nobel…”.
Segue lo scrosciare degli applausi.
Ecco, in questa situazione, per me ci troviamo in un mondo immaginario, e quindi si tratta di pensieri immaginari, perché non c’è bisogno di decidere o meglio: la decisione è facilissima perché c’è solo un’opzione, vado, ritiro, ritorno.
Sentite adesso questo: mi scrive veramente la Regia Commissione per dirmi che bla bla bla ho vinto il Nobel e bla bla bla. La gioia è grande, non ve la potete immaginare (ah-ha) e saltellando come un grillo la comunico a destra e a manca eccetera eccetera. Poi cominciano a venirmi alcuni pensieri: cosa scrivo per la consegna del premio? Sarò all’altezza di fronte a quel pubblico di insigni accademici? M’impapocchierò quando sarà ora di tenere il mio discorso?
Ora, abbiate la compiacenza di verificare se questi pensieri sono soggetti a presa di decisione e se presentano più opzioni di scelta. Secondo me si. Per la mia definizione di sopra sono quindi pensieri reali.
Dunque, tutto chiaro allora. I pensieri che riguardano le possibili opzioni rispetto a scelte o azioni da compiere realmente, sono reali, mentre i pensieri che riguardano variazioni non legate direttamente  a effettive opzioni o azioni di eventi reali, ma a realtà alternative, allora quelli sono immaginari.

Più sopra, quando scrivevo ah-ha tra parentesi, e dicevo “non ve la potete immaginare” dicevo qualcosa di sensato oppure no? Perché una cosa è difficile da immaginare? Se continuo a prestare fede all’ipotesi formulata allora tutto quello che non immagino è reale, perché sottoposto al dilemma della scelta. Quale scelta? Se io dico: non ti puoi immaginare la mia gioia! Ebbene, forse per il solo fatto di averla detta, questa frase, essa è reale, qualsiasi cosa avessi voluto dire, ma se l’avessi solo pensata, sarebbe stato un pensiero reale o immaginario? Io penso che sarebbe stato reale, per l’effettiva difficoltà di decidere, da parte di un eventuale interlocutore, il livello di gioia per sperimentare la stessa che prova chi pensa la frase.

In conclusione, ritengo si possa definire immaginario il mondo della fantasia nel quale non si devono prendere decisioni. Questo mondo, definito B nel post precedente, è effimero e volatile, esiste contemporaneamente al mondo A (che, del resto, esiste sempre) e quando diventa soggetto alla decisione multipla significa che è collassato nel reale. Si noti, inoltre, che pur essendo il mondo B contenuto nel mondo A non ne è un sottoinsieme. Almeno credo, visto che con la fantasia possiamo violare le leggi della natura come niente fosse, pur non potendo rinunciare ad essere vivi (e dunque nel mondo A) per poter avere ancora fantasie.
Cosa ci riserverà il futuro, cose certe o incerte?...
(Si consideri, che, insieme a una qualsiasi domanda tipo “non ve la potete immaginare” esiste un retroterra di pensieri non espressi in parole che sostiene il concetto espresso nella domanda. È a questo insieme che si fa riferimento quando si dice pensieri immaginari o pensieri reali, e la decisione, spesso, la prendiamo senza nemmeno saperlo, inizialmente).

P.S. Per gli amanti della letteratura cito un autore a me molto caro, Raymond Queneau e il suo Suburbio e fuga, dove uno scontento Jacques l'Aumone immagina di vivere mille vite. Strepitoso e perfettamente centrato sul tema.

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