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Un recente articolo di Gianni Pardo su Fini e il suo scontro con Berlusconi all’interno del PdL mi dà lo spunto per dire due cose non sugli uomini politici, tranquilli, ma sulla teoria politica o sulla politica in generale, frase che può voler dire tutto e niente.
Dal suo argomentare si traggono alcune considerazioni.
La prima è che in politica la morale c’entra poco. Ma questo lo avevano detto fior di studiosi e anche io avevo scritto una piccola cosa a riguardo. Il fatto che ci sia una letteratura fiorente a sostegno della necessità di non vincolare l’agire dell’uomo di governo alle leggi morali vigenti nella cittadinanza non significa per me accettazione acritica di questo fatto. Si sa che la teoria politica fa parte delle cosiddette scienze sociali, scienze nelle quali ben difficilmente impera il metodo scientifico classico della conferma sperimentale, e questo non per cattiva volontà degli studiosi ma per una ovvia difficoltà di questo campo di studi ad assoggettarvisi. Da questo consegue la difficoltà di sfuggire all’ascolto di affermazioni che suonano spesso più come opinioni che teorie scientifiche.
La seconda riguarda una caratteristica degli uomini coinvolti nell’articolo, tra i quali di soppiatto si inserisce anche D’Alema, che non c’entra con la disputa Fini Berlusconi ma c’entra con il tipo rappresentato da Fini. In sostanza Pardo dice che Fini e D’Alema saranno anche intelligenti ma sono antipatici, non si sono fatti degli amici all’interno dei loro raggruppamenti, perché sono sempre pronti al sarcasmo con l’avversario, e per questo non hanno il successo che invece arride Berlusconi, il quale è un classico piacione, uno che si fa voler bene, sempre pronto a tendere la mano all’avversario sconfitto.
Non mi interessa discutere di queste opinabilissime asserzioni ma ragionare più in astratto sul ruolo dell’uomo politico come rappresentante di un partito e uomo politico come amministratore.
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Forse le affermazioni che sto per fare non trovano tanti esempi nella storia politica del mondo, e forse in generale si ritiene che l’esercizio del comando sia un’attività che genera quei comportamenti che poi osserviamo. Ma questo non ha importanza. Ricordo solo che prima che qualcuno dicesse che lo schiavismo era una pratica indegna veniva considerata lecita; oppure, ai tempi della caccia alle streghe, si riteneva che se un’accusata di stregoneria si salvava dall’annegamento voleva dire che era una strega e allora veniva bruciata, mentre se moriva significava che era innocente; anche questo modo di pensare si è modificato (almeno in occidente, o meglio, in certe parti di occidente): se l’uomo avesse pensato sempre allo stesso modo e ritenuto impossibile ogni idea innovativa che gli passava per la mente saremmo ancora all’età della pietra. La storia dell’umanità è una storia di creatività: modi nuovi per risolvere vecchi problemi, e modi vecchi per risolvere problemi nuovi.
Questa frase all’aspetto banale significherebbe: problemi vecchi come per esempio trasportare dei massi pesanti, oppure navigare in mare aperto senza vedere la costa, oppure controllare il fuoco, sono stati risolti usando l’immaginazione, osando, andando al di là del crudo dato sensoriale. Ma dalle soluzioni vengono pure nuovi problemi: la gestione di grandi agglomerati, i metodi di trasporto, l’approvvigionamento del cibo ecco, questi e altri nuovi problemi spesso sono stati risolti utilizzando tecniche che già esistevano in natura, per altri scopi. Un esempio su tutti è il grande Leonardo, vero principe degli osservatori della natura per catturarne i suoi segreti.
Da quando ho la facoltà di intendere sento parlare di leader politici legati a un partito. Ora, partito viene dal latino PARTìRI che significa dividere. Cosa vuol dire? Vuol dire che un partito è un insieme di enti diviso dagli altri da almeno una caratteristica: una di queste possono essere le idee.
Appartenere a un partito significa avere certe idee riguardo alla politica, alla società, alle relazioni tra gli uomini, allo sviluppo economico e così via. E significa anche avere degli ideali, che altro non sono che idee che prendono forma di progetto da volersi realizzare.
A un rappresentante di siffatta specie io posso cedere, per un tempo limitato, il governo della nazione anche se non è il mio diretto rappresentante, perché costui, insieme ovviamente a tutti quelli che fanno parte di quel partito, raffigura e trasporta in sé gli ideali e i desideri di tutti quei cittadini che lo hanno votato. Questa caratteristica ricopre un ruolo fondamentale nella definizione di dignità rappresentazionale. È necessario che questi ideali abbiano le caratteristiche di ammissibilità, e cioè che rientrino nell’alveo democratico: questa è l’unica caratteristica obbligatoria, essendo le strategie di perseguimento del bene comune notoriamente variabili e ognuno c’ha le sue.
Insieme però al trasporto degli ideali e volontà di un popolo, questi individui trasportano dell’altro: un patto di fedeltà a quegli ideali, dai quali non derogare se non per aggiustamenti di rotta. Questo è fondamentale perché è proprio su questi intenti che si basa la scelta (o almeno, mi piacerebbe che così fosse, ma non sono così ingenuo da crederci) dell’elettore. Riconoscere ideali e persone nei quali identificarsi e ai quali delegare il governo della cosa pubblica.
Nell’essere un semplice tramite di questi pesanti portati, gli uomini politici dovrebbero ridurre al minimo le richieste personali cioè dovrebbero risultare coerenti con il pensiero che trasportano e minimizzare il ruolo egoistico dell’organismo che lo trasporta. Chiaro: nessuno chiede dei santi o eroi. Ma l’impegno di fondare il consenso sulle idee esige l’obbligo del mantenimento degli ideali. Invece quello che facilmente tutti possono osservare, anche quelli con le aperture visive più coperte, è la spasmodica ricerca del potere.
Il potere è una droga, è una cosa arcinota. Ma è proprio dal saper resistere a quella lusinga che deriva l’autorevolezza di uno statista e il riconoscimento anche da parte del cittadino che non l’ha votato. È in questa situazione che non è consentito “licenziare” il governante ma occorre rispettare i tempi stabiliti. Perché ho detto licenziare? Perché molto spesso si sente dire che un buon governante deve essere soprattutto un buon amministratore. Ora, se porto all’eccesso queste considerazioni potrei ricavarne la conclusione che un buon politico è esclusivamente un buon amministratore. Ma l’amministratore, prendiamo quello di condominio per esempio, non è portatore di un ideale, al quale ideale si deve il rispetto in quanto progetto politico che impegna desideri e aspettative: l’amministratore è un funzionario senza idee personali che esegue un compito. Se non si è soddisfatti lo si licenzia, anche prima del termine. Un uomo politico che trasporta in sé degli ideali no, non lo si può licenziare prima del tempo (a parte situazioni particolari, ovvio) occorre sottoporlo alla scelta dell’elettore, a ogni scadenza, dopo avergli dato la possibilità di realizzare i suoi (e di chi l’ha votato) ideali.
Questa differenza non è di poco conto.
(continua…)


