mercoledì 10 marzo 2010

Complessità del sé e distribuzione dello stress /2


Un effetto delle affermazioni della Linville, che la complessità rappresentazionale del sé contribuisce a una maggiore capacità di affrontare i cambiamenti, è quello che l’espressione affettiva raggiunge picchi più elevati nei soggetti a bassa complessità, perché quando è coinvolto un singolo aspetto della loro personalità (intesa magari come una superficie circolare) questo rappresenta una porzione considerevole del tutto. Questa constatazione seguiva un suo lavoro del 1985[1] in cui appariva chiaro che i soggetti  a bassa complessità del sé erano più esposti a variazioni del tono dell’umore di soggetti di controllo.
Nel suo lavoro del 1987 l’autrice sottopone a un test di complessità del sé e a una misura degli eventi stressanti, 106 studenti universitari. Ella fornisce ai soggetti dei cartoncini (33) con segnati dei tratti comportamentali o di personalità e chiede di compilare dei raggruppamenti dei propri aspetti rappresentazionali e di descriverli con i cartoncini consegnati. Il punteggio varia con il numero dei gruppi creati (punteggio aumenta) che corrispondono ai diversi aspetti di sé e varia anche con il numero ridondante dei tratti (punteggio diminuisce) usati per descrivere ogni aspetto di sé.
Il risultato rilevante è stato una  relazione tra i soggetti a elevata complessità del sé e elevata quantità di eventi stressanti e quelli a bassa complessità del sé e bassa quantità di eventi stressanti, e cioè un numero limitato di sintomi (di stress).
Altro dato interessante era che i soggetti a elevata complessità del sé e bassi eventi stressanti presentavano comunque più sintomi dei soggetti a bassa complessità e bassi eventi stressanti, caratteristica spiegata con il fatto che l’estremizzazione affettiva dei soggetti a bassa complessità faceva percepire loro, rispetto a tutti gli altri, come più felici situazioni con basso numero di stress. E del resto, per lo stesso motivo, questi soggetti a bassa complessità erano maggiormente aggredibili dalla depressione anche per stress di modesta entità. Dal punto di vista dei più complessi il fatto era invece spiegato con la necessità  di dover mantenere una maggiore tensione per gestire livelli più elevati di complessità rappresentazionale.
Quali considerazioni possiamo trarre da questi lavori?
In linea generale, nel verificare una maggiore immissione emotiva nei soggetti a bassa complessità, possiamo tentare la spiegazione quantitativa data altrove, che implica l’esistenza di una quantità definita emotoria,  genericamente simile in tutti i soggetti e che viene poi distribuita negli aspetti importanti che necessitano  un valore. In parole semplici: se creiamo una rappresentazione di noi stessi composta di pochi elementi, questi si aggiudicheranno una quantità emotoria maggiore rispetto al totale di quanto accadrebbe se la nostra rappresentazione fosse composta di molti elementi.
L’evento stressante si manifesta ogni volta che qualcosa impedisce un’esecuzione. Il freddo è un evento stressante perché ti impedisce di startene fermo lì a sentire freddo e ti costringe a agire, a allontanarti dalla fonte e cercare un riparo. Se un evento ti impedisce di vedere la finale della tua squadra di calcio ecco che anche questo è un evento stressante perché contrasta con una serie di movimenti programmati da eseguire e impediti.
Questo secondo esempio non riguarda solo gli atti motori propriamente detti, quelli fisici conosciuti da ognuno di noi ma anche una loro variante, come dire, solo mentale (di cui peraltro è stata riconosciuta l’efficacia –vedi questo post qui). Sono movimenti mentali che potremmo anche definire emovimenti, movimenti possibili programmati in anticipo per essere eseguiti in futuro, ma che evidentemente hanno rilevanza come quelli veri anche se vengono impediti al solo livello mentale,  perché ugualmente in grado di scatenare risposte stressorie come quelli fisici.
(to be continued…)


[1] P.W. Linville, Self-Complexity and affective extremity: don’t put all your eggs in one cognitive basket, in Social Cognition, 3, p. 94.

10 commenti:

  1. Paopasc, secondo Guidano (che lo avevo letto ed era anche una specie di tuo zio, secondo me, e adesso me lo sono andato a riguardare per colpa tua) : il Sé organizza la propria esperienza, costituisce un modo di darsi coerenza e consistenza nel contesto al quale appartiene. Che già questa è una definizione che mi lascia perplessa, ma chi sono io per contraddire Guidano, eh? Comunque...
    L'esperimento della Linville è stato effettuato con soggetti appartenenti allo stesso contesto? E con ciò non intendo che fossero tutti studenti universitari, questo è abbastanza irrilevante a definire un "contesto". Perchè mi sembra che la "complessità del sè" sia postulata. Potresti chiarire? Parli di quantità disponibile di emovimenti, una quantità genericamente identica che verrà distribuita in fette maggiori in quei soggetti, che tu chiami a "bassa complessità", che possiedono "scatole grandi" e quindi numericamente inferiori di quelli ad "alta complessità" e concludi che tanto più è bassa la quantità di "scatole", tanto più intensa è la percezione/reazione.
    Leopardi non credo si potesse dire che possedesse una mente con poche "scatole", eppure era capace di un pessimismo non a caso detto "cosmico". Può darsi che Leopardi costituisse un'eccezione, come gli artisti e in generale i talenti che si discostano dalle statistiche, ma io penso che questo concetto della "complessità del sè" non sia per nulla esaustivo. O almeno, Guidano, Linville, Paopasc, io non riesco a capirlo. La complessità del sè è verificabile nel confronto tra il Sé e il Mondo, e quanto più Mondo conosci, tanto più il tuo sé diviene "complesso"? Emily Bronte, Emilio Salgari, lo stesso Lepardi... non è che avessero sperimentato poi tutto questo "mondo", a parte quello autocostruito sulla base delle loro letture e delle loro fantasie... tutte eccezioni?
    "L'estremizzazione affettiva" è una caratteristica che sfugge allo schema troppo semplicistico della "complessità del sè", e poi con quali parametri è valutabile, questa cosiddetta "estremizzazione"? Che cos'è allora il Temperamento, o l'Indole, o vogliamo dire bambinescamente e semplicemente il Carattere? Puoi anche non rispondermi, che intanto io ci penso e magari capisco qualcosa in più: mi avvarrò della facoltà delle tua Conoscenza Tacita.
    B

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  2. una donna ,ma tanti perche'11 marzo 2010 11:13

    http://www.cartolinespeedy.it/zoom_cartolinespeedy.htm?immagine=86.swf

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  3. Ah, il vecchio caro zio Guidano!
    Rispetto a quella definizione, che trovo giusta per il sè della coscienza secondaria, in cui l'operatività del linguaggio simbolico garantisce la possibilità di "formare" un sè, esiste il sè della coscienza primaria, che si forma attraverso l'interazione motoria con il mondo.
    Non confondere però la complessità rappresentazionale del sè con la ricchezza intellettuale.
    L'estremizzazione è valutabile con parametri solitamente di autovalutazione, però significativi. Unisci le due cose e otterrai Leopardi, tante scatole come dici tu, ma probabilmente sono cartellini appiccicati a pochi gruppi, e sono i gruppi a collezionare le quantità emotorie.
    Continuo dopo...

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  4. si paolo ritengo esattamente che tutti vogliano avere le leve del comando innome della democrazia solo che poi comandare nno lo sanno fare (è un arte difficile essere leader) e cosi succede quello che sio vede, lito condominiali paeasane comunali provinciali regionali (dannate regioni) nazionali ecc ecc

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  5. Grande Paolo, mi ci ritrovo.

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  6. Grazie Stella! E uno!
    ahahahahaha

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  7. http://digilander.libero.it/magia_vs/BUONANOTTE.gif

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  8. Ma che bella Buona notte! sembra quella delle Mille e una ...

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  9. ..... notte ,Dio non ne ha create di uguali fu amaro il suo inizio ,ma com'è dolce la sua fine.

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  10. Ma qui si sconfina nel poetico.

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