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giovedì 20 maggio 2010

Interferenza e complessità /3: la comprensione presuntuosa


Interferenza e complessità. Chiariamo intanto i due termini. L’interferenza è causata dal processo di ricostruzione in cui, come visto sopra, la presunzione di aver compreso il mondo, sia fisicamente che cognitivamente, può giocare brutti scherzi, come quando si valutano male distanze e peso e invece di un bel tuffo si dà una spanciata, oppure come quando si ammette di aver capito un concetto ma se richiesti di rispondere a qualche domanda si dimostra il contrario.
Questa è per me l’interferenza della comprensione “presuntuosa” del mondo che appunto interferisce con le nostre uscite motorie e verbali. Ma dirò di più, si comprende anche al di là di quello che immaginiamo e che poi a volte portiamo alla coscienza sotto forma di intuizioni. A chi non è capitato, a volte, di evitare disgrazie solo perché ha fatto qualcosa “senza pensare” ma che in realtà aveva pensato, come comprensione del mondo presuntuosa e inconsapevole?
Cos’è che agisce nel cervello, tra le sinapsi dei nostri neuroni, che si organizza a formare conoscenza, conoscenza, conoscenza? Cos’è tutta questa conoscenza che il cervello si sforza di fare? Perché, posto di fronte a qualunque evento o fenomeno, il cervello cerca di costruirne una conoscenza? E su cosa si basa?

Per come la vedo io il cervello è un ottimo strumento di acquisizione delle informazioni dall’errore. L’errore fornisce molte più informazioni di un’azione eseguita correttamente. Chiaro che non si impara solo dall’errore.
Nel groviglio di neuroni attivati da uno stimolo ambientale esistono numerosi circuiti di differente forza sinaptica. Probabilmente sono attivi anche circuiti “sbagliati” o incompleti.

Cos’è la cosa che un organismo animale ama di più? Per ottenere tutto quello che desidera, soldi, sesso, potere, deve muoversi, non può starsene fermo in attesa. E allora io penso che la natura abbia premiato quegli organismi animali che amano muoversi.
Ma muoversi casualmente non è sempre la strategia ottimale. Grossolanamente gli animali prolificano in due modi: o partoriscono pochi figli per volta che richiedono numerose cure e che solitamente finiscono per possedere strutture complesse, sia comportamentali che fisiche, oppure partoriscono molta prole che si sviluppa da sé, puntando sul numero.
O la qualità o la quantità.
E il cervello che fa? Punta sulla quantità o sulla qualità?
Il cervello punta su entrambe.

Per prima cosa l’organismo ha bisogno di un sistema che lo induca a agire. Niente è meglio della quantità. In generale i primi movimenti nella vita di un organismo sono scomposti, scoordinati, imprecisi. Se questo organismo è un animale il sistema nervoso tenderà a sacrificare molti circuiti inutili utilizzando la qualità. La qualità è rappresentata dal rimando dei sensi.
Perché, successivamente, l’organismo non utilizza solo il sistema qualitativo?
Il sistema qualitativo è, secondo me, troppo limitato. Agisce a colpo sicuro e quindi deve conoscere i fenomeni da trattare. Il sistema quantitativo permette di affrontare anche situazioni impreviste. Cioè, diciamo meglio, il sistema quantitativo crea comprensioni anche inconsapevoli, appunto perché a ogni evento non ne crea una sola ma molte. Mi spiego meglio: di fronte a un fatto o fenomeno dell’ambiente, il cervello produce una grande quantità di circuiti, la maggioranza dei quali non verranno usati, ma non sono inutili. I fatti, anche se conosciuti, possono prendere pieghe impreviste. Per non trovarsi svantaggiati e perdenti bisogna avere la capacità non di ricominciare dall’inizio la comprensione ma di azzerare, da un certo punto in avanti, e di ripartire in un’altra direzione. Quest’altra direzione deve essere presente in linea di massima come comprensione presuntuosa, altrimenti non funziona.
Faccio notare che  il cervello è suddiviso in due emisferi, ritenuti responsabili di una conoscenza consuetudinaria e di una conoscenza innovativa. L’emisfero sinistro, analitico, è per la prima, e quello destro, sintetico, è per la seconda.

mercoledì 5 maggio 2010

Empatia e suscettibilità

 
C’è una cosa che da sempre mi incuriosisce e è la constatazione che le parole possono indurre uno stato d’animo molto forte ma possono essere ugualmente incapaci di modificarne uno esistente.
A quale oscuro meccanismo si deve questa ambivalenza?
Se per esempio vi colpisco al volto con un ceffone, ho quasi l’assoluta certezza di scatenare una risposta, che potrà manifestarsi con la medesima azione, o con un urlo risentito, o con un silenzioso disprezzo o come volete voi: di certo l’atto non passerebbe inosservato.
Ma perché agisca una parola deve avvenire qualcosa di diverso. L’atto fisico (un ceffone come un bacio) modificano lo stato esistente dell’individuo, e questo è opera dell’integrazione sensorimotoria.
Per la stretta dipendenza dell’assetto motorio dagli ingressi sensoriali, ogni nuova percezione è in grado di stimolare un cambiamento nella  disposizione motoria attiva in un qualunque momento della nostra vita. Parimenti agli ingressi sensoriali si deve l’attivazione di quelle condizioni particolari che definiamo emozioni e che servono come carburante per un qualche tipo di azione.
In linea generale vi sono persone che sono più suscettibili all’effetto delle parole altrui e altre che lo sono meno. Solitamente, quelle più suscettibili sono anche quelle che si offendono o diventano euforiche più facilmente.
Questa caratteristica, di risentirsi dal punto di vista emotivo, di parole e atti altrui, a cosa si deve? Avevamo già affrontato questo tema in alcuni post (vedi, per esempio, Complessità del sé e distribuzione dello stress /1, e /2) nei quali si deduceva che una bassa complessità del sé predisponeva a una maggiore suscettibilità a eventi stressanti, capaci di compromettere una di queste rappresentazioni di sé.
Ora, un meccanismo che interferisce con la rappresentazione del sé potrebbe essere quello legato ai neuroni specchio (si veda I neuroni specchio): l’empatia.
Noi sappiamo che certe caratteristiche del carattere sono dovute a differenze nella fisiologia cerebrale dei neurotrasmettitori. Per esempio, nella depressione si usano farmaci che bloccano la ricaptazione della serotonina: la serotonina viene liberata dal bottone presinaptico in risposta all’arrivo di un potenziale d’azione, ma viene ben presto ricatturata e resa indisponibile per il bottone postsinaptico. Il farmaco interferisce con questa ricattura in quei casi in cui la produzione serotoninergica è ridotta e occorre più tempo per aversi un legame sufficiente con i recettori del bottone postsinaptico.
Viene dunque da considerare che la maggiore o minore capacità empatica possa riconoscere un malfunzionamento della normale fisiologia cerebrale. Una capacità empatica superiore, per esempio, la si osserva nel genere femminile rispetto a quello maschile.
Empatizzare significa rivivere le emozioni o stati d’animo altrui, per la loro comprensione. Questa nuova sensazione entra in competizione con quelle esistenti: se per esempio sono di buon umore e osservo un filmato con delle torture su esseri umani il mio umore cambierà. In relazione al grado di empatia che sono in grado di instaurare si modificherà il mio stato d’animo. Altri fattori possono aumentare o diminuire il grado di empatia, come parentela, legami affettivi, caratteristiche dei soggetti osservati (bambini o adulti) eccetera.
Al normale stato d’animo che proviamo per la maggior parte del tempo concorrono diversi fattori, molti dei quali si stabiliscono attraverso una relazione con i fattori ambientali che incontriamo di volta in volta. Ci deve essere anche una rappresentazione di sé composita che tende a rimanere stabile, ma è comunque dall’interazione con l’ambiente che scaturisce l’esito rappresentazionale finale.
(to be continued…)

mercoledì 17 marzo 2010

Conformazione anatomica della mente



C’è un lavoro su Plos che dimostrerebbe come in un compito di memorizzazione di una sequenza di scene, la presentazione concomitante di un compito di riconoscimento di lettere, con focalizzazione dell’attenzione su questo riconoscimento (con la scena da ricordare in sottofondo) aumenta la capacità di ricordare le scene  rispetto all’assenza di questo compito. Questo purchè il compito di riconoscimento di lettere sia rilevante dal punto di vista comportamentale. La presenza di questo compito, pur sottraendo attenzione alle scene oggetto poi di investigazione al termine del test, finiva con il favorirne la memorizzazione a breve termine. È quello che potremmo definire un rafforzamento simultaneo, laddove il direzionamento dell’attenzione verso un oggetto bersaglio pur distraendo l’attenzione dal vero compito di memorizzazione finisce per conferirgli ugualmente importanza per la contemporaneità dell’evento.
Il discrimine forse è la caratteristica dell’elemento target di fissazione. Un target concentrato attrae maggiore attenzione motoria rispetto a un target diffuso. E la concomitanza dei due eventi fornisce alle scene da ricordare quell’aumento di memorizzazione che la loro natura troppo dispersiva (scene complesse) non consentiva.
Vi è una relazione tra queste caratteristiche di distribuzione dell’attenzione e memorizzazione di eventi e l’interferenza e la complessità rappresentazionale del sé?
Mi chiedo se possa darsi una relazione inversa. Se cioè una situazione di riconoscimento distribuito possa lasciarsi distrarre più facilmente da un evento concentrato come un’interferenza.
E il punto di vista particolare di ogni umano, caratteristica, potremo dire, fisica della sua mente, possiamo considerarlo una specie di bersaglio di fissazione che permette un aumento di memorizzazione a breve termine, ovviamente quando la correlazione  sia rilevante per il comportamento?
Possiamo immaginare il sé come un elemento di fissazione permanente? In fondo noi sappiamo di essere noi stessi quasi ogni minuto della nostra vita da svegli, e ci ricordiamo le scene che viviamo, magari anche quelle che non hanno grandi appigli mnemonici, in virtù del fatto che avvengono simultaneamente alla fissazione dell’attenzione su noi stessi.
E forse è per il motivo opposto che durante il sonno, quando non esiste un compito di fissazione su di sé, la vita percettiva che viviamo attraverso i sogni ha scarsa importanza e il più delle volte non viene ricordata?
Ma c’è dell’altro.
Se è vero che una rappresentazione di sé poco complessa favorisce la mutabilità emotiva, gli alti e i bassi dell’umore, grazie a un’influenza maggiore su di sè degli eventi che si vivono, mentre su soggetti a elevata complessità rappresentazionale ciò non avviene, dobbiamo dedurne che nel primo caso vi è rilevanza comportamentale tra i due compiti (diciamo così) e cioè codificazione mnemonica del sé in contemporanea all’evento bersaglio (un qualsiasi evento della vita) , mentre nel secondo caso questo non si verifica.
Queste caratteristiche potrebbero dirci qualcosa sugli individui, posta la relativa eguaglianza di un evento al quale possono essere assoggettati, e cioè sulla “conformazione anatomica della mente”, insomma il punto di vista mentale, quello che insieme al punto di vista corporeo, pretende di guidare tutto l’organismo.
(to be continued…)

sabato 13 marzo 2010

Interferenza e complessità /2


Il punto di vista.
Quando noi osserviamo un evento lo facciamo dal nostro punto di vista. Questo significa che un certo grado della nostra osservazione dipende da una conformazione osservante che già esiste, che saremmo poi noi stessi.  Nessuno riesce a estendere la gamba sulla coscia oltre i 180°, potremo definire questa ovvietà come un “punto di vista” del nostro corpo motorio?
Se così fosse anche il nostro corpo motorio avrebbe, come dire, dei “pregiudizi”, che altro  non sarebbero che limiti anatomici alla comprensione dello spazio fisico.
Tanto per fare degli esempi, insetti come le formiche riescono a camminare, oltre che ovviamente su un piano orizzontale, anche lungo una parete verticale e a testa in giù da un soffitto, senza subire effetti pregiudizievoli. Questa è una cosa (quasi) impossibile per noi, ma da questo non discende nessuna particolare recriminazione, a meno che non si consideri l’impossibilità di muoversi causata dalla malattia o dalla senescenza.
Questo limite anatomico all’esecuzione di certi atti motori non riguarda per intero la nostra comprensione motoria del mondo, quella definibile come coscienza primaria, perché altrimenti sarebbe impossibile percepire enti al di fuori della nostra portata ma non al di fuori della nostra percezione. E in effetti spesso succede di osservare filmati nei quali qualche umano o qualche animale diventa protagonista di questo errore di presunzione, collezionando una defaillance fisica. La spiegazione che fornisco è che la ricostruzione motoria del mondo non agito (il mondo agito è quello che agisco nel momento, per esempio quando poso il piede a terra mentre cammino, o sollevo le braccia per prendere un oggetto da una credenza, il mondo non agito ma solo ricostruito dal punto di vista motorio è tutto quello che si sottopone ai nostri sensi, che noi comprendiamo senza agirlo, come per esempio il paesaggio in lontananza, o il traffico che si snoda osservato dall’alto di una finestra) ha vincoli meno limitanti rispetto all’azione vera e propria, che deve attivare i meccanismi propri dell’atto motorio che guidano il sistema muscolo-scheletrico. Per questo si può compiere un atto di presunzione motoria ricostruendo un atto potenziale superiore alla nostre capacità. Se ci pensate bene questo meccanismo supponente e presuntuoso è necessario perché la gran parte dei meccanismi di controllo motorio dei nostri movimenti si forma con l’esperienza  e se avessimo un sistema che ci permette di comprendere solo ciò che già sappiamo dovremmo nascere già imparati.
Ora, se riteniamo non impossibile l’esistenza di quello che abbiamo definito punto di vista motorio all’osservazione del mondo, punto di vista che in qualche modo condiziona le nostre percezioni, allora possiamo, usando l’analogia (con parsimonia) accettare anche che esista un punto di vista cognitivo sulle cose (e di fatto noi sappiamo perfettamente che esiste) e che questa sia, in qualche modo, obbligato, così come il suo fratello motorio.
Il concetto che vorrei sviluppare è dunque quello che noi siamo vittime obbligate di un punto di vista nell’osservare gli eventi della nostra vita, sia che utilizziamo la coscienza primaria sia che utilizziamo quella secondaria. In più, se accade che durante l’osservazione di questi eventi noi siamo vittime di una interferenza, nel senso che indicavo nel post precedente, e cioè di uno stress che improvvisamente elimina un nodo della nostra rappresentazione del mondo o del sé, allora il nostro sistema di rete tenderà a convogliare quella quantità definita emotoria (quantità emotivo-motoria disponibile) lungo quei collegamenti che meglio di altri suppliscono allo stress dell’impedimento motorio .

Prima di continuare è forse meglio chiarire quello che intendo per stress dal punto di vista del sistema nervoso. L’ipotesi principale che faccio è che il sistema nervoso sia un meccanismo di direzione e controllo del movimento, che si attua insieme al sistema muscolo-scheletrico. Negli animali (o in quelli che più genericamente potremo definire organismi non vegetali) il movimento sostituisce, a un certo punto, la crescita continua. Invece di crescere verso il luogo dello spazio verso il quale ci si vuole dirigere, l’animale usa il movimento per muoversi verso quel luogo. A questo punto, ogni impedimento all’esecuzione di qualsiasi movimento lo definirei come uno stress. È una definizione approssimativa, ma per il momento sufficiente. Comunque vi invito anche a leggere qui una definizione più classica di stress.
L’impedimento di un atto motorio comporta una liberazione chimica (cortisone e catecolamine) che ha lo scopo di ri-attivare un’interruzione che il sistema nervoso ritiene da ascriversi a una sorta di deficit di neutrasmettitori. È come se dicesse: accidenti ci è impedito il movimento, forse ci sono pochi neurotrasmettitori, inviamone un po’. Questo per quanto riguarda la quantità motoria. Ma esiste anche una qualità motoria, che è lo spazio. Per agire in uno spazio qualsivoglia occorre possedere forme che si spostano in questo spazio. Anche il movimento stesso può essere definito come una serie di forme che occupano spazi diversi in tempi diversi, cioè al tempo t0 noi siamo in un certo posto s0 e in un altro tempo t1 noi siamo in un altro posto s1 e così via. Un po’ come succede con una pellicola cinematografica: un film si compone di fotogrammi statici che osservati a una certa velocità (numero di fotogrammi al secondo) danno l’idea di un movimento continuo.

Per tornare alle considerazioni iniziali, potremmo chiederci: se per il sistema motorio e quindi per la coscienza primaria il punto di vista è il limite anatomico, per la coscienza secondaria e il suo correlato intenzione motoria, da cosa è costituito il punto di vista?
Se è vero che per quanto riguarda il punto di vista motorio, una certa “uniformità” nella macro-composizione della struttura degli umani fa sì che vi sia uniformità anche nella composizione di questo punto di vista, è anche vero che il versante della coscienza secondaria e delle intenzioni motorie oppone meno vincoli macroscopici alla difformità, e  è quindi lecito attendersi una qualche sostanziosa diversità dei punti di vista in ogni singolo umano preso a riferimento.
(to be continued…)

giovedì 11 marzo 2010

Interferenza e complessità /1



I recenti fatti di cronaca politica rafforzano certe mie convinzioni. La realtà può essere rappresentata in maniera diametralmente opposta, con il massimo della buona fede, da due diversi osservatori.
Nella lettura degli eventi della realtà, un qualunque osservatore oltre a percepire gli stimoli provenienti dall’ambiente che i suoi organi di senso riescono a cogliere, e oltre a convertirli in atti motori necessari alla comprensione di quell’ambiente, rileva anche un mondo di intenzioni motorie camuffate dietro una spessa coltre di elementi simbolici dotati di numerosi significati, riconducibili quasi tutti (in my opinion) a atti motori, comunque complessi.
Queste intenzioni motorie camuffate altro non sono che le parole e il mondo seminascosto che vi  prolifera. Si deve alla complessità dei suoi legami con gli atti motori fisici e all’uniformità emotoria necessaria a metterlo in atto la difficoltà di risalire facilmente da un atto intenzionale camuffato a un atto motorio fisico. E è a causa di questa difficoltà che facilmente insorgono incomprensioni sul reale significato (che qui vuol dire atto motorio, cosa fisica, vera, indubitabile) di queste intenzioni motorie camuffate.
In un paio di pezzi precedenti provavo a dimostrare che l’esistenza di una rappresentazione complessa del sé è indice di maggiore resistenza agli effetti confondenti o deprimenti di una situazione stressoria che intacchi una di queste rappresentazioni. L’analogia della complessità rappresentazionale del sé con una rete distribuita serve a comprendere figurativamente come l’interruzione di un nodo qualsiasi (anche un hub, cioè un nodo con tanti collegamenti) non compromette seriamente l’intera rete, come invece potrebbe avvenire con reti centralizzate o decentralizzate.
Si immagini allora la complessità, al di là dei suoi contenuti qualitativi, come una pura e semplice resistenza alla distruzione. In realtà noi possiamo figurarci benissimo due reti, una distribuita con un basso numero di nodi e una decentralizzata con un alto numero, in cui quella distribuita è comunque in grado di resistere meglio alle aggressioni degli stimoli stressanti.
Allo stesso modo si può operare con le convinzioni. Le si può cioè ridurre a uno schema, a una rete, in cui tutti gli elementi siano collegati tra loro così come avviene quando si forma un concetto. In pratica i collegamenti non seguono unicamente la sequenza logica di esposizione del concetto, ma vi sono legami anche tra punti non sequenziali della successione. Per esempio, nel caso richiamato all’inizio, la cronaca politica ci mette sotto il naso l’evento conosciuto di due liste che non fanno in tempo a iscriversi alle elezioni del 28 e 29 marzo.
Come è possibile che esistano, come di fatto accade, due ricostruzioni opposte di un medesimo evento?
Il problema è per me legato alla formazione di idee e concetti quando sia coinvolta una elevata quantità emotoria, che può svilupparsi in seguito a fenomeni che attraggono quantità emotorie depositate (per esempio una produzione catecolaminica, tipica risposta a uno stress) e le rendono disponibili per l’azione. Se l’azione motoria non è possibile queste quantità emotorie che rimangono in circolo e convergono sulla forma che garantisce la massima possibilità intenzionale motoria tra quelle disponibili.
Mi spiego.
Nel momento dello stress acuto conseguente l’esclusione dalle elezioni si cerca la ricostruzione dei fatti per capire quello che è successo. L’esclusione in sé però comporta la produzione di imponenti quantità emotorie (catecolaminica) che dovrebbero preparare all’azione.  Immaginiamo di non voler sapere niente delle arzigogolate spiegazioni del fenomeno ma di guardare solamente alla formazione della rete di queste spiegazioni.
Ecco che allora io penso che se ci trovassimo di fronte a una rete decentralizzata come in fig. 1a l’eliminazione di un nodo comporterebbe una situazione di impossibilità di accedere a alcuni nodi, come si vede in fig. 2a.





Ora, quello che vorrei comprendere la prossima volta è se la complessità rappresentazionale del sé coinvolge anche la rappresentazione degli eventi, se si possono creare interferenze tra le due rappresentazioni o se invece agiscono sempre influenzandosi.
(to be continued…)

mercoledì 10 marzo 2010

Complessità del sé e distribuzione dello stress /2


Un effetto delle affermazioni della Linville, che la complessità rappresentazionale del sé contribuisce a una maggiore capacità di affrontare i cambiamenti, è quello che l’espressione affettiva raggiunge picchi più elevati nei soggetti a bassa complessità, perché quando è coinvolto un singolo aspetto della loro personalità (intesa magari come una superficie circolare) questo rappresenta una porzione considerevole del tutto. Questa constatazione seguiva un suo lavoro del 1985[1] in cui appariva chiaro che i soggetti  a bassa complessità del sé erano più esposti a variazioni del tono dell’umore di soggetti di controllo.
Nel suo lavoro del 1987 l’autrice sottopone a un test di complessità del sé e a una misura degli eventi stressanti, 106 studenti universitari. Ella fornisce ai soggetti dei cartoncini (33) con segnati dei tratti comportamentali o di personalità e chiede di compilare dei raggruppamenti dei propri aspetti rappresentazionali e di descriverli con i cartoncini consegnati. Il punteggio varia con il numero dei gruppi creati (punteggio aumenta) che corrispondono ai diversi aspetti di sé e varia anche con il numero ridondante dei tratti (punteggio diminuisce) usati per descrivere ogni aspetto di sé.
Il risultato rilevante è stato una  relazione tra i soggetti a elevata complessità del sé e elevata quantità di eventi stressanti e quelli a bassa complessità del sé e bassa quantità di eventi stressanti, e cioè un numero limitato di sintomi (di stress).
Altro dato interessante era che i soggetti a elevata complessità del sé e bassi eventi stressanti presentavano comunque più sintomi dei soggetti a bassa complessità e bassi eventi stressanti, caratteristica spiegata con il fatto che l’estremizzazione affettiva dei soggetti a bassa complessità faceva percepire loro, rispetto a tutti gli altri, come più felici situazioni con basso numero di stress. E del resto, per lo stesso motivo, questi soggetti a bassa complessità erano maggiormente aggredibili dalla depressione anche per stress di modesta entità. Dal punto di vista dei più complessi il fatto era invece spiegato con la necessità  di dover mantenere una maggiore tensione per gestire livelli più elevati di complessità rappresentazionale.
Quali considerazioni possiamo trarre da questi lavori?
In linea generale, nel verificare una maggiore immissione emotiva nei soggetti a bassa complessità, possiamo tentare la spiegazione quantitativa data altrove, che implica l’esistenza di una quantità definita emotoria,  genericamente simile in tutti i soggetti e che viene poi distribuita negli aspetti importanti che necessitano  un valore. In parole semplici: se creiamo una rappresentazione di noi stessi composta di pochi elementi, questi si aggiudicheranno una quantità emotoria maggiore rispetto al totale di quanto accadrebbe se la nostra rappresentazione fosse composta di molti elementi.
L’evento stressante si manifesta ogni volta che qualcosa impedisce un’esecuzione. Il freddo è un evento stressante perché ti impedisce di startene fermo lì a sentire freddo e ti costringe a agire, a allontanarti dalla fonte e cercare un riparo. Se un evento ti impedisce di vedere la finale della tua squadra di calcio ecco che anche questo è un evento stressante perché contrasta con una serie di movimenti programmati da eseguire e impediti.
Questo secondo esempio non riguarda solo gli atti motori propriamente detti, quelli fisici conosciuti da ognuno di noi ma anche una loro variante, come dire, solo mentale (di cui peraltro è stata riconosciuta l’efficacia –vedi questo post qui). Sono movimenti mentali che potremmo anche definire emovimenti, movimenti possibili programmati in anticipo per essere eseguiti in futuro, ma che evidentemente hanno rilevanza come quelli veri anche se vengono impediti al solo livello mentale,  perché ugualmente in grado di scatenare risposte stressorie come quelli fisici.
(to be continued…)


[1] P.W. Linville, Self-Complexity and affective extremity: don’t put all your eggs in one cognitive basket, in Social Cognition, 3, p. 94.

martedì 9 marzo 2010

Complessità del sé e distribuzione dello stress /1


Secondo la teoria di Patricia Linville (1987)[1], una maggiore complessità del sé costituisce una garanzia di più elevata capacità di sopportare e gestire gli eventi stressanti. L’ipotesi si basa sull’idea che la rappresentazione di sé da parte di un soggetto, ovvero su come il soggetto si vede, su come vede il suo ruolo nella sua vita, quanto più è complessa e diversificata tanto maggiori sono le possibilità di mantenerne degli aspetti attivi anche in seguito a eventi stressanti che ne compromettano uno o più di uno. Luigi Solano[2] riporta l’esempio di una donna che deve affrontare un divorzio. Se questa donna avesse, per esempio, una rappresentazione di sé come moglie e come avvocato, e se questi due aspetti fossero fortemente legati, in seguito al divorzio con l’andare in crisi della sua rappresentazione di moglie ne verrebbe compromessa anche quella di avvocato, con conseguenze negative sulla rappresentazione generale di sé.
Se invece questa donna avesse una rappresentazione di sé più complessa, ad esempio come moglie, avvocato, giocatrice di tennis e amica di diverse persone, e ognuno di questi aspetti avesse una certa autonomia rispetto agli altri (in pratica ne esistesse di ogni aspetto una rappresentazione indipendente e non vincolata o collegata agli altri, di modo che l’influenza positiva di un’autorappresentazione non ne condizionasse, con il suo carico di autorità, un altro), al venir meno di uno di questi, gli altri continuerebbero a esistere, compensando con un effetto buffer (tampone) il portato delle esperienze negative e stressanti.
Sembrerebbe di osservare, qui, l’effetto tipico di una rete distribuita, nella quale, anche se si elimina un nodo, rimane possibile  il collegamento tra tutti gli altri. La propria personalità come una rete che, a seconda di come è strutturata e di quanto è complessa, resiste ai traumi ambientali lasciando quasi completamente  intatta quella cosa che definiamo rappresentazione di sé.




Ma possiamo anche immaginare questa struttura agente per la coscienza primaria. Possiamo ipotizzare che la rappresentazione di sé di questa coscienza, che spesso è anche l’unica utilizzata da una grande quantità di organismi dotati di sistema nervoso, come l’insieme degli atti possibili, considerando tutti i possibili livelli in cui può accadere che un organismo abbia la ventura di incappare.  Penso, per esempio, al repertorio comportamentale di un qualsiasi animale non umano e a come egli abbia necessità di possedere un esercito di “rappresentazioni di sé” in relazione a tutte le situazioni in cui è obbligato a un atto motorio. Queste rappresentazioni possono ridursi a un numero più manovrabile se le accorpiamo, tanto strettamente da ridurle a un unico aspetto essenziale: possibilità di agire.
Noi possiamo agevolmente immaginare la personalità di un animale come una rete distribuita, in cui vi sia necessità di collegare i nodi che portano gli input a quelli che generano gli output. Come per il caso dell’autorappresentazione di sé degli umani, esiste una rete, la quale contiene al suo interno tutte le risposte possibili agli eventi che possono accadere al nostro soggetto animale. Questa rete la immagineremo distribuita con degli hub, cioè pochi nodi con un elevato numero di collegamenti, e molti altri nodi con pochi collegamenti. Gli hub rappresentano le scelte più utilizzate dall’organismo, i comportamenti ai quali ritorna più frequentemente. Ogni volta che la rete si dispone in uno stato che porta da uno o più ingressi a una o più uscite, l’organismo è. Quello stato è la coscienza primaria all’opera. Per essere però completa questa coscienza primaria ha bisogno di un ritorno sensoriale dei suoi atti, cioè non basta percepire, elaborare, agire, ma occorre anche che questo stato sia riconducibile a una unica entità, qual è un organismo in genere, considerato dal punto di vista, per esempio, dei suoi comportamenti (dico questo perché dal punto di vista della citoarchitettura l’organismo è qualcosa di piuttosto eterogeneo, rispetto alla presunta unicità della consapevolezza di sé).
Ecco che allora ritorna l’idea della complessità del sé: per la coscienza primaria la complessità del sé è un requisito fondamentale, perché concorre al mantenimento della consapevolezza di sé anche quando alcuni nodi della rete vengono meno.
(to be continued…)


[1] P.W.Linville, Self-complexity as a cognitive buffer  against stress-related-illness and depression, in Journal of Personality and Social Psycology, 52, p.663
[2] L. Solano, Tra mente e corpo, Raffaello Cortina Editore 2001.

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