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giovedì 4 aprile 2013

Lo stress ti sta uccidendo? Guarda questa infografica

La qual cosa non ti salverà la vita ma ti erudirà sulle cause della tua prossima dipartita. Scherzo. Lo stress è la forma patologica (o fisiologica) più invocata, la causa di tutti i mali e il colpevole universalmente valido su cui scaricare tutte le responsabilità. La frenetica vita moderna è un covo di stressor di tutti i generi, ma anche la vita di campagna, se è per questo. Dunque non c'è scampo nè da poco nè da  molto  stress, anche se un po' di stress è comunque indispensabile.
Per coloro che desiderassero sapere il come e il perchè ecco quest'infografica di Best Therapy Schools con i 7 fattori principali di stress:


  1. Lavoro
  2. Soldi
  3. Salute
  4. Vita di relazione
  5. Scarsa nutrizione
  6. Sovraccarico di media
  7. Privazione di sonno

mercoledì 20 giugno 2012

Le cavallette spaventate danneggiano maggiormente l'ambiente

Melanpolus femur rubrum
I protagonisti di questa storia, che è anche una ricerca della Hebrew University di Gerusalemme, sono le cavallette, i batteri e la paura. La paura ritornerà in un altro post dal titolo L'odore della paura e l'intelligenza, un minestrone dove cercherò di collegare  la manifestazione odorosa della paura con l'aumento delle prestazioni cognitive. Per intanto accontentiamoci delle cavallette, che sono pur sempre delle gran belle bestiole.
Un gruppo di cavallette sottoposte al contatto  con dei ragni sviluppano una situazione di stress da paura. E come accade anche agli umani cominciano a consumare alimenti dolci per combattere lo stress.  Solo che in questo caso, le nostre care cavallette, non potendosi gingillare tra i banconi di una pasticceria finiscono per scegliere le piante a più alto contenuto di carboidrati, perchè alla fin fine lì vogliono arrivare umani e cavallette, per il noto effetto appagante/calmante (via risparmio serotonina) dei carboidrati. Ebbene, questa dieta a più alto tasso di carboidrati non è senza conseguenze: tranquilli, alle cavallette non si sviluppa il diabete però cambia il livello di azoto nei loro chitinosi corpi, nel senso che diminuisce.

giovedì 5 gennaio 2012

Il potere logora chi ce l'ha? Obama e i capelli sempre più bianchi

Forse è solo una diversità di luci e riprese, una differente qualità del filmato, ma non si può non notare questo veloce imbiancamento della chioma del Presidente americano Barack Obama. Se sia reale o frutto del rumore di fondo lo capiremo presto. 
Ma la relazione tra stress e incanutimento precoce è stata ipotizzata e dimostrata dalla scienza, e spiegabile con il fatto che la produzione di melanina nei bulbi piliferi è già di per sè fonte di stress ossidativo per il capello stesso [Arck et al. 2006]. Nessuna sorpresa quindi se si è scoperto che i melanociti sono molto sensibili ai radicali liberi che si formano in seguito ad aumenti di stress dovuti ad altre cause, i quali si sommano a quelli dovuti allo stesso meccanismo produttivo. Una delle conseguenze è un deciso aumento dell'apoptosi (morte cellulare programmata) di questi melanociti. In più, c'è l'evidenza che i bulbi piliferi non pigmentati (cioè i capelli bianchi) crescono, in coltura,  più velocemente di quelli pigmentati.
Mi verrebbe di parafrasare le parole di un ex Presidente del Consiglio: il potere logora chi ce l'ha, almeno dal punto di vista dei capelli bianchi.










  • Petra Clara Arck, 
  • Rupert Overall, 
  • Katharina Spatz, 
  • Christiane Liezman,
  • Bori Handjiski, 
  • Burghard F. Klapp, 
  • Mark A. Birch-Machin,
  • and Eva Milena Johanne Peters
Towards a "free radical theory of graying": melanocyte apoptosis in the aging human hair follicle is an indicator of oxidative stress induced tissue damageFASEB J July 1, 2006 20:1567-1569; published ahead of print May 24, 2006,doi:10.1096/fj.05-4039fje

venerdì 19 novembre 2010

E a proposito di stress sul luogo di lavoro: guardate cos'è successo a questo operaio belga

Guardate qui





e leggete qui
"Operaio torturato in fabbrica per dieci anni dai colleghi di lavoro"

Se questi sono uomini.

Ma sul lavoro sei stressato o no? Ecco un test per scoprirlo

Il danno immateriale, da stress, entra tra i diritti dei lavoratori, secondo una circolare  preparata dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi.

Indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato Approvate dalla Commissione consultiva per la salute e sicurezza sul lavoro 


Nella riunione del 17 novembre 2010 la Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha approvato le indicazioni necessarie per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 6, comma 8, lettera m-quater, e 28, comma 1-bis, del D.lgs. n. 81/2008, e s.m.i. 

In tal modo viene fornito, in anticipo rispetto al termine di legge (31 dicembre 2010), ai datori di lavoro pubblici e privati, agli operatori e ai lavoratori un essenziale strumento di indirizzo ai fini della corretta attuazione delle previsioni di legge in materia di valutazione del rischio, con riferimento alla peculiare e innovativa tematica del rischio da stress correlato al lavoro. 

Ai fini della massima divulgazione dei contenuti delle indicazioni, il Ministero ha provveduto a trasmettere il testo in parola ai propri organi di vigilanza, alle strutture regionali competenti e alle parti sociali mediante propria lettera circolare. 
                                                      (fonte Min. Lavoro e delle Politiche Sociali) 


Ma come fate a sapere se siete stressati dal vostro lavoro? Beh, forse lo sapete o forse lo pensate ma non ne siete sicuri. Insomma, eccovi un test su Psiconline per scoprirlo!





mercoledì 10 marzo 2010

Complessità del sé e distribuzione dello stress /2


Un effetto delle affermazioni della Linville, che la complessità rappresentazionale del sé contribuisce a una maggiore capacità di affrontare i cambiamenti, è quello che l’espressione affettiva raggiunge picchi più elevati nei soggetti a bassa complessità, perché quando è coinvolto un singolo aspetto della loro personalità (intesa magari come una superficie circolare) questo rappresenta una porzione considerevole del tutto. Questa constatazione seguiva un suo lavoro del 1985[1] in cui appariva chiaro che i soggetti  a bassa complessità del sé erano più esposti a variazioni del tono dell’umore di soggetti di controllo.
Nel suo lavoro del 1987 l’autrice sottopone a un test di complessità del sé e a una misura degli eventi stressanti, 106 studenti universitari. Ella fornisce ai soggetti dei cartoncini (33) con segnati dei tratti comportamentali o di personalità e chiede di compilare dei raggruppamenti dei propri aspetti rappresentazionali e di descriverli con i cartoncini consegnati. Il punteggio varia con il numero dei gruppi creati (punteggio aumenta) che corrispondono ai diversi aspetti di sé e varia anche con il numero ridondante dei tratti (punteggio diminuisce) usati per descrivere ogni aspetto di sé.
Il risultato rilevante è stato una  relazione tra i soggetti a elevata complessità del sé e elevata quantità di eventi stressanti e quelli a bassa complessità del sé e bassa quantità di eventi stressanti, e cioè un numero limitato di sintomi (di stress).
Altro dato interessante era che i soggetti a elevata complessità del sé e bassi eventi stressanti presentavano comunque più sintomi dei soggetti a bassa complessità e bassi eventi stressanti, caratteristica spiegata con il fatto che l’estremizzazione affettiva dei soggetti a bassa complessità faceva percepire loro, rispetto a tutti gli altri, come più felici situazioni con basso numero di stress. E del resto, per lo stesso motivo, questi soggetti a bassa complessità erano maggiormente aggredibili dalla depressione anche per stress di modesta entità. Dal punto di vista dei più complessi il fatto era invece spiegato con la necessità  di dover mantenere una maggiore tensione per gestire livelli più elevati di complessità rappresentazionale.
Quali considerazioni possiamo trarre da questi lavori?
In linea generale, nel verificare una maggiore immissione emotiva nei soggetti a bassa complessità, possiamo tentare la spiegazione quantitativa data altrove, che implica l’esistenza di una quantità definita emotoria,  genericamente simile in tutti i soggetti e che viene poi distribuita negli aspetti importanti che necessitano  un valore. In parole semplici: se creiamo una rappresentazione di noi stessi composta di pochi elementi, questi si aggiudicheranno una quantità emotoria maggiore rispetto al totale di quanto accadrebbe se la nostra rappresentazione fosse composta di molti elementi.
L’evento stressante si manifesta ogni volta che qualcosa impedisce un’esecuzione. Il freddo è un evento stressante perché ti impedisce di startene fermo lì a sentire freddo e ti costringe a agire, a allontanarti dalla fonte e cercare un riparo. Se un evento ti impedisce di vedere la finale della tua squadra di calcio ecco che anche questo è un evento stressante perché contrasta con una serie di movimenti programmati da eseguire e impediti.
Questo secondo esempio non riguarda solo gli atti motori propriamente detti, quelli fisici conosciuti da ognuno di noi ma anche una loro variante, come dire, solo mentale (di cui peraltro è stata riconosciuta l’efficacia –vedi questo post qui). Sono movimenti mentali che potremmo anche definire emovimenti, movimenti possibili programmati in anticipo per essere eseguiti in futuro, ma che evidentemente hanno rilevanza come quelli veri anche se vengono impediti al solo livello mentale,  perché ugualmente in grado di scatenare risposte stressorie come quelli fisici.
(to be continued…)


[1] P.W. Linville, Self-Complexity and affective extremity: don’t put all your eggs in one cognitive basket, in Social Cognition, 3, p. 94.

martedì 9 marzo 2010

Complessità del sé e distribuzione dello stress /1


Secondo la teoria di Patricia Linville (1987)[1], una maggiore complessità del sé costituisce una garanzia di più elevata capacità di sopportare e gestire gli eventi stressanti. L’ipotesi si basa sull’idea che la rappresentazione di sé da parte di un soggetto, ovvero su come il soggetto si vede, su come vede il suo ruolo nella sua vita, quanto più è complessa e diversificata tanto maggiori sono le possibilità di mantenerne degli aspetti attivi anche in seguito a eventi stressanti che ne compromettano uno o più di uno. Luigi Solano[2] riporta l’esempio di una donna che deve affrontare un divorzio. Se questa donna avesse, per esempio, una rappresentazione di sé come moglie e come avvocato, e se questi due aspetti fossero fortemente legati, in seguito al divorzio con l’andare in crisi della sua rappresentazione di moglie ne verrebbe compromessa anche quella di avvocato, con conseguenze negative sulla rappresentazione generale di sé.
Se invece questa donna avesse una rappresentazione di sé più complessa, ad esempio come moglie, avvocato, giocatrice di tennis e amica di diverse persone, e ognuno di questi aspetti avesse una certa autonomia rispetto agli altri (in pratica ne esistesse di ogni aspetto una rappresentazione indipendente e non vincolata o collegata agli altri, di modo che l’influenza positiva di un’autorappresentazione non ne condizionasse, con il suo carico di autorità, un altro), al venir meno di uno di questi, gli altri continuerebbero a esistere, compensando con un effetto buffer (tampone) il portato delle esperienze negative e stressanti.
Sembrerebbe di osservare, qui, l’effetto tipico di una rete distribuita, nella quale, anche se si elimina un nodo, rimane possibile  il collegamento tra tutti gli altri. La propria personalità come una rete che, a seconda di come è strutturata e di quanto è complessa, resiste ai traumi ambientali lasciando quasi completamente  intatta quella cosa che definiamo rappresentazione di sé.




Ma possiamo anche immaginare questa struttura agente per la coscienza primaria. Possiamo ipotizzare che la rappresentazione di sé di questa coscienza, che spesso è anche l’unica utilizzata da una grande quantità di organismi dotati di sistema nervoso, come l’insieme degli atti possibili, considerando tutti i possibili livelli in cui può accadere che un organismo abbia la ventura di incappare.  Penso, per esempio, al repertorio comportamentale di un qualsiasi animale non umano e a come egli abbia necessità di possedere un esercito di “rappresentazioni di sé” in relazione a tutte le situazioni in cui è obbligato a un atto motorio. Queste rappresentazioni possono ridursi a un numero più manovrabile se le accorpiamo, tanto strettamente da ridurle a un unico aspetto essenziale: possibilità di agire.
Noi possiamo agevolmente immaginare la personalità di un animale come una rete distribuita, in cui vi sia necessità di collegare i nodi che portano gli input a quelli che generano gli output. Come per il caso dell’autorappresentazione di sé degli umani, esiste una rete, la quale contiene al suo interno tutte le risposte possibili agli eventi che possono accadere al nostro soggetto animale. Questa rete la immagineremo distribuita con degli hub, cioè pochi nodi con un elevato numero di collegamenti, e molti altri nodi con pochi collegamenti. Gli hub rappresentano le scelte più utilizzate dall’organismo, i comportamenti ai quali ritorna più frequentemente. Ogni volta che la rete si dispone in uno stato che porta da uno o più ingressi a una o più uscite, l’organismo è. Quello stato è la coscienza primaria all’opera. Per essere però completa questa coscienza primaria ha bisogno di un ritorno sensoriale dei suoi atti, cioè non basta percepire, elaborare, agire, ma occorre anche che questo stato sia riconducibile a una unica entità, qual è un organismo in genere, considerato dal punto di vista, per esempio, dei suoi comportamenti (dico questo perché dal punto di vista della citoarchitettura l’organismo è qualcosa di piuttosto eterogeneo, rispetto alla presunta unicità della consapevolezza di sé).
Ecco che allora ritorna l’idea della complessità del sé: per la coscienza primaria la complessità del sé è un requisito fondamentale, perché concorre al mantenimento della consapevolezza di sé anche quando alcuni nodi della rete vengono meno.
(to be continued…)


[1] P.W.Linville, Self-complexity as a cognitive buffer  against stress-related-illness and depression, in Journal of Personality and Social Psycology, 52, p.663
[2] L. Solano, Tra mente e corpo, Raffaello Cortina Editore 2001.

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