Un effetto delle affermazioni della Linville, che la complessità rappresentazionale del sé contribuisce a una maggiore capacità di affrontare i cambiamenti, è quello che l’espressione affettiva raggiunge picchi più elevati nei soggetti a bassa complessità, perché quando è coinvolto un singolo aspetto della loro personalità (intesa magari come una superficie circolare) questo rappresenta una porzione considerevole del tutto. Questa constatazione seguiva un suo lavoro del 1985[1] in cui appariva chiaro che i soggetti a bassa complessità del sé erano più esposti a variazioni del tono dell’umore di soggetti di controllo.
Nel suo lavoro del 1987 l’autrice sottopone a un test di complessità del sé e a una misura degli eventi stressanti, 106 studenti universitari. Ella fornisce ai soggetti dei cartoncini (33) con segnati dei tratti comportamentali o di personalità e chiede di compilare dei raggruppamenti dei propri aspetti rappresentazionali e di descriverli con i cartoncini consegnati. Il punteggio varia con il numero dei gruppi creati (punteggio aumenta) che corrispondono ai diversi aspetti di sé e varia anche con il numero ridondante dei tratti (punteggio diminuisce) usati per descrivere ogni aspetto di sé.
Il risultato rilevante è stato una relazione tra i soggetti a elevata complessità del sé e elevata quantità di eventi stressanti e quelli a bassa complessità del sé e bassa quantità di eventi stressanti, e cioè un numero limitato di sintomi (di stress).
Altro dato interessante era che i soggetti a elevata complessità del sé e bassi eventi stressanti presentavano comunque più sintomi dei soggetti a bassa complessità e bassi eventi stressanti, caratteristica spiegata con il fatto che l’estremizzazione affettiva dei soggetti a bassa complessità faceva percepire loro, rispetto a tutti gli altri, come più felici situazioni con basso numero di stress. E del resto, per lo stesso motivo, questi soggetti a bassa complessità erano maggiormente aggredibili dalla depressione anche per stress di modesta entità. Dal punto di vista dei più complessi il fatto era invece spiegato con la necessità di dover mantenere una maggiore tensione per gestire livelli più elevati di complessità rappresentazionale.
Quali considerazioni possiamo trarre da questi lavori?
In linea generale, nel verificare una maggiore immissione emotiva nei soggetti a bassa complessità, possiamo tentare la spiegazione quantitativa data altrove, che implica l’esistenza di una quantità definita emotoria, genericamente simile in tutti i soggetti e che viene poi distribuita negli aspetti importanti che necessitano un valore. In parole semplici: se creiamo una rappresentazione di noi stessi composta di pochi elementi, questi si aggiudicheranno una quantità emotoria maggiore rispetto al totale di quanto accadrebbe se la nostra rappresentazione fosse composta di molti elementi.
L’evento stressante si manifesta ogni volta che qualcosa impedisce un’esecuzione. Il freddo è un evento stressante perché ti impedisce di startene fermo lì a sentire freddo e ti costringe a agire, a allontanarti dalla fonte e cercare un riparo. Se un evento ti impedisce di vedere la finale della tua squadra di calcio ecco che anche questo è un evento stressante perché contrasta con una serie di movimenti programmati da eseguire e impediti.
Questo secondo esempio non riguarda solo gli atti motori propriamente detti, quelli fisici conosciuti da ognuno di noi ma anche una loro variante, come dire, solo mentale (di cui peraltro è stata riconosciuta l’efficacia –vedi questo post qui). Sono movimenti mentali che potremmo anche definire emovimenti, movimenti possibili programmati in anticipo per essere eseguiti in futuro, ma che evidentemente hanno rilevanza come quelli veri anche se vengono impediti al solo livello mentale, perché ugualmente in grado di scatenare risposte stressorie come quelli fisici.
(to be continued…)
[1] P.W. Linville, Self-Complexity and affective extremity: don’t put all your eggs in one cognitive basket, in Social Cognition, 3, p. 94.
