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lunedì 22 novembre 2010

E' possibile controllare o leggere i nostri sogni?

Lobo Medio Temporale
Oppure, è possibile controllare con la mente delle immagini sullo schermo di un computer? A leggere questo lavoro di Moran Cerf (Cerf et al. 2010) sembrerebbe di si.Lo studio è stato compiuto su soggetti che dovevano essere operati al cervello a causa di una epilessia resistente ai trattamenti farmacologici. Sono stati impiantati 64 piccoli elettrodi nel Lobo Medio Temporale. L'area, che include l'ippocampo, è sia responsabile di focai epilettici che sede dei cosiddetti "neuroni della nonna".
I neuroni della nonna o grandmother cell sarebbero dei neuroni che rispondono a un solo stimolo complesso, come appunto la nonna, o Marilyn Monroe e così via. La definizione appartiene a Jerry Lettvin che nel 1969 la usò in suo corso al celebre M.I.T.. Se vuoi saperne di più vai a Genealogy of the“Grandmother Cell”di Charles Gross (full article in pdf).
Lobo Temporale e Ippocampo
A 12 di questi soggetti sono state mostrate delle fotografie su uno schermo e sono stati individuati i singoli neuroni che si attivavano quando i soggetti osservavano ciascuna fotografia. Alla fine sono state scelte 4 fotografie. L'esperimento vero e proprio cominciava ora. Due di queste immagini erano sovrapposte una con l'altra e ai soggetti veniva chiesto di pensare a una delle due immagini sovrapposte cercando di aumentarla a scapito dell'altro. Attraverso gli elettrodi veniva registrato l'aumento del potenziale dei neuroni coinvolti nel tentativo, che era riversato poi sull'immagine duplice nello schermo. Il risultato era, nel 65% dei casi circa, che la fotografia aumentata rimaneva l'unica visibile, mentre l'altra spariva. I soggetti hanno poi raccontato di aver usato diverse tecniche, dalla dissolvenza dell'immagine da cancellare al pensare intensamente a quella da aumentare, sta di fatto che per ognuno è stato fondamentale il feedback che gli inviava lo schermo, che cambiava mano a mano che i soggetti si concentravano sul compito.
Da qui il titolo dell'articolo On-line, voluntary control of human temporal lobe neurons, che sta a significare un controllo volontario sulla competizione di diverse immagini che cercano di emergere alla coscienza. Questo significa che possiamo controllare ciò che vogliamo far emergere alla coscienza? E, conseguenza di questo controllo, se riuscissimo a creare una mappa neurone-immagine, potremmo osservare su uno schermo quello che sogniamo? Presto per dirlo. Comunque questa interazione uomo-macchina potrebbe essere utile in futuro per parlare con pazienti bloccati, che non riescono a comunicare, o con chi è tetraplegico (tecnica già utilizzata) e così via.
Ecco il video che mostra i vari tentativi, sia quelli andati a buon fine che quelli no.

venerdì 12 novembre 2010

"Una mente distratta è una mente infelice" così dice uno studio recente su Science

Un recentissimo studio condotto da Matthew  Killingsworth e Daniel  Gilbert [Killingsworth and  Gilbert 2010] e pubblicato su Science, dimostrerebbe che se uno vuole essere felice è meglio concentrarsi sul presente, per quanto sgradevole possa essere, e non fantasticare tanto.
Sognare a occhi aperti, fantasticare, ancorchè sia un'abitudine alla quale indulgiamo quasi tutti, per preparare cose future, o per ripensare a fatti passati, si rivela comunque una prassi che genera infelicità.
Ma come si riesce a stabilirlo?
Mentre per noi è abbastanza facile rispondere alla domanda: sei felice in questo momento? è un po' più complicato rispondere a quest'altra domanda: eri felice una settimana fa?
In passato sono stati utilizzati vari metodi per ricordare ai soggetti degli studi di segnare in un diario come si sentivano in quell'istante e cosa stavano facendo, ma erano piuttosto macchinosi. Invece Killingsworth e Gilbert hanno usato una tecnologia molto diffusa, soprattutto negli Stati Uniti: l'iPhone.
Hanno creato un sito internet chiamato Traccia la tua felicità e le persone che volevano e che possedevano un iPhone, potevano registrarsi lasciando qualche dato personale. Dopo di che ricevevano qualche sms al giorno in cui veniva richiesto di visitare il sito e rispondere a qualche veloce domanda sulla loro felicità in quel momento e su quello che stavano facendo e se stavano pensando a quello che facevano o ad altre cose più o meno piacevoli.
Allo studio hanno partecipato circa 5000 persone di 83 paesi del mondo, e sono stati così bravi da rispondere a circa l'83% degli sms, anche quando erano impegnati in attività molto intime.
Nell'analizzare un sottoinsieme di 2250 soggetti, c'è stata l'interessante scoperta che quasi il 47% delle volte,  queste persone stavano pensando ad altro mentre erano impegnate in qualche attività, mentre se erano in intimità con un partner questo pensare ad altro scendeva sotto il 30%.
Però, pensare ad altro, distrarsi, non è un buon stratagemma per essere felici. Si è mostrato che quanto più precoce, durante la giornata, era la distrazione tanto più infelice o scontento era l'umore delle persone nel prosieguo della giornata, facendo ipotizzare che non fosse l'infelicità  causata dall'attività che si stava svolgendo nel momento a spingerli a divagare con la mente. E' il divagare a causare la tristezza, tanto è vero che anche durante attività stupide come lavarsi, il pensare ad altro generava depressione.
Killingsworth afferma di essere sicuro che il divagare a qualcosa possa servire, qualche utilità possa anche averla, ma che basandosi su questi dati i casi in cui si verifica sono piuttosto rari.
I risultati sono piuttosto sorprendenti, afferma Lisa Barrett, psicologa e neuroscienziata, soprattutto se si pensa che da sempre si ritiene che sia la mente a rispondere agli stimoli dell'ambiente, mentre in questo studio gli stimoli sembrano quasi irrilevanti. In più, lo studio presenta dei limiti, per esempio il fatto che i possessori di iPhone non sono rappresentativi della popolazione in generale, e anche maggiori evidenze che il divagare con la mente sia la causa dell'infelicità. Questo è senz'altro un buon inizio, continua, ma occorrono ulteriori studi per stabilire questa relazione diretta tra infelicità e distrazione.

(fonte Lauren Schenkman, Daydreaming Is a Downer, Science)

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