Il benessere deve essere un componente critico della misura dello sviluppo sociale ed economico. E' una delle affermazioni che introducono questo rapporto 2013 sulla felicità nel mondo, pubblicato dalle Nazioni Unite. Lo sviluppo economico è certamente importante, ma non è l'unico elemento in grado di garantire la soddisfazione dei popoli. Il benessere e la felicità devono avere sempre più importanza tra quegli elementi che misurano lo stato di un paese e diventare due parametri importanti da tenere sempre in considerazione.
Il World Happiness Report 2013, che condivido qui sotto, è il risultato di una serie di indagini per la misurazione della felicità condotti in circa 150 paesi nel mondo, durante il periodo 2010-2012, servendosi anche dell'integrazione di altri sondaggi o studi effettuati durante quell'intervallo di tempo, come per esempio quelli dell'istituto Gallupp, dell'Ocse o dell'Undp.
La classifica del 2013 dice che al primo posto, quale paese più felice del mondo c'è la Danimarca. Per la verità, nelle prime cinque posizioni vi sono solo paesi scandinavi e del nord Europa:
Solitamente ci insegnano che dobbiamo raggiungere il successo per essere felici ma un grande fautore della psicologia positiva,Shawn Achor, la pensa diversamente: meglio essere felici prima di avere successo, perchè poi lo si raggiunge più facilmente. Sia detto che questo stato di benessere, secondo lui, non aiuta solo la ricerca del successo ma è utile anche per raggiungere tanti altri obbiettivi. Il problema è come essere felici prima di ottenere qualche risultato.
Ma il problema è che i nostri cervelli lavorano al contrario. Se aumentiamo la positività di una persona nel presente, i loro cervelli proveranno ciò che oggi chiamiamo il vantaggio della felicità, ossia che il vostro cervello, se si trova in uno stato positivo, funziona significativamente meglio di quando si trova in uno stato negativo, stressato o indifferente. La vostra intelligenza, la vostra creatività ed il livello di energia aumentano. In realtà abbiamo scoperto che si registrano dei miglioramenti in tutti i tipi di risultati sul lavoro. Il vostro cervello in uno stato positivo è il 31% più produttivo di quando si trova in uno stato negativo, stressato o indifferente. Si diventa il 37% migliori nelle vendite. I dottori sono il 19% più veloci ed accurati nel giungere a diagnosi corrette quando sono in uno stato positivo, piuttosto che negativo, stressato o indifferente. Il che vuol dire che possiamo invertire la formula. Se possiamo scoprire come diventare positivi oggi, allora le nostre menti avranno un successo ancora maggiore perché saremo in grado di lavorare più duramente, meglio ed in modo più intelligente.
Eccolo qua in versione TED talks, con la traduzione di G. Finocchiaro e la revisione di D. Berti.
Il World Database of Happiness (WDH) è un registro su base scientifica sull'apprezzamento soggettivo della vita: insomma, in pratica se siamo felici o no. L'Italia non c'è nell'infografica che vi presento, ma c'è naturalmente nei dati forniti dal WDH. Per esempio, una delle tante domande che servono per preparare gli indici, recita
How satisfied are you with the life you lead?
cioè: Quanto sei soddisfatto della vita che conduci?
Ecco un grafico che ho realizzato per l'Italia, con i dati di WDH, partendo dal 2000 fino al 2009
con
= per niente soddisfatto
= non molto soddisfatto
= abbastanza soddisfatto
= molto soddisfatto
dal quale si vede che il livello di soddisfazione nella vita è diminuito nel lasso di tempo considerato. Il valore medio dal 1973 al 2009 è 2.76.
Intanto ecco l'infografica realizzata con i dati del WDH da good.is
"Sono soddisfatto della mia vita" oppure "Finora ho ottenuto le cose importanti che voglio nella vita". Queste alcune affermazioni, sulle quali concordare o meno, di un brevissimo test presente sul sito della BBC, se qualcuno vuole dargli un'occhiata ecco l'indirizzo.
Mi sembra che non ci sia bisogno dello psicologo per sapere se sei felice o no, con domande così dirette. Mancava solo che chiedessero: ma sei felice o no? Va da sè che se uno risponde molto d'accordo alla prima affermazione è già sulla strada buona per essere felice ed esserne a conoscenza.
Un altro test, a questo indirizzo, comincia con "Sono incredibilmente felice" e c'è anche un "Rido sempre", e non so se, rispondere molto vero, sia indice di felicità o di qualcos'altro.
Andiamo avanti.
Vediamo ora cosa c'è qui. Ah, il dottor Seligman, quello della psicologia positiva. In poche (e sbrigative) parole, la psicologia positiva si basa sull'assunto che la felicità di un individuo è costituita da due fattori: indicatori oggettivi e indicatori soggettivi. I primi sono costituiti dall'ambiente in cui vivi e i secondi da come sei fatto. Ora, se ti mancano i secondi perchè sei nato sfortunato possiamo sempre cercare di aumentare i primi affinchè la felicità totale sia comunque aumentata. Martin Seligman è questo signore qua. Guadatevi questo video di TED con la traduzione di Daniele Berti.(Cliccate su view subtitles e scegliete italiano)
Nel suo sito, Authentic Happiness (Felicità Autentica), Seligman propone tutta una batteria di test, divisi per settori di indagine.Tra gli Emotion Questionnaires c'è anche un Authentic Happiness Inventory Questionnaire (inventario dell'autentica felicità). Per poterlo eseguire bisogna registrarsi.
Brevemente, la teoria di Seligman sull' Autentica Felicità dice:
"La nostra teoria afferma che ci sono tre distinte specie di felicità:
La vita piacevole (i piaceri)
La buona vita (fidanzamento)
La vita con uno scopo"
Però, prima bisogna spiegare che, secondo Seligman, esistono tre teorie classiche sulla felicità e la sua ipotesi sull'Autentica Felicità le riassume tutte.
Un recentissimo studio condotto da Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert [Killingsworth and Gilbert 2010] e pubblicato su Science, dimostrerebbe che se uno vuole essere felice è meglio concentrarsi sul presente, per quanto sgradevole possa essere, e non fantasticare tanto.
Sognare a occhi aperti, fantasticare, ancorchè sia un'abitudine alla quale indulgiamo quasi tutti, per preparare cose future, o per ripensare a fatti passati, si rivela comunque una prassi che genera infelicità.
Ma come si riesce a stabilirlo?
Mentre per noi è abbastanza facile rispondere alla domanda: sei felice in questo momento? è un po' più complicato rispondere a quest'altra domanda: eri felice una settimana fa?
In passato sono stati utilizzati vari metodi per ricordare ai soggetti degli studi di segnare in un diario come si sentivano in quell'istante e cosa stavano facendo, ma erano piuttosto macchinosi. Invece Killingsworth e Gilbert hanno usato una tecnologia molto diffusa, soprattutto negli Stati Uniti: l'iPhone.
Hanno creato un sito internet chiamato Traccia la tua felicità e le persone che volevano e che possedevano un iPhone, potevano registrarsi lasciando qualche dato personale. Dopo di che ricevevano qualche sms al giorno in cui veniva richiesto di visitare il sito e rispondere a qualche veloce domanda sulla loro felicità in quel momento e su quello che stavano facendo e se stavano pensando a quello che facevano o ad altre cose più o meno piacevoli.
Allo studio hanno partecipato circa 5000 persone di 83 paesi del mondo, e sono stati così bravi da rispondere a circa l'83% degli sms, anche quando erano impegnati in attività molto intime.
Nell'analizzare un sottoinsieme di 2250 soggetti, c'è stata l'interessante scoperta che quasi il 47% delle volte, queste persone stavano pensando ad altro mentre erano impegnate in qualche attività, mentre se erano in intimità con un partner questo pensare ad altro scendeva sotto il 30%.
Però, pensare ad altro, distrarsi, non è un buon stratagemma per essere felici. Si è mostrato che quanto più precoce, durante la giornata, era la distrazione tanto più infelice o scontento era l'umore delle persone nel prosieguo della giornata, facendo ipotizzare che non fosse l'infelicità causata dall'attività che si stava svolgendo nel momento a spingerli a divagare con la mente. E' il divagare a causare la tristezza, tanto è vero che anche durante attività stupide come lavarsi, il pensare ad altro generava depressione.
Killingsworth afferma di essere sicuro che il divagare a qualcosa possa servire, qualche utilità possa anche averla, ma che basandosi su questi dati i casi in cui si verifica sono piuttosto rari.
I risultati sono piuttosto sorprendenti, afferma Lisa Barrett, psicologa e neuroscienziata, soprattutto se si pensa che da sempre si ritiene che sia la mente a rispondere agli stimoli dell'ambiente, mentre in questo studio gli stimoli sembrano quasi irrilevanti. In più, lo studio presenta dei limiti, per esempio il fatto che i possessori di iPhone non sono rappresentativi della popolazione in generale, e anche maggiori evidenze che il divagare con la mente sia la causa dell'infelicità. Questo è senz'altro un buon inizio, continua, ma occorrono ulteriori studi per stabilire questa relazione diretta tra infelicità e distrazione.
(fonte Lauren Schenkman, Daydreaming Is a Downer, Science)
Una frase mi ha colpito nel leggere Felicità emotiva, un libro scritto a quattro mani (o meglio, parlato a due voci, dato che si tratta della trascrizione di un dialogo) dal Dalai Lama e Paul Ekman.
Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama, è il leader spirituale e politico dello Stato del Tibet, costretto a vivere in esilio in India dopo l’invasione della sua terra da parte dei cinesi alla fine della seconda guerra. Ha scritto parecchi libri e è stato insignito del Nobel per la Pace nel 1989. Autorità religiosa del suo popolo e del buddismo e leader politico, accoppiata che ne ha delineato un profilo di elevato rigore morale unito a una grande curiosità scientifica e rispetto per tutte le culture. Caratteristica fondamentale e forse unica del Dalai, è il grande amore per la scienza o, per meglio dire, il grande amore per la conoscenza, che può manifestarsi, come afferma spesse volte in questo libro, anche in forma di fede religiosa. Lo stesso Paul Ekman, come altri studiosi prima di lui, rimane affascinato dalla grande curiosità di quest’uomo e dalla sua capacità di proporre concetti e riflessioni non convenzionali e profondi. E devo dire che questa sua leggiadria e passione gnoseologica traspare molto bene in questo e in altri libri.
Paul Ekman è professore emerito di psicologia alla facoltà di Psichiatria della UCSF (Università della California a San Francisco). E’ universalmente riconosciuto come il più grande studioso del linguaggio corporeo, specialmente delle espressioni facciali, di cui è stato un pioniere, sia per aver affermato l’universalità delle espressioni del viso che per aver sviluppato un sistema di riconoscimento denominato FACS (Facial Action Coding System) basato sulle modifiche anatomiche dei movimenti facciali e il F.A.C.E. (Facial Expression.Awareness.Compassion.Emotions.) sistema di riconoscimento delle emozioni. Ogni espressione facciale può essere divisa nei suoi costituenti fondamentali detti AU (action unit) che possono essere codificati e ritrovati in varie combinazioni nelle diverse espressioni facciali. Il FACS è un catalogo di questi costituenti fondamentali che rappresentano quindi ogni movimento osservabile in un’espressione facciale. Il F.A.C.E. è un sistema di riconoscimento delle emozioni che si realizza attraverso il METT (Micro Expression Training Tool) che sarebbe in pratica un addestramento al riconoscimento visivo delle emozioni correlate alle espressioni del viso che si realizza con doppio training, il primo con lo studio al rallentatore delle espressioni facciali e il secondo con l’osservazione di un’espressione facciale per una durata quasi al di sotto della rilevazione cosciente. A questoindirizzo c’è una dimostrazione gratuita del secondo tipo di training.
Il libro, Felicità emotiva (Sperling & Kupfer 2010) parla appunto di emozioni, positive e negative, e di scienza e religione. La frase che mi ha colpito, che è di Ekman, e per sua stessa ammissione fa parte della categoria delle opinioni o delle affermazioni speculative, è questa (neretto mio):
“La maggior parte degli scienziati ritiene che gli stati d’animo abbiano origine prevalentemente da fattori che chi li sperimenta non può capire; potrebbe anche trattarsi di cambiamenti neuro-ormonali che non sono direttamente legati agli eventi di cui si sta facendo esperienza. Peraltro, alcune di queste situazioni possono scatenare un determinato stato d’animo. Per esempio, quando non abbiamo dormito a sufficienza, siamo più inclini a una generale irritabilità, oppure ci sentiamo la testa leggera e ridiamo di cose che normalmente non troveremmo per niente comiche. […]
In merito alla privazione del sonno, penso che se una persona non ha riposato a sufficienza e viene sottoposta a provocazioni o frustrazioni, possa diventare di umore irritabile e rimanerci per ore. Se invece c’è qualcosa che la diverte, potrebbe reagire esattamente al contrario. In sostanza, l’emozione suscitata in una persona deprivata del sonno finisce per condizionarne lo stato d’animo.” (Dalai Lama, Paul Ekman, 2010, pp. 12-14)
Quando sento fare l’affermazione del titolo, mi prende l’orticaria. Eh si, perché almeno io ho avuto il buon senso di metterla in forma di domanda, mentre quelli che l’affermano categoricamente, cioè affermano che la vita è un dono, ne sono proprio convinti, o almeno lo dicono perché è la cosa più vicina a una convinzione che hanno.
Ma la vita non è affatto un dono. La vita è un accidente. Capita. Ti ritrovi in vita senza averlo mai chiesto o desiderato, e quando finisce l’epoca in cui non comprendi bene le cose e comincia quella in cui le comprendi, ti accorgi di quanto tutte le belle frasi che si dicono, sulla dignità della vita, sulla sua unicità, sui diritti universali, sulla democrazia, sulla giustizia, sul bene che trionfa, ebbene sono solo retorica, gonfia e vuota retorica.
Per convincersene basterebbe sfogliare i giornali di un giorno qualsiasi oppure avere la volontà di studiarsi qualche manuale di storia contemporanea oppure ancora, per i più nostalgici, di storia antica.
Per esempio, se uno volesse guardare quale evento è più caratteristico di ogni singolo periodo storico vi troverebbe la morte, non quella causata dall’invecchiamento, quella naturale, destino che tocca immancabilmente a ogni nato, no non quella ma quella causata da altri uomini o da eventi naturali, che interrompe il percorso prima del tempo.
Se uno volesse ben guardare, anche la morte per mano di un altro uomo (conspecifico) è un fenomeno naturale, nel senso che è quello che succede agli altri animali in natura, non a tutti, ma per esempio succede agli scimpanzé (Pan troglodytes) che organizzano spedizioni per uccidere membri di un altro gruppo, ai leoni (Panthera leo) che quando subentrano a un maschio dominante uccidono tutti i cuccioli oppure agli ippopotami (Hippopotamus amphibius) verso maschi semi-adulti o verso i piccoli di una femmina che non fa parte del proprio harem. La lista è lunga ma, in linea generale, non giustifica la scientificità che ha adottato l’uomo nell’eliminare altri membri della sua stessa specie.
Basta osservare l’entità e la numerosità dei conflitti sorti da quando l’uomo ha iniziato a esistere come specie (Homo sapiens) o meglio, da quando ha cominciato a tenerne traccia sotto forma di relazione scritta, fino a oggi, per farsi un’idea della lunga lista di cadaveri di cui è costellata la sua storia. Per non parlare poi degli eventi naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami, inondazioni e fulmini, o anche quelle morti causate da animali domestici e selvaggi e da piante velenose o infine dalla carestia e dalle malattie.
Citando un lavoro di Joseph V. O'Brien, la pagina di Wikipedia sulle vittime della seconda guerra mondiale riporta una cifra superiore ai 71 milioni, come risultato delle morti imputabili al conflitto, tra civili e militari e tra gli Alleati e le forze dell’Asse.
A questo computo sono da aggiungere quelli del cosiddetto Olocausto che se vede negli ebrei i maggiori rappresentati non ne sono però gli unici, accompagnati da altre etnie o confessioni, come i Rom, gli omosessuali, i comunisti, i sovietici, i polacchi, i Testimoni di Geova, i malati di mente e così via, insieme che, secondo la voce Olocausto di Wikipedia porterebbe a una cifra totale tra i 10 e i 14 milioni di vittime civili delle persecuzioni razziali naziste.
Ma non è finita qui. Un altro totalitarismo ha causato un numero elevatissimo di vittime. Si tratta del comunismo. Ancora una voce di Wikipedia, basata su un libro famoso e controverso, Il libro nero del comunismo, di Stéphane Courtois edito da Mondadori (1998). Nell’Unione Sovietica i morti imputabili al comunismo sono stati 20 milioni, ma molti di più quelli in Cina, 65 milioni, cui segue una lista di altre nazioni orientali e anche africane ciascuna con circa 1 o 2 milioni di vittime, fino a arrivare a circa 95 milioni di cadaveri.
Nel tentativo di contestare l’ipotesi che i 65 milioni di morti cinesi siano da imputare tutti al regime comunista, e non anche alla carestia, Noam Chomsky fornisce un paragone: dal 1947 in avanti in India ci sono stati qualcosa come 100 milioni di morti, probabilmente la maggior parte dovuti a carestie, e sarebbe superficiale imputarli alla forma di governo presente, la democrazia.
Sia come sia, nel nostro macabro conteggio, sono altri 100 milioni di vite che se ne vanno al Creatore prima del tempo. Ma non è unicamente questo viaggio di sola andata anticipato, è anche tutto quello che sta intorno. Queste morti e quelle che vedremo dopo non sono solo un privare della vita, sono anche un ferire e insultare, un torturare e un violentare.
Le vittime di questi eccidi non se ne sono andate tutte in maniera veloce e indolore ma lenta e dolorosa, almeno buona parte. Non sono rimaste uccise da bombe o da un colpo alla testa, ma sono stati torturati e affamati, umiliati e offesi, per citare Dostoevskij, privati della dignità oltre che della vita.
Quella dignità che viene tanto sbandierata, ma non ci appartiene come specie, è solo una costruzione retorica, una formula, alla quale nemmeno i più veementi sbandieratori sembrano credere fino in fondo, come per esempio i casi emersi di recente (ma forse conosciuti da sempre) di preti pedofili.
Una delle risposte più frequenti a questa osservazione, che esistono cioè preti pedofili che violentano, in qualche modo, due volte, una volta le giovani vite e un’altra volta tutti coloro che credono, intensamente, in ciò che dovrebbe guidare il prete, il suo essere e il suo agire, è quella che non solo all’interno della chiesa sono presenti simili deviazioni del comportamento sessuale. Se ciò è giustificabile dal punto di vista umano, nel senso che all’interno di un numero sufficientemente ampio di individui sono rappresentati in proporzione tutti i tipi comportamentali, lo è meno dal punto di vista della filosofia che regge la dottrina cristiana. In chi pretende un luogo extra legem del quale avere l’autorità assoluta e essendo basato questo luogo sulla non-violenza, all’interno di quel sistema concettuale che lo sostiene non è possibile portare come scusante la relativamente ampia diffusione delle parafilie. Ma ne parleremo per esteso più avanti.
È l’antica pretesa dell’assoluto, specie in chi dichiara di essere guidato niente meno che da Dio, dall’Entità più alta in grado e apparentemente guidata da un Amore che scrivo con la maiuscola perché comprende tutti, vittime e carnefici.
Slavoj Zizek, filosofo e psicoanalista sloveno, nel suo libro La violenza invisibile, considera il tema, opposto a quanto affermato da Adorno che dopo Auschwitz la poesia è impossibile, che piuttosto la prosa è impossibile, dopo ogni nostra Auschwitz, giacchè è la prosa, molto più della poesia, che richiede razionalità, lucidità, pensiero fermo, tutte caratteristiche maggiormente incompatibili con la situazione fortemente emotiva che si prova dopo una violenza. E allora vale ciò che diceva Wallace Stevens dell’arte, una descrizione senza luogo.
A questa prima violenza sfacciata e evidente, egli ne oppone una seconda, invisibile appunto, quella del sistema economico capitalistico del mondo occidentale, sommerso e invischiato con il potere, in grado di influire in maniera sotterranea sul nostro agire, e ancora, quella delle correnti di pensiero “politicamente corrette” e di ogni altra ideologia totalitaria e umanitaria, che platealmente si manifesta, in virtù del suo portato universale, e con ciò stesso mina e distrugge ogni sommesso tentativo di revisione o critica.
Un mondo pieno di violenza, dunque. E non solo cagionata da altri uomini, come abbiamo visto, sia nel far male che nel far bene, ma anche dalla natura stessa.
Peduzzi (Peduzzi et alii 2009) ha pubblicato sulla rivista open access Natural Hazards and Earth System Sciences, un report per la UNPD (United Nations Development Programme) dal titolo Assessing global exposure and vulnerability towards natural hazards: the Disaster Risk Index (Valutazione dell’esposizione globale e vulnerabilità nei confronti dei pericoli naturali: l’Indice del Rischio di Calamità). Il lavoro cerca di stabilire un modello dei fattori che influenzano la perdita di vite umane nelle catastrofi naturali nel periodo 1980-2000. E non stranamente risulta che il maggior rischio di perdite umane è collegato al livello di sviluppo generale e alla qualità dell’ambiente.
Sono state elaborate, per ogni paese, delle classi di DRI (Disaster Risk Index) tenendo conto delle morti assolute (killed per year) e quelle relative (killed per year come percentuale dell’intera popolazione). Nella fig. 3 si vedono le sette classi di DRI in cui sono stati suddivisi i vari paesi sottoposti a analisi (N=215). Nella fig. 4 la mappa della distribuzione del DRI.
(tratto da Peduzzi et alii 2009)
(tratto da Peduzzi et alii 2009)
Infine, nella fig. 5, la top 25 dei paesi con i morti per milione e quelli per anno.
(tratto da Peduzzi et alii 2009)
Insomma, si potrebbe continuare ancora, prendendo in considerazione le morti per malattie epidemiche, come la dissenteria, la malaria o quelle dovute alla malnutrizione.
Oltre alla morte però, esistono anche altre situazioni che possiamo definire sgradevoli, che sono il risultato di piccole o grandi violenze, dalle torture al mobbing, dalle ingiustizie pubbliche a quelle private.
Questi e altri fattori convergono insieme a formare una sorta di indice della felicità, che non dovrebbe solo essere legata al benessere economico o alla salute, ma dovrebbe rappresentare l’insieme di tanti fattori, tra i quali, che so, efficienza dello Stato, trattamento del cittadino da parte dei vari organismi pubblici, grado di istruzione generale, senso civico (dal quale discende anche il rispetto per il prossimo) e così via. Qualcuno ha provato a mettere insieme questi indici per creare un Indice della Felicità del Pianeta. Che ne è venuto fuori?
Fig. 6 Aspettativa di vita (Tratto da Happy Planet Index 2.0 – Report 2009)
Fig. 7 Grado di soddisfazione della propria vita(Tratto da Happy Planet Index 2.0 – Report 2009)
Ma non è solo sui grandi numeri, sulla cosiddetta macrostoria che si basa l’idea che la vita non sia per niente un dono, è anche sui piccoli numeri e sulla microstoria di blochiana memoria. Vi siete mai soffermati a guardare la vita degli altri mentre scorre? Avete mai fatto caso agli altri, non solo per evitarli o ingannarli, ma anche per rispettarli, non solo a parole?
Si comincia con la tenera età infantile. I bambini sono crudeli, si sa. Forse, nel passaggio dall’asilo alla scuola elementare succede qualcosa, si accentua l’indipendenza e quello che normalmente all’asilo è un gruppo eterogeneo in cui l’interazione con l’altro è su base empatica e ha durata limitata, nella scuola elementare diventa formazione di gruppi, con alcuni soggetti che diventano leader, solitamente basati sulla formazione di squadre di calcio. In pratica si formano mini-compagnie che si punzecchiano tra loro, siccome però non sono mai sufficientemente forti da imporsi stabilmente gli uni sugli altri rivolgono la loro aggressività a quegli individui isolati, per la maggior parte disabili. Ovvio che questo non appartiene in forma evidente alle prime classi, ma direi che si formano comunque le basi. È quello che genericamente viene definito fenomeno del bullismo, che fino a poco tempo fa sembrava senza importanza mentre adesso se ne scopre la fondamentale portata.
Soprattutto se si dà retta agli episodi di cronaca recenti, con annesse riprese video postate su YouTube, che parlano di una mancanza di sensibilità per chi è portatore di una diversità, sia fisica che psichica, e quindi può essere aggredito senza timore perché è più debole. Si ritrova la stessa strategia che applicano gli scimpanzé (Pan troglodytes) nelle loro razzie o nelle scalate al potere, sempre deve esserci in una battaglia una disparità di forze in campo, altrimenti non si dà inizio all’aggressione.
Non è qui che voglio sviluppare l’argomento, ma sempre gli assembramenti di umani danno luogo a fenomeni di riassestamento delle gerarchie, specie se questi assembramenti non sono estemporanei ma durevoli. Questo fenomeno del riassestamento si conduce in maniera quasi sempre violenta, sia fisica che verbale. La società umana possiede vari livelli che molto spesso non si intersecano tra loro. Così vedere due ragazzini che si accapigliano induce quasi una forma di tenerezza nell’adulto, che non giudica importanti quelle baruffe. Ma così non è per i protagonisti, specialmente per chi è vittima.
In più, l’infanzia e la giovinezza sono vittime, ovviamente (sembrava impossibile il contrario) anche degli adulti, sotto forma di maltrattamenti, sfruttamento, violenza sessuale, pure in quei luoghi dove sembrerebbero essere più al sicuro dai malintenzionati.
L’elenco delle avversità generate da umani su altri umani non termina qui ma continua a tutte le età e in tutti gli strati sociali. Ma non solo si assiste a questi atteggiamenti di intolleranza nei confronti degli altri in maniera diretta, ma anche in maniera indiretta.
La trascuratezza e il vandalismo nei confronti dell’ambiente in cui si vive sono un drammatico esempio di questo modo indiretto di nuocere. La prassi di svuotare i posacenere delle auto in strada o di gettare dal finestrino tanti piccoli incarti, l’indifferenza nel distruggere un bene pubblico o nello sporcare senza pulire (come le deiezioni canine), la caparbietà nel pretendere tutto per sé disinteressandosi degli altri, come accade quando ci sono offerte speciali, oppure ancora la tendenza a fare rumore musica a alto volume o a fare chiasso anche nelle ore notturne, questi e similari comportamenti rappresentano un buon indice del livello di civismo di un popolo, di una comunità di umani. Se mancassero improvvisamente i controlli, sì come facilmente accade che se uno ne ha l’opportunità, compie un piccolo furto, diventeremmo all’istante tutti delinquenti, daremmo fondo al nostro atavico istinto dimenticandoci ogni regola e la famosa “morale”?
La cosa non è così incredibile come possiamo immaginare. Alcuni antipasti di quello che accadrebbe sono per esempio i grandi assembramenti sportivi legati al calcio o quelli relativi agli eventi del G8, in cui frange di facinorosi sfruttano la difficoltà di controllare un così elevato numero di persone per agire senza freni. Anche situazioni di pericolo possono trasformarsi in un abbandono delle caratteristiche che si vogliono farci umani, come può accadere in caso di incendio in un luogo pubblico chiuso e così via.
Sulla felicità si è scritto tanto. Ultimamente anche diversi autori si sono scomodati a contribuire a un volume collettivo dal titolo Perché siamo infelici, che non è una domanda ma una constatazione. Il libro è curato da Paolo Crepet (Crepet, a cura di, 2010), e presenta contributi di Andolfi, Andreoli, Boncinelli, Borgna, Calmieri e lo stesso Crepet.
L’infelicità è dunque, in definitiva, una condizione necessaria, per provare la felicità. In un post precedente (Felicità, decisioni e informazioni) riflettevo sul possibile legame tra opzioni di scelta e decisione, e anche sul legame tra scelta lenta o veloce e ruolo sulla felicità. In molti casi, la decisione basata sull’euristica (prove e errori) che sfrutta poche informazioni macroscopiche, fornisce il genere di risposta che definiremmo giusto.
In linea generale, non è difficile immaginare che quanto meno ritorneremo con il pensiero a una decisione presa, tanto meglio sarà dal punto di vista della gestione dello stress.
Un cane che sbrana un bambino seguendo un suo impulso animale non è che torna con il pensiero all’atto compiuto. Può tutt’al più provare tristezza per il distacco emotivo con il suo padrone, ma difficilmente soffrirà il rimorso per il gesto compiuto. Per un umano, il modo migliore per non provare infelicità è non ritornare sulle decisioni prese in maniera critica, sotto forma di rimorso ma tornarci semmai solo per trarne piacere, quando cioè la si giudica un’ottima decisione.
Come noto, la felicità esiste solo perché esiste almeno un altro stato che non lo è. Del resto, a voler essere pignoli, nemmeno un qualsiasi stato potrebbe definirsi in alcun modo, in un intervallo discreto tra felice e infelice, se non ne avesse un altro come termine di paragone.
È quindi solo dal confronto tra almeno due stati diversi che può definirsi una graduatoria.
Immaginiamo adesso una cospicua quantità di stati, tutti leggermente differenti l’uno dall’altro con l’ovvia conclusione che tra il primo e l’ultimo di questi stati la differenza è notevole mentre tra due stati contigui lo è molto meno.
I passaggi di stato tra stati contigui sono quasi inconsapevoli. Intendo dire che se uno si trova allo stato 7 e passa all’8, potrebbe anche non accorgersene, mentre se si trova allo stato 4 e passa al 9 se ne accorge eccome, e lo stesso vale in senso discendente.
Di solito non gradiamo molto una bevanda fredda e rinfrescante d’inverno, mentre d’estate è molto benaccetta. La differenza la fa la capacità di raffreddare che ha un bevanda fredda, il senso di sete che genera l’aumento della secchezza delle fauci, oltre che dalla perspiratio insensibilis e dalla franca sudorazione. Una bevanda ghiacciata colma un gap tra lo stato del nostro organismo accaldato e assetato e gli effetti del liquido: appunto, per desiderare e trarre felicità da una bibita fredda dobbiamo trovarci in una condizione come quella che si prova in questi giorni, altrimenti la felicità che ne verrebbe sarebbe di molto inferiore.
Per essere chiari, poniamo arbitrariamente uguale a 9 una bella bevanda ghiacciata: se siamo al Polo Nord probabilmente il nostro stato di provenienza è simile a quello di arrivo per quel che riguarda l’idratazione, invece se siamo nel deserto il nostro stato potrebbe essere di parecchio inferiore. Altre due cose prima di chiudere. Immagino una direzione della felicità, nel senso che se si passa da 1 a 10 si va verso la felicità e se si va da 10 a 1 si va verso l’infelicità. Però trovarsi in uno stato dal 5 in su, di per sé, non corrisponde a niente di felice, a meno che non si provenga da uno notevolmente più indietro, mentre trovarsi in uno stato dal 5 in giù, questo sì che è capace di generare infelicità. Eh si, l’infelicità, come sanno tutti, è una grande molla, mentre la felicità lo è solo nel momento di transizione.
Vi è relazione tra felicità, decisioni e quantità di informazioni a disposizione?
Per esempio, vi è chi sostiene che avere poche informazioni non sia sempre un male (Gigerenzer 2009) e che in questo caso l’euristica dell’intuizione (o logica intuitiva) favorisce le scelte migliori.
C’è un metodo, definito “fast and frugal” (Gigerenzer et. al.1999) veloce e frugale, che basa la decisione su un solo suggerimento.
Questi metodi, che si oppongono al dogma del più informazioni migliore la scelta, si basano sulle conoscenze pregresse, su un sistema di categorizzazione piuttosto semplificato, e sulla decisione veloce.
Quello che vorrei verificare è se questo sistema euristico (cioè realizzato per prove e errori, senza un algoritmo risolutivo) è basato su un ragionamento logico (quindi soggetto al rigido argomentare logico formale) oppure si basa su una logica più morbida, definita intuitiva, che trova il suo fondamento nell’esperienza.
Qualche esempio.
Tutti sanno quanto sia difficile guadagnarsi la fiducia di un animale selvatico. A eccezione dei grandi predatori, gli altri animali, piccoli e medi erbivori e piccoli carnivori utilizzano una massima universale e un po’ grezza ma sicuramente efficace: diffida di tutti gli animali umani.
E forse a questa massima molti devono la loro vita, anche se tra quegli umani che vorrebbero avvicinarli potrebbe esserci un veterinario che vuole curarli.
Ora, mi piacerebbe capire se questa euristica semplice, e che probabilmente poggia le sue basi decisionali sulla distribuzione dei vari “pesi” emotivi all’interno delle scelte possibili, abbia una relazione, e se si quale, con lo sperimentare uno stato di felicità.
In più, laddove invece l’organismo usa un metodo di decisione meno euristico ma più algoritmico, con abbondante utilizzo di informazioni e uso di inferenze logico-deduttive, ecco vorrei verificare se in questo versante venga impiegato il comparto emotivo e se anche in questo caso si possa parlare di possibile relazione con uno stato di felicità.
Vi è anche da considerare che è nozione corrente che più informazioni abbiamo e, solitamente, meno felici siamo, così per esempio lo si può dire dei fatti di cronaca nera, che inducono uno stato di diffidenza e paura, della presenza di vere o presunte epidemie, che scatenano episodi di isteria, delle conoscenza dei fatti nascosti che gravitano nell’orbita dell’agire politico, che induce disaffezione e sfiducia. Insomma, è nozione comune che meno cose si sanno più si è felici. È una considerazione che mi invita a riflettere, anche tenendo conto della capacità di affrontare le questioni insita in un sistema di decisioni rapido e semplice.
Termino con quello che si sta rivelando un libro pieno di belle sorprese, quello di Gigerenzer (Gigerenzer 2009), che cavalca un’idea che è un mio chiodo fisso, anche se non ne ho parlato spesso, almeno non nel nuovo blog.
“Quando divenni direttore dell’Istituto Max Planck di sviluppo umano volevo creare un gruppo di ricerca interdisciplinare i cui membri parlassero, lavorassero e pubblicassero veramente insieme. È una cosa rara; se non s’interviene attivamente per creare un ambiente favorevole a questo obiettivo, nel giro di pochi anni la collaborazione tende a venir meno, e può anche non nascere mai. Il principale ostacolo è mentale: chi fa ricerca tende (come la maggioranza delle persone comuni) a identificarsi col gruppo ristretto di cui fa parte, ignorando o addirittura disprezzando le discipline affini. Però, la maggior parte degli argomenti importanti che studiamo oggi non rispetta i confini storici fra le discipline, e per andare avanti bisogna guardare più in là del proprio punto di vista ristretto; così tirai fuori un insieme di regole – non formulate verbalmente, ma applicate nella pratica – destinate a creare il tipo di cultura che desideravo. Eccone alcune:
Tutti allo stesso piano.
Partire su un piede di parità.
Ogni giorno un po’ di vita sociale.
Condivisione dei successi.
Porte aperte.” (Gigerenzer 2009, p. 78-79)
La citazione è incompleta, perché delle cinque voci elencate parleremo la prossima volta.
Gigerenzer, G., Todd, P. M., and the ABC Research Group. (1999). Simple heuristics that make us smart. New York: Oxford University Press.
Esiste un meccanismo di difesa dalle delusioni che fa si che noi ci tuteliamo dalle frustrazioni modificando le aspettative nei riguardi di un fenomeno.
Per esempio. Per continuare a credere in Dio occorre porre il soddisfacimento atteso al di là di un periodo di tempo verificabile, in modo da non disilludere la nostra aspettativa e continuare a vivere cullandosi in questa speranza.
Però, nei confronti di fenomeni la cui legittima aspettativa ricade all'interno della nostra esistenza in vita, come ci difendiamo dal pericolo della delusione?
Un modo è: non nutrire aspettative. In questa maniera, dovessero arrivare delle cose inaspettate (ma in realtà aspettate) ne avremmo un godimento, ma allo stesso tempo saremmo "garantiti" dal soffrire un'amarezza, cosa notoriamente non facilmente compensabile da un altrettanto intensa felicità.
Un altro modo è: siccome però nessuno rinuncia volentieri alle proprie speranze, si può sempre scaricare su qualcun altro la responsabilità della mancata realizzazione dell'aspettativa, trovando così un responsabile diverso dal legittimo autore che può continuare a essere un nostro riferimento.
Questo esordio richiede una breve spiegazione. È una domanda che ci si pone, a volte, quando si vive un breve momento di felicità, di qualunque tipo, basta che sia felicità. Perché tutti, prima o poi, e forse per un istante infinitamente corto, abbiamo provato la felicità. Ma proprio nel provarla, o nell’attimo che segue l’istante, in quel frangente di completa libertà di movimento, in cui nulla ci è precluso, in cui siamo amici del mondo, proprio in quell’attimo forse un pensiero ci sfiora: sì, ma dopo, cosa c’è dopo, che mi rimane di questa…felicità, pur così effimera e passeggera?
Ma questa non è ancora la domanda iniziale. La domanda iniziale è un ulteriore dopo, è il continuo di quel ragionamento.
Finito il piacere, terminato l’attimo di felicità, svanita quella sensazione che vorremmo durasse per sempre, cosa rimane?
Attorcigliamo le nostre vite usando la nostra come rocchetto. Sempre intorno a noi gira il filo del destino, nel bene o nel male, siamo sempre noi i protagonisti. E questa effimera sensazione, questa fugacità del sentire, in sé, è banale, proprio nel momento stesso in cui la viviamo ne comprendiamo l’intima debolezza, la pochezza della sua struttura. Voler essere felici, che c’è di più banale?
L’aspetto strano è che mentre cerchiamo di raggiungerla, mentre l’aneliamo, mentre ne desideriamo una sempre maggiore, più grande, noi non ci accorgiamo della sua scarsezza. Ce ne accorgiamo solo quando l’abbiamo raggiunta, pure per quel breve lasso di tempo.
La questione non riguarda il tempo in cui non siamo felici, in cui il desiderio della felicità provata e di quella immaginata ci sprona. No, la questione riguarda quell’istante che circonda la felicità, il subito dopo, l’immediato poi, ma sempre all’interno dell’insieme felicità. Che cos’è questa felicità? Proprio nel momento in cui la proviamo, nell’attimo seguente averla provata, noi meno sappiamo cosa sia: è il momento in cui possiamo farci domande senza l’assillo di qualcosa da raggiungere che ci darà piacere, in cui possiamo liberare la mente da ogni impedimento e immaginare tutta la realtà.
Ma cosa vediamo?
(aggiornamento 15.04.2010) Luca, scova delle belle e filosofiche parole, a commento di questo post. Molto valide.