Visualizzazione post con etichetta Bowlby. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bowlby. Mostra tutti i post

sabato 10 aprile 2010

Emotional life and development of affective ties

Perhaps it happened to everyone, in life, to be angry or frustrated because of events or facts relating directly or indirectly to other humans. Maybe too, similar episodes that have to do with natural phenomena and perfectly random, and certainly those involving other members of our species, are marked with detail: often we want to relive another or to others what they (or natural causes) did prove to us.
Besides this, it is of considerable interest that, in the absence of opportunity to act on the individual responsible for our feelings we tend to "vent" our anger against individuals for whom we can afford, and that is our loved ones, people who love us and so on.
This kind of behavior is part perfectly in the line of action indicated above: it would almost seem that our principal interest is to bring back someone negative emotions we felt , preferably the author of our state of mind but failing that,  to anyone at hand,as  relative or friend .
Emotion is a comparison effective. Informs us that he is not pretending that evidence. If we believe that the person that we face is trying emotion, in this case negative, which we judge according to the intensity of its effects, then we are even-partially-satisfied as if we could transfer to another negative emotion and stress that we consumed.
There is a transfer that move this amount of emotional stress from body to body and has a strong liberating effect. But because it is so liberating I say, not the pair to whom causes our discomfort, which is understandable, but to whom has nothing to do? Why in demanding our credits of happiness or in paying our debts' s unhappiness seems to be little influence the object of our emotional transactions?
Why, I say again, if for example our boss gives us a dressing down  earning our resentment, we are sufficiently rewarded -not totally- by turning them into some other subject?
But this step of emotions can occur if and only if the caller gives shows to get a return emotionally stressful from interaction. Although the direct object of vengeance or the indirect one, do not show to consider or to suffer any consequences from our actions, then the effect of the transfer does not occur and our remains  angryer than before.
A result similar to that suggested above communicates Bowlby [1], citing some works (slightly cruel) made to small children [2].
If you separate the children from their mother for several days, leaving them in a residential nursery in the company of teachers, and comparing the results with a control group that stays at home instead, these effects are noticed only in children deprived the company of his mother and not in others.
These effects are defined as emotional and behavioral problems and are:
emotional detachment in the meeting with the mother
inexhaustible need for attachment to the mother.

On the return trip, children are  a little mixed feelings: on one hand they need maternal contact as something vital, something that occurs with shouts and calls continued during the early days of separation, on the other when reunited after a separation a few days, also show a kind of emotional coldness, a sort of resentment nameless (in fact the experiment was in children about two years) which requires a rather long time to be digested.
When the situation returns to normal, the baby develops a maternal attachment even stronger than before, fearing any more intense brief separation.
Interestingly, the dynamics of the return home of children. Manifests an emotional detachment that is a clear shift the responsibility for separation to the mother, and that highlights the emotional detachment, a sort of emotional punishment that is able to recreate in to the object (the mother) the sensations experienced by the subject ( the child).
We hypothesize that, in children, increased stress due to separation may also be mediated by the inability to act of its proximity. As we known resentment is to the causes of our negative moods, so if the boss lets us do overtime not provided or if the policeman raises us a fine for a temporary stop, we know very well what is the object of our anger . Even if, for example, you can not complete an entrance exam or will not answer a question, if the stressor is made to coincide with yourself you will have a display of anger toward you, making ourselves the 'object of our grievances.
So, for the child, the mother is the agent of separation, since he had not sufficient knowledge of other causes. Not him was dismissed from his mother but the mother has moved away from him. Since the baby is unable to make these considerations, we can  imagine how he interprets at emotional-motor level-i.e. emotorio- this separation as an impediment to contact caused by his mother, her hide, and how the care of teachers and  his crying are insufficient to placate. The child must want the source of its wealth because it is from that source that allowed his acts.

venerdì 2 aprile 2010

Vita emotiva e costruzione dei legami

(aggiornato)

I.
Forse è capitato a tutti, nella vita, di essere arrabbiati o frustrati a causa di eventi o fatti che riguardano direttamente o indirettamente altri umani. Forse similmente anche gli episodi che hanno a che fare con fenomeni naturali e perfettamente casuali, e sicuramente quelli che riguardano altri membri della nostra specie, sono contrassegnati da una particolarità: spesso desideriamo far rivivere all’altro o agli altri quello che loro (o cause naturali) hanno fatto provare a noi.
Oltre questo, è di notevole interesse il fatto che, in mancanza della possibilità di agire sull’individuo responsabile delle nostre sensazioni noi tendiamo a “scaricare” la nostra rabbia repressa nei confronti di individui verso i quali possiamo permettercelo, e cioè i nostri cari, le persone che ci vogliono bene e così via.
Anche questo genere di comportamenti si inscrive perfettamente nella linea di azione indicata in precedenza: sembrerebbe quasi che il nostro interesse precipuo sia quello di far rivivere a qualcuno le emozioni negative che abbiamo provato noi, preferibilmente all’autore del nostro stato d’animo ma, in mancanza di questo, a chiunque ci capiti sotto mano, parente, amico o sottoposto che sia.
L’emozione è un termine di paragone efficace. Ci informa che colui che la prova non sta fingendo. Se noi siamo convinti che la persona che abbiamo di fronte sta provando un’emozione, in questo caso negativa, che giudicheremo anche in base all’intensità dei suoi effetti, allora siamo anche –parzialmente- soddisfatti quasi come se avessimo potuto trasferire all’altro quell’emozione negativa e stressante che ci consumava.
C’è come un  trasferimento emotivo che sposta questa quantità di stress da un corpo all’altro e che ha un forte effetto liberatorio. Ma perché è così liberatorio dico, non tanto il rendere la pariglia a chi causa il nostro malessere –il che è comprensibile- ma anche a chi non c’entra niente? Perché nell’esigere i nostri crediti di felicità o nel pagare i nostri debiti d’ infelicità sembra quasi che sia poco influente l’oggetto di queste nostre transazioni emotive?
Perché, torno a dire, se per esempio il nostro capoufficio ci dà una strigliata –con la qual cosa guadagnandosi il nostro risentimento- siamo sufficientemente ripagati –non dico totalmente- dal rigirarla a nostra volta su qualche sottoposto?
Ma questo passaggio di emozioni può avvenire se e solamente se l’interlocutore dà mostra di avere un ritorno emotivo stressante dall’interazione. Infatti, se l’oggetto diretto della vendetta o quello indiretto, non mostrano di tenere in considerazione né di subire alcuna conseguenza dai nostri atti, allora l’effetto del trasferimento non si manifesta e il nostro resta arrabbiato come e più di prima.
Un risultato simile a quello ipotizzato sopra lo comunica Bowlby[1], citando alcuni lavori (leggermente crudeli) realizzati su bambini piccoli[2] .
Se si separano dei bambini piccoli dalla loro madre per alcuni giorni, lasciandoli in un asilo-nido residenziale in compagnia solo delle maestre, e si confrontano i risultati con un gruppo di controllo che invece rimane a casa, si notano effetti presenti solo nei bambini privati della compagnia della madre  e non negli altri.
Questi effetti vengono definiti disturbi del comportamento affettivo e sono:
distacco emotivo alla riunione con la madre
inesauribile bisogno di attaccamento alla madre.
Al ritorno, nei piccoli è presente un sentimento contrastante: da una parte hanno bisogno del contatto materno come di una cosa vitale; questa cosa  si manifesta con grida e richiami continui durante i primi tempi della separazione, dall’altra, quando riuniti dopo una separazione di alcuni giorni, mostrano anche una sorta di freddezza emotiva, una specie di rancore innominato (infatti l’esperimento era su bambini di circa due anni) che esige un tempo piuttosto lungo per essere digerito.
Quando la situazione ritorna alla normalità, il piccolo sviluppa un attaccamento materno ancora più forte di prima, temendo ogni breve separazione in maniera più intensa.
È interessante notare la dinamica del ritorno a casa dei piccoli. Si manifesta un distacco emotivo che è un chiaro addossare la responsabilità della separazione alla madre, e che si evidenzia con il distacco emotivo, una sorta di punizione emotiva che è in grado di ricreare nell’oggetto (la madre)  le sensazioni vissute dal soggetto (il bambino).
Possiamo ipotizzare che, nel bambino, l’aumento di stress dovuto alla separazione possa anche essere mediato dall’impossibilità di agire la sua vicinanza. Notoriamente il nostro risentimento va alle cause dei nostri stati d’animo negativi, così se il capoufficio ci fa fare degli straordinari non previsti o se il vigile ci eleva una multa per una sosta temporanea, noi sappiamo benissimo qual è l’oggetto del nostro rancore. Anche nel caso, per esempio, non si riesca a completare un test d’ammissione oppure non si risponda a una interrogazione, se si fa coincidere l’agente stressante  con se stessi si avrà una manifestazione di rabbia verso di sé, diventando noi stessi l’oggetto delle nostre recriminazioni.
E dunque, per il piccolo, è la madre l’agente della separazione, non avendo egli sufficiente cognizione di altre cause. Non è lui che è stato allontanato dalla madre ma è la madre che si è allontanata da lui. Posto che il piccolo non sia in grado di fare  queste considerazioni, possiamo però immaginare come egli interpreti a livello emotivo-motorio –emotorio- questa separazione come un impedimento al contatto causato dalla madre, dal suo celarsi, e di come le cure dei sostituti e i suoi pianti siano insufficienti a placarlo. Il bambino deve desiderare la fonte del suo benessere perché è a quella fonte che sono consentiti i suoi atti.
(to be continued…)



[1] John Bowlby, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina 2008 (ed. or. 1982) p. 80-81
[2] C.M. Heinicke, Some effects of separating two-years-old children from their parents: a comparative study, Human Relations, 1956, 9, p. 105-176.
C. Heinecke, I. Westheimer, Brief separations, New York 1966, IUPress


II.





Affinità affettive.
Anche i piccoli delle scimmie reso  (Macaca mulatta), come i piccoli umani, risentono degli effetti della privazione affettiva[1], tra i quali “forte turbamento e ridotto livello di attività durante la separazione, e tendenza particolarmente intensa  ad aggrapparsi alla madre dopo la separazione.”[2]
Una differenza fondamentale, però,  consisterebbe nella mancata esecuzione nei macachi della routine del distacco emotivo al ricongiungimento.
Su Sciencedaily c’è il report[3] di un lavoro sulla relazione affettiva madre-figlio[4]. Si tratta di una meta-analisi di 69 studi riguardanti circa 6000 bambini di età dai dodici anni in giù. In termini generici il risultato è che i bambini, in special modo maschi, che hanno avuto un rapporto di attaccamento insicuro con la madre, risentono durante la giovinezza di maggiori problemi comportamentali.
Proviamo a trarre qualche conclusione da questi fatti. Il legame affettivo madre-figlio sembra essere (almeno in queste due specie) importante e fondamentale per uno sviluppo completo del sistema relazionale dei piccoli. Ora, a parte che esistono lavori[5] che provano come circostanze perinatali quali l’anossia predispongono a una maggiore sensibilità “ambientale” in situazioni come quelle della separazione, ad esempio, si può con discreta certezza affermare che il ruolo parentale nello sviluppo affettivo dei piccoli è di notevole importanza. Viene allora normale chiedersi in cosa consista questa relazione affettiva e quale sia il meccanismo con il quale si manifesta nei soggetti della nostra diade.
Il disvelamento di questo processo coinvolge pure la situazione dipinta inizialmente, e cioè la volontà del soggetto ferito emotivamente di far provare l’identica emozione all’altro?
Sembrerebbe di si. In entrambi i casi c’è un passaggio di qualcosa, l’emozione, la sensazione viscerale, che si deve trasferire all’altro perché trovi soddisfacimento quell’urgenza emotiva interna che preme per essere risolta.

Gerarchie.
 I macachi reso[6] hanno una struttura sociale fortemente gerarchizzata: se in una comunità di macachi reso si introduce una femmina estranea, costei finisce in fondo alla gerarchia sociale e quelli che prima erano ultimi sono i più felici in assoluto del gruppo perché ora hanno qualcuno da infastidire e sul quale esercitare il loro unico esercizio di dominanza. In questi animali è presente dunque la consapevolezza del bene come riferito esclusivamente a sé e tutta la comunità di macachi è basata su questo assunto: tanto è vero che, quando c’è una contesa tra due individui, un terzo senza vincoli di parentela che avesse voglia di far carriera, non si alleerebbe con il più debole ma con il più forte.
Allo stesso modo, se putacaso un individuo mostra un giorno segnali di debolezza, per malattia o altro trauma, tutti gli altri, nessuno escluso (a meno che non si tratti di una femmina imparentata) lo aggredirebbero e forse alla fine anche ucciderebbero per scavalcarlo nella gerarchia.
Probabilmente, all’interno dell’intelligenza del macaco, non esiste nemmeno un concetto come compassione per il più debole. Il più debole è soltanto un soggetto in momentanea difficoltà e che quindi può essere attaccato senza grandi rischi. Le eccezioni nel mondo animale, uomo escluso, sono poche o forse assenti del tutto.
(to be continued)



[1] Spencer-Booth Y., Hinde R.A., THE EFFECTS OF SEPARATING RHESUS MONKEY INFANTS FROM THEIR MOTHERS FOR SIX DAYS, Journal of Child Psychology and Psychiatry, 7, 3-4, 179-197, 1966, http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-7610.1966.tb02245.x
R. A. Hinde and Yvette Spencer-Booth (9 July 1971), Effects of Brief Separation from Mother on Rhesus Monkeys, Science 173 (3992), 111. [DOI: 10.1126/science.173.3992.111]
[2] J. Bowlby, op. cit. p. 83.
[3] University of Reading (2010, March 29). Mother-son relationship key to emotional development.ScienceDaily. Retrieved April 1, 2010, from http://www.sciencedaily.com/releases/2010/03/100325093124.htm
[4] Fearon, RP et al. The Significance of Insecure Attachment and Disorganization in the Development of Children’s Externalizing Behavior: A Meta-Analytic StudyChild Development, 2010; 81 (2): 435 DOI:10.1111/j.1467-8624.2009.01405.x
[5] L. E. Ucko, A Comparative Study of Asphyxiated and Non-Asphyxiated Boys from Birth to Five Years
Developmental Medicine & Child Neurology, 7, 6, 1965  http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-8749.1965.tb07841.x
[6] Frans B.M. De Waal, Rank distance as a central feature of rhesus monkey social organization: a sociometric analysis, Animal Behaviour, Volume 41, Issue 3, March 1991, Pages 383-395, ISSN 0003-3472, DOI: 10.1016/S0003-3472(05)80839-5.
(http://www.sciencedirect.com/science/article/B6W9W-4JW7GFC-2/2/66aa98887fd52aeee86ef3b9837e894e).
Frans B. M. de Waal, Lesleigh M. Luttrell , The formal hierarchy of rhesus macaques: An investigation of the bared-teeth display, American Journal of Primatology, Volume 9, Issue 2 , Pages73 - 85
Copyright © 1985 Wiley-Liss, Inc., A Wiley Company

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...