venerdì 2 aprile 2010

Vita emotiva e costruzione dei legami

(aggiornato)

I.
Forse è capitato a tutti, nella vita, di essere arrabbiati o frustrati a causa di eventi o fatti che riguardano direttamente o indirettamente altri umani. Forse similmente anche gli episodi che hanno a che fare con fenomeni naturali e perfettamente casuali, e sicuramente quelli che riguardano altri membri della nostra specie, sono contrassegnati da una particolarità: spesso desideriamo far rivivere all’altro o agli altri quello che loro (o cause naturali) hanno fatto provare a noi.
Oltre questo, è di notevole interesse il fatto che, in mancanza della possibilità di agire sull’individuo responsabile delle nostre sensazioni noi tendiamo a “scaricare” la nostra rabbia repressa nei confronti di individui verso i quali possiamo permettercelo, e cioè i nostri cari, le persone che ci vogliono bene e così via.
Anche questo genere di comportamenti si inscrive perfettamente nella linea di azione indicata in precedenza: sembrerebbe quasi che il nostro interesse precipuo sia quello di far rivivere a qualcuno le emozioni negative che abbiamo provato noi, preferibilmente all’autore del nostro stato d’animo ma, in mancanza di questo, a chiunque ci capiti sotto mano, parente, amico o sottoposto che sia.
L’emozione è un termine di paragone efficace. Ci informa che colui che la prova non sta fingendo. Se noi siamo convinti che la persona che abbiamo di fronte sta provando un’emozione, in questo caso negativa, che giudicheremo anche in base all’intensità dei suoi effetti, allora siamo anche –parzialmente- soddisfatti quasi come se avessimo potuto trasferire all’altro quell’emozione negativa e stressante che ci consumava.
C’è come un  trasferimento emotivo che sposta questa quantità di stress da un corpo all’altro e che ha un forte effetto liberatorio. Ma perché è così liberatorio dico, non tanto il rendere la pariglia a chi causa il nostro malessere –il che è comprensibile- ma anche a chi non c’entra niente? Perché nell’esigere i nostri crediti di felicità o nel pagare i nostri debiti d’ infelicità sembra quasi che sia poco influente l’oggetto di queste nostre transazioni emotive?
Perché, torno a dire, se per esempio il nostro capoufficio ci dà una strigliata –con la qual cosa guadagnandosi il nostro risentimento- siamo sufficientemente ripagati –non dico totalmente- dal rigirarla a nostra volta su qualche sottoposto?
Ma questo passaggio di emozioni può avvenire se e solamente se l’interlocutore dà mostra di avere un ritorno emotivo stressante dall’interazione. Infatti, se l’oggetto diretto della vendetta o quello indiretto, non mostrano di tenere in considerazione né di subire alcuna conseguenza dai nostri atti, allora l’effetto del trasferimento non si manifesta e il nostro resta arrabbiato come e più di prima.
Un risultato simile a quello ipotizzato sopra lo comunica Bowlby[1], citando alcuni lavori (leggermente crudeli) realizzati su bambini piccoli[2] .
Se si separano dei bambini piccoli dalla loro madre per alcuni giorni, lasciandoli in un asilo-nido residenziale in compagnia solo delle maestre, e si confrontano i risultati con un gruppo di controllo che invece rimane a casa, si notano effetti presenti solo nei bambini privati della compagnia della madre  e non negli altri.
Questi effetti vengono definiti disturbi del comportamento affettivo e sono:
distacco emotivo alla riunione con la madre
inesauribile bisogno di attaccamento alla madre.
Al ritorno, nei piccoli è presente un sentimento contrastante: da una parte hanno bisogno del contatto materno come di una cosa vitale; questa cosa  si manifesta con grida e richiami continui durante i primi tempi della separazione, dall’altra, quando riuniti dopo una separazione di alcuni giorni, mostrano anche una sorta di freddezza emotiva, una specie di rancore innominato (infatti l’esperimento era su bambini di circa due anni) che esige un tempo piuttosto lungo per essere digerito.
Quando la situazione ritorna alla normalità, il piccolo sviluppa un attaccamento materno ancora più forte di prima, temendo ogni breve separazione in maniera più intensa.
È interessante notare la dinamica del ritorno a casa dei piccoli. Si manifesta un distacco emotivo che è un chiaro addossare la responsabilità della separazione alla madre, e che si evidenzia con il distacco emotivo, una sorta di punizione emotiva che è in grado di ricreare nell’oggetto (la madre)  le sensazioni vissute dal soggetto (il bambino).
Possiamo ipotizzare che, nel bambino, l’aumento di stress dovuto alla separazione possa anche essere mediato dall’impossibilità di agire la sua vicinanza. Notoriamente il nostro risentimento va alle cause dei nostri stati d’animo negativi, così se il capoufficio ci fa fare degli straordinari non previsti o se il vigile ci eleva una multa per una sosta temporanea, noi sappiamo benissimo qual è l’oggetto del nostro rancore. Anche nel caso, per esempio, non si riesca a completare un test d’ammissione oppure non si risponda a una interrogazione, se si fa coincidere l’agente stressante  con se stessi si avrà una manifestazione di rabbia verso di sé, diventando noi stessi l’oggetto delle nostre recriminazioni.
E dunque, per il piccolo, è la madre l’agente della separazione, non avendo egli sufficiente cognizione di altre cause. Non è lui che è stato allontanato dalla madre ma è la madre che si è allontanata da lui. Posto che il piccolo non sia in grado di fare  queste considerazioni, possiamo però immaginare come egli interpreti a livello emotivo-motorio –emotorio- questa separazione come un impedimento al contatto causato dalla madre, dal suo celarsi, e di come le cure dei sostituti e i suoi pianti siano insufficienti a placarlo. Il bambino deve desiderare la fonte del suo benessere perché è a quella fonte che sono consentiti i suoi atti.
(to be continued…)



[1] John Bowlby, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina 2008 (ed. or. 1982) p. 80-81
[2] C.M. Heinicke, Some effects of separating two-years-old children from their parents: a comparative study, Human Relations, 1956, 9, p. 105-176.
C. Heinecke, I. Westheimer, Brief separations, New York 1966, IUPress


II.





Affinità affettive.
Anche i piccoli delle scimmie reso  (Macaca mulatta), come i piccoli umani, risentono degli effetti della privazione affettiva[1], tra i quali “forte turbamento e ridotto livello di attività durante la separazione, e tendenza particolarmente intensa  ad aggrapparsi alla madre dopo la separazione.”[2]
Una differenza fondamentale, però,  consisterebbe nella mancata esecuzione nei macachi della routine del distacco emotivo al ricongiungimento.
Su Sciencedaily c’è il report[3] di un lavoro sulla relazione affettiva madre-figlio[4]. Si tratta di una meta-analisi di 69 studi riguardanti circa 6000 bambini di età dai dodici anni in giù. In termini generici il risultato è che i bambini, in special modo maschi, che hanno avuto un rapporto di attaccamento insicuro con la madre, risentono durante la giovinezza di maggiori problemi comportamentali.
Proviamo a trarre qualche conclusione da questi fatti. Il legame affettivo madre-figlio sembra essere (almeno in queste due specie) importante e fondamentale per uno sviluppo completo del sistema relazionale dei piccoli. Ora, a parte che esistono lavori[5] che provano come circostanze perinatali quali l’anossia predispongono a una maggiore sensibilità “ambientale” in situazioni come quelle della separazione, ad esempio, si può con discreta certezza affermare che il ruolo parentale nello sviluppo affettivo dei piccoli è di notevole importanza. Viene allora normale chiedersi in cosa consista questa relazione affettiva e quale sia il meccanismo con il quale si manifesta nei soggetti della nostra diade.
Il disvelamento di questo processo coinvolge pure la situazione dipinta inizialmente, e cioè la volontà del soggetto ferito emotivamente di far provare l’identica emozione all’altro?
Sembrerebbe di si. In entrambi i casi c’è un passaggio di qualcosa, l’emozione, la sensazione viscerale, che si deve trasferire all’altro perché trovi soddisfacimento quell’urgenza emotiva interna che preme per essere risolta.

Gerarchie.
 I macachi reso[6] hanno una struttura sociale fortemente gerarchizzata: se in una comunità di macachi reso si introduce una femmina estranea, costei finisce in fondo alla gerarchia sociale e quelli che prima erano ultimi sono i più felici in assoluto del gruppo perché ora hanno qualcuno da infastidire e sul quale esercitare il loro unico esercizio di dominanza. In questi animali è presente dunque la consapevolezza del bene come riferito esclusivamente a sé e tutta la comunità di macachi è basata su questo assunto: tanto è vero che, quando c’è una contesa tra due individui, un terzo senza vincoli di parentela che avesse voglia di far carriera, non si alleerebbe con il più debole ma con il più forte.
Allo stesso modo, se putacaso un individuo mostra un giorno segnali di debolezza, per malattia o altro trauma, tutti gli altri, nessuno escluso (a meno che non si tratti di una femmina imparentata) lo aggredirebbero e forse alla fine anche ucciderebbero per scavalcarlo nella gerarchia.
Probabilmente, all’interno dell’intelligenza del macaco, non esiste nemmeno un concetto come compassione per il più debole. Il più debole è soltanto un soggetto in momentanea difficoltà e che quindi può essere attaccato senza grandi rischi. Le eccezioni nel mondo animale, uomo escluso, sono poche o forse assenti del tutto.
(to be continued)



[1] Spencer-Booth Y., Hinde R.A., THE EFFECTS OF SEPARATING RHESUS MONKEY INFANTS FROM THEIR MOTHERS FOR SIX DAYS, Journal of Child Psychology and Psychiatry, 7, 3-4, 179-197, 1966, http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-7610.1966.tb02245.x
R. A. Hinde and Yvette Spencer-Booth (9 July 1971), Effects of Brief Separation from Mother on Rhesus Monkeys, Science 173 (3992), 111. [DOI: 10.1126/science.173.3992.111]
[2] J. Bowlby, op. cit. p. 83.
[3] University of Reading (2010, March 29). Mother-son relationship key to emotional development.ScienceDaily. Retrieved April 1, 2010, from http://www.sciencedaily.com/releases/2010/03/100325093124.htm
[4] Fearon, RP et al. The Significance of Insecure Attachment and Disorganization in the Development of Children’s Externalizing Behavior: A Meta-Analytic StudyChild Development, 2010; 81 (2): 435 DOI:10.1111/j.1467-8624.2009.01405.x
[5] L. E. Ucko, A Comparative Study of Asphyxiated and Non-Asphyxiated Boys from Birth to Five Years
Developmental Medicine & Child Neurology, 7, 6, 1965  http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-8749.1965.tb07841.x
[6] Frans B.M. De Waal, Rank distance as a central feature of rhesus monkey social organization: a sociometric analysis, Animal Behaviour, Volume 41, Issue 3, March 1991, Pages 383-395, ISSN 0003-3472, DOI: 10.1016/S0003-3472(05)80839-5.
(http://www.sciencedirect.com/science/article/B6W9W-4JW7GFC-2/2/66aa98887fd52aeee86ef3b9837e894e).
Frans B. M. de Waal, Lesleigh M. Luttrell , The formal hierarchy of rhesus macaques: An investigation of the bared-teeth display, American Journal of Primatology, Volume 9, Issue 2 , Pages73 - 85
Copyright © 1985 Wiley-Liss, Inc., A Wiley Company

25 commenti:

  1. A proposito dei disturbi del comportamento affettivo dei piccoli separati dalla madre, ho letto di recente un articolo su una rivista scientifica americana, che riporta i risultati di una ricerca.

    Non sto ricordando in questo momento quale sia, ma volevo proprio pubblicare un articolo al riguardo per ché mi ha colpito molto.

    Per quanto riguarda le tue domande "Ma perché è così liberatorio dico, non tanto il rendere la pariglia a chi causa il nostro malessere –il che è comprensibile- ma anche a chi non c’entra niente?...", pensi di fornire dellerisposte nella continuazione?

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  2. BUONA SERA PAOPASC , TUTTO OK ?
    .
    MI ANTICIPO NEGLI AUGURI .
    .
    UN SALUTO .

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  3. L'introduzione promette bene: post da stampare e leggere con calma! Complimenti..

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  4. Sai Paopasc, forse il bambino ha sempre ragione. Non esiste infatti una responsabilità terza, se una madre abbandona il proprio bambino volutamente, come nel caso dell'esperimento. Una madre che decide di immolarsi eroicamente a cavia, e soprattutto di immolare il proprio figlio, in nome della scienza (che nessun motivo mi sembra più stupido di questo, ammè), è cosa naturale che diventi l'unico oggetto del risentimento legittimo del proprio figlio. Per il bambino non fa alcuna differenza, lui si sente abbandonato comunque, a prescindere dalla motivazione reale o fittizia della madre, ma poi la madre triste delusa e amareggiata con chi se la prenderà? Scaricherà la sua "stufaggine" del bambino, fingendo di avercela col mondo (mentre invece non ne può più proprio del bambino), esattamente sul bambino, perchè è il bambino la persona che lei ha sempre vicino, "a tiro" diciamo, o perchè ce l'ha proprio col bambino? Mah.
    E poi sono contenta che sei tornato a parlarci di scimmioni, perchè quando ci parli di scimmioni diventi bellissimo, da leggere! Io non lo so perchè, ma basta che gli scimmioni facciano il loro ingresso nelle tue storie, che esse diventano subito affascinanti e soprattutto l'esposizione diventa cristallina, la narrazione scorre via che è un piacere, davvero. Mettiamo che io sia la femmina estranea nel branco strutturato di scimmioni , che quindi si sentono molto felici perchè possono prendersela con qualcuno, che sarei io. In questa prima fase iniziale, io sono il soggetto debole: nessuno ha pietà di me, anzi infieriscono per puro divertimento e "gioco di ruolo". Come faccio per uscire da questa situazione incresciosa, non essendo nella mia natura il subire passivamente all'infinito? Mi rassegno all'evidenza che nessuna strategia che possa mettere in atto servirebbe, devo solo attendere l'arrivo di qualche novizio/a su cui rivalermi a mia volta, e così facendo cerco soltantp di sopravvivere alla meno peggio (non credo infatti esista una statistica di suicidi per depressione di scimmione femmine mulatte..). Oppure al contrario posso tentare di invertire la tendenza, stando ben attenta a spezzare le alleanze all'interno della gerarchia che sta tutta infinitamente sopra di me.

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  5. [continua commento]
    La compattezza del gruppo si incrina, prima o poi, ed è lì che mi insinuo io. Guadagno una posizione, forse: minando il potere di qualcuno, o semplicemente creando un caos che mi risulterà conveniente. Ma che scimmiona sprovveduta sarei, se mi lasciassi vincere dal carattere stupido e ribelle e perdessi di vista l'obiettivo, che è quello di sopravvivere dentro la "protezione" di un gruppo. La posizione della scimmiona mulatta ultima della fila, della scimmiona estranea, è in realtà una posizione invidiabile, di grandissimo privilegio. La mulatta derelitta è necessaria all'esercizio del potere di tutto il gruppo. Alla scimmiona non imparentata con nessuno conviene stare buona buonina e sopportare: fin che serve a qualcuno, il branco la proteggerà. E' come una scarpinata terribile in montagna (che mi viene un discorso sulla montagna per via della faccenda dei Beati gli tulimi eccetera): tutti in fila a fare una fatica orba con lo zaino pesantissimo in spalla a maledire silenziosamente chi ha avuto l'idea malsana di gettarsi a capofitto nella natura, matrigna. Il penultimo della fila di eroici della Pasquetta prova sempre un'immensa soddisfazione nello scorgere di soppiatto con la coda dell'occhio l'ultimo che arranca, a distaccarlo subdolamente, a farlo sentire abbandonato gettandolo nello sconforto, ma se poi lo perde di vista inizia a preoccuparsi. Senza l'ultimo, è il penultimo che lo diventa, ultimo. E l'ultima scimmiona, Spes, Ultima Dea, se ne sta dietro il masso a fumarsi una sigaretta coi polmoni devastati dall'ossigeno teribbbbbile dell'alta montagna. Comunque la scimmiona pigra sta sempre dietro di te, Paopasc, perciò sentiti almeno penultimo, è sempre meglio di niente.
    Mi sa che ho fatto confusione tra gli ovini, ma non so se esiste AgnellA Sacrificale, se si usa dire, ecco...
    Auguri e buona Pasqua. B

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  6. weeeeeeeeeeeee mattoideeee sciaoooo ma che combini di bello?

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  7. B, tra i macachi la vedo difficile la risalita gerarchica. Una società come quella con una forte linea matrilineare tende a sfavorire i singoli: è per questo che migrano i maschi, che incontrano solitamente come avversari altri maschi per lo più isolati.
    Tra gli umani funziona allo stesso modo? Per me è sempre presente l'istinto gerarchico, in quasi ogni interazione, solo che è differente la strategia di gruppo: il genere di alleanze può modificare i comportamenti. Tra gli scimpanzè è la femmina che migra: un maschio isolato ha poca vita.
    Agnella Sacrificale mi piace.
    Anche a me i lavori sui bambini sono parsi crudeli.
    Auguri anche a te.

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  8. i sunto dela chiesa ahino dicono che è un doppio reato prima quello del prete, da punire con leggi vatricane il secondo dallo stato da punire con altre leggi ora ik problema è :quale dei due ordinamento deve essere predso in considerazione?

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  9. La Pasqua è un'occasione meravigliosa per
    ringiovanire nello spirito e nella speranza...
    E' quanto ti auguro con grande affetto.

    Buona e serena Pasqua da Giuseppe.

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  10. auguri ....
    http://www.gingerandtomato.com/wp-content/uploads/2008/03/bimbo20di20pasqua.jpg

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  11. Passo solo per augurarti una bellissima Pasqua. PS domani con calma (Visto che starò in casa) leggerò il tuo interessantissimo blog. Ancora tanti auguri caro amico

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  12. Tra scimmie, agnelli, e altre specie di mammiferi, ti lascia il suo augurio pasquale una piccola donna che cerca di scansare i calci dei maschi dominanti.

    Pa, ciao. Dopo Pasqua aggiorno Scientificando con due tuoi contributi.

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  13. Io al mai preferisco il per sempre ......

    ti ho sempre immagino morbido e peloso ...ahahahahahahaha

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  14. Carissimo Prezioso Saggio Erudito Paolone,
    oltre quella illusoria virtuale finestra che lo specchi della mente ci mostra c'è la grandiosa vera realtà e la grandiosa verità dell'amorevole cuore il resto è solo pura illusione olografica che bisogna trascendere con la silente mente per entrare in quel dialogo interiore che ci mostrerà tutti i numerosi eserciti di ego alterati che sono stati impiantati prima di ridiscendere in questo mondo, là dove vengono generate tutte le cause che avranno effetto in questo nostro cammino esistenziale. E' necessario risvegliarci attraverso quella RIVOLUZIONE INTERIORE che passa per l'auto osservazione e l'introspezione solo in questo modo si riesce a capire tutti i meccanismi inconsapevoli e meccani inconsci dell'animale uomo che rende la coscienza del vero uomo prigioniera in una gabbia mentale e psicologica..........

    E' solo un veloce passaggio, ma una sincera giusta sentita AUGURALE BUONA CALOROSA RADIOSA LUCE PASQUALE al tuo prezioso saggio illuminato bel cuore e al cuore dei tuoi immensi amori.

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  15. Poichè è risorto anche per te... ti auguro tanta LUCe e pace che illumini la tua luminosità!!!!
    :)
    Ciao!

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  16. Raffaele
    sempre poeticamente spirituale. Dai tuoi commenti proviene sempre un lampo di fantasia, che, come notorio, è indispensabile al cercatore. Immagino questo: come una bottiglia di Klein, l'organismo umano non ha soluzione di continuità di superficie tra sè e l'ambiente: l'ambiente entra in sè e esce attraverso la sua comprensione. Questo potrebbe essere ciò che è. E diverso sarebbe invece ciò che vediamo.
    Tanti auguri anche da parte mia.


    Più luce che pace, Pitie, che devo vedere un sacco di cose che ancora non si conoscono. Speriamo che ti dia ascolto. Intanto, auguri a te.

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  17. ben ritrovato,così di tanto in tanto vengo a leggere un pò di scienza che male non mi fa,a presto

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  18. ho sbagliato a scriverti l'indirizzo ma tanto tu ce lo hai comunque
    http://diariodellasolitudine.myblog.it

    RispondiElimina
  19. Credo che questa sia molto meglio ........

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  20. ... ti seguo... è una tematica davvero complessa!

    RispondiElimina
  21. ho sbagliato a scriverti l'indirizzo ma tanto tu ce lo hai comunque
    http://diariodellasolitudine.myblog.it

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  22. La Pasqua è un'occasione meravigliosa per
    ringiovanire nello spirito e nella speranza...
    E' quanto ti auguro con grande affetto.

    Buona e serena Pasqua da Giuseppe.

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  23. Passo solo per augurarti una bellissima Pasqua. PS domani con calma (Visto che starò in casa) leggerò il tuo interessantissimo blog. Ancora tanti auguri caro amico

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  24. B, tra i macachi la vedo difficile la risalita gerarchica. Una società come quella con una forte linea matrilineare tende a sfavorire i singoli: è per questo che migrano i maschi, che incontrano solitamente come avversari altri maschi per lo più isolati.
    Tra gli umani funziona allo stesso modo? Per me è sempre presente l'istinto gerarchico, in quasi ogni interazione, solo che è differente la strategia di gruppo: il genere di alleanze può modificare i comportamenti. Tra gli scimpanzè è la femmina che migra: un maschio isolato ha poca vita.
    Agnella Sacrificale mi piace.
    Anche a me i lavori sui bambini sono parsi crudeli.
    Auguri anche a te.

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