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lunedì 28 novembre 2011

Musica e movimento (ed emozione)

Brain areas with significant responses during the perception
of piano music. Image 
cercor.oxfordjournals.org 

Inizio con la citazione che Karen Schrock mette alla fine del suo articolo su Mente&Cervello di dicembre (2009): 
“La musica è il modo più diretto e misterioso di trasmettere ed evocare il sentimento. È un modo per collegare la nostra coscienza a quella di un altro. Penso che fare musica insieme sia la cosa che più si avvicina alla telepatia.”[1]
La citazione è di Oliver Sacks, il neurologo autore di Risvegli e numerosissimi altri libri e articoli scientifici sul cervello, tratta dal suo libro Musicofilia.[2]
La mia ipotesi è questa: la musica rappresenta una fonte di piacere quasi puro perché è uno stato emotivo il cui correlato motorio è creato dal soggetto, e non presenta nessun impedimento alla sua realizzazione. Come tutte le fonti di piacere, da quello più intenso a quello meno intenso, si va da un grado di impedimento motorio minimo o nullo a uno massimo, a seconda delle caratteristiche contingenti nelle quali si verifica. 
L’autrice dell’articolo  effettua una carrellata delle teorie più recenti riguardo l’essenza della musica, il suo ruolo e i suoi effetti sull’uomo. Proviamo a verificare se la mia ipotesi comprende le diverse spiegazioni che autori diversi hanno proposto. 

Alcuni studi dimostrano che un danno all’amigdala [3], oltre a pregiudicare la capacità dell’individuo di provare paura, compromette anche quella di provare tristezza ascoltando della musica. 
In effetti, le emozioni collegate alla musica sono diverse, dalla gioia alla malinconia. Ora, per la mia ipotesi su piacere e dolore, piacere è qualunque cosa che non opponga impedimenti a un atto motorio (leggi una qualsiasi volontà dell'individuo) e dolore è l’esatto opposto. Come va che la musica, che può indurre anche uno stato di malinconia o tristezza, ha comunque un fondo di piacere? Ipotizzo che anche lo stato di tristezza, se non è un impedimento ma la realizzazione completa di ciò che si vuole essere, senza alcun impedimento, è uno stato piacevole. Comunque di questo aspetto ne riparleremo perché va approfondito. 

image scienceblogs
Dice ancora l’autrice che altre ricerche dimostrano che la musica è in grado di trasmettere determinate e identiche emozioni a tutte le persone presenti. Isabelle Peretz dell’Università di Montreal ha provato che gli occidentali rispondono in maniera concorde al tipo di emozioni che suscita una certa canzone, purchè anche questa di tipo occidentale [4]. Tom Fritz ha allargato questa conclusione abbattendo le barriere etniche al trasporto emotivo della musica, dimostrando che i Mafa del Camerun, che non avevano mai ascoltato musica occidentale, provavano le stesse emozioni degli occidentali quando ascoltavano quella musica [5]

Anche in questo caso trovo che ciò sia naturale: non è certo la differenza etnica che porta con sé differenze di funzionamento cerebrali, e dunque il via libera motorio che ha la musica supera le barriere culturali, le quali barriere fanno evolvere tecniche differenti di utilizzare il linguaggio musicale, ma la parte sostanziale del messaggio che si veicola è uguale per tutti. 
In più, altri studi hanno coinvolto pure le persone autistiche. Pam Heaton dell’Istituto Goldsmiths di Londra, ha dimostrato che i bambini autistici e quelli non autistici riconoscevano allo stesso modo i correlati emotivi (anche emozioni complesse come rabbia, trionfo, soddisfazione) delle musiche ascoltate, provando che il problema di gestire gli ingressi emotivi associati alla presenza fisica dell’altro e del suo linguaggio corporeo, tipici dell’autismo, non sono un deficit del riconoscimento emotivo tout court [6]. 
Questa dimostrazione che l’autismo non riguarda un deficit di riconoscimento, come quello potrebbe derivare da un danno all’amigdala, implica che il problema degli autistici può essere solo di gestione degli ingressi emotivi. Probabilmente il sistema di gestione emotivo degli autistici è troppo concentrato e va in tilt quando sono presenti numerosi segnali. 

The experience of emotions on the Ortony, Clore and
Collins scale (1988) by music therapy students
experienced when listening to music and performing music.
Image  mir.uncc.edu
Un altro esperimento, di Roberto Bresin e collaboratori, ha fornito evidenze che la musica si comporta come linguaggio universale, non solo interpretativo ma anche fattivo. Infatti gli autori hanno chiesto ad alcuni soggetti di manipolare una canzone modificandone tempo, volume e fraseggio  e, indipendentemente dal fatto che si trattasse di musicisti esperti o bambini di sette anni, tutti finivano per usare lo stesso tempo per la medesima emozione (allegria, tristezza, paura o tranquillità). Altra prova dell’universalismo di questa forma di comunicazione, che oltrepassa sia le barriere etniche che quelle culturali e generazionali. [7]



C’è poi l’aspetto collettivo della musica, il suo fare gruppo, il suo cementare i rapporti. Robert Zatorredella McGillUniversity,  afferma
“Tutti i suoni sono prodotti dal movimento. Quando udiamo un suono, significa che si è mosso qualcosa”.[8]

Egli punta il dito sulla relazione tra atto motorio e musica: 
“Posso immaginare che ritmo e azione fisica abbiano una risonanza reciproca nel sistema nervoso.”[9] 
Questa affermazione fa il paio con l’altra, citata prima. Si è giunti a queste considerazioni grazie a studi che dimostravano che quando si ascolta musica si attivano aree motorie, e la spiegazione che fornisce la Schrock ha a che fare con una probabile elaborazione del ritmo. Tra le aree coinvolte vi sono l’area premotoria, in cui l’azione è preparata mentalmente e il cervelletto per la coordinazione. 

Non lasciamoci sfuggire questa affermazione. Siamo così abituati, da bravi macroftalmici (organismi basati sulla visione) a basare l’atto unicamente sul rimando visivo che, normalmente, ci sfugge il fatto che possa esistere una relazione tra suono e movimento. 

Anche tutte le caratteristiche sensorie che ho elencato in questo blog sono a netta predominanza visiva, verticalità, orizzontalità, luce, tridimensionalità, colore, forma e così via. E’ del resto grazie alla vista e al tatto, includendo la propriocezione e l’equilibrio, che noi possiamo svolgere le normali attività motorie, camminare, sederci, guidare, e via dicendo. Sembra naturale quindi rivolgere a questi settori l’interesse primario dei referenti indirizzativi dell’atto motorio. Cos’ha a che fare dunque il suono, magari sotto forma di musica, con il movimento? 

Saguinus oedipus. Image
pin.primate.wisc.edu
Annarita, con una preziosa segnalazione (di qualche tempo fa), ci informa che è stato condotto un esperimento sulle scimmie tamarine (Saguinus oedipus) in cui si dimostrava che una canzone dei Metallica, un rock piuttosto duro, aveva un effetto tranquillizzante sulle scimmie, uno dei pochi suoni musicali umani a sortire un qualche effetto su questi animali. Ascoltando poi una ricostruzione composita di suoni naturali delle scimmie, una tranquillizzante e una eccitante, viene da pensare a quale tipo di relazione possa intercorrere tra suono ed emozioni scatenate [qui alcuni esempi di vocalizzazioni della scimmia tamarina]. Con tutta probabilità, essendo questi suoni ricostruiti dei segnali di avvertimento, e sapendo che generalmente quegli animali sociali che sviluppano sistemi di comunicazione a distanza sono favoriti nella sopravvivenza, dico essendo pacifiche queste due considerazioni, mi viene da chiedere se vi sia qualche attinenza tra la struttura di queste due distinte sonorità e la loro attinenza con ciò che vogliono stimolare. E con tutta probabilità sarà anche vero che esisteranno sonorità specifiche per diversi eventi, come pericolo dal cielo, pericolo da terra, calma, richiami sessuali e così via. 

Dunque a maggior ragione viene naturale domandarsi se un certo tipo di suono, connotato da alcune precise caratteristiche sonore come ritmo, tempo, altezza, intensità, timbro e così via, sia correlato a determinati movimenti e intensità di azione. Non solo, dunque, un suono che informa su un evento che sta accadendo (scappate tutti che arriva l’aquila), ma anche una relazione tra caratteristiche del suono e atto motorio richiesto, un po’ come succede con la vista, dove certe caratteristiche visive stimolano certi atti motori. Per esempio, una parete verticale, un muro  di qualsiasi colore, recano in sé l’impedimento di alcuni atti, come per esempio attraversarlo. Perché, sia detto per inciso, questo impedimento non genera dolore o spiacere, secondo la mia ipotesi? Perché probabilmente, alla parete appartiene una ricostruzione motoria mentale in cui non è previsto l’attraversamento, per cui non può esserci impedimento di qualcosa che non fa parte del repertorio motorio, mentre può essere toccato, annusato, osservato il colore e la trama, tutte ricostruzioni motorie per comprendere cos’è un muro. 

Anche se questa considerazione non è sempre valida. Infatti, un'inferriata che impedisce di accedere a del cibo è in grado di generare uno stato di frustrazione, comportandosi come un impedimento (e la frustrazione come un reminder) anche se, in sè, l'inferriata, non potendosi attraversare, non dovrebbe generare nessun impedimento. In questo caso è il ruolo cognitivo dell'inferriata vista aperta a funzionare da impedimento e dunque a generare la frustrazione.

Nella musica tutto questo non c'è e perciò, non essendoci nessun impedimento a nessun movimento mentale, è piacevole. In più, come notato, la musica accompagna e stimola il movimento attraverso la danza, e muoversi  è la cosa più importante per gli organismi animali.



[1]Karen Schrock, Emozioni in musica, Mente&Cervello, 60, dicembre 2009, pp.44-51.

[2] O. Sacks, Musicofilia, Adelphi  2008.

[3] Ralph Adolphs, Daniel Tranel, Impaired Judgments of Sadness But Not Happiness Following Bilateral Amygdala Damage, Journal of Cognitive Neuroscience, April 2004, Vol. 16, No. 3, Pages 453-462 doi:10.1162/089892904322926782

[4] Vieillard, S., Peretz, I., Gosselin, N., Khalfa, S., Gagnon, L. & Bouchard, B. (2008) Happy, sad, scary and peaceful musical excerpts for research on emotions. Cognition and Emotion
[5]M. Balter, Feel-Good Music Feels Good Around the World, Science 2009

  1. [6] 
  2. Heaton, P., Allen, R., Williams, K. & Cummins, O. & Happé, F., (2008). Do social and cognitive deficits curtail musical understanding? Evidence from Autism and Down syndromeBritish Journal of Developmental Psychology, 26, 171 – 182. 
[7] Roberto Bresin and Anders Friberg, Emotional Coloring of Computer-Controlled Music Performances, Computer Music Journal 2000 24:4, 44-63

 
    [8] K. Schrock, op. cit. p. 49.
[9] K. Schrock, op. cit. p. 49.

giovedì 20 gennaio 2011

Memoria e specificità. Come decadono i nostri ricordi

Ovvero: della variabilità tra decadimento mnemonico spaziale e affettivo.

memoria
Il ricordo affettivo è più facile da memorizzare di quello ricostruttivo.
Vi ricordate cose della vostra infanzia? E cosa ricordate di più, facce e ambienti oppure i sentimenti che vi erano associati? 
Immagino che la memoria legata allo spazio, quella cioè coinvolta nella ricostruzione spaziale (volti, forme, oggetti, ambienti e così via) decada molto più velocemente di quella legata agli affetti che quelle ricostruzioni portano con sè. Ci ricordiamo che volevamo bene a nostra nonna anche se non ci ricordiamo più molto com'era fatta, oppure se non riusciamo a ricostruire perfettamente gli episodi che ci hanno visto partecipi.
In realtà vorrei fare una distinzione: la memoria positiva, quella che coinvolge cioè affetti positivi, piacevoli è più dettagliata di quella negativa, che coinvolge cioè affetti negativi, paura, dispiacere, disprezzo e così via. 
Ritengo che l'emozione positiva sia maggiormente rappresentava da movimenti di avvicinamento/attrazione, e questo per banali motivi filogenetici -ci dobbiamo avvicinare alle cose che ci piacciono, dobbiamo interagirci-, mentre l'emozione negativa sia più rappresentata da movimenti di allontanamento/evitamento -tipicamente, da una situazione spiacevole dobbiamo scappare o la dobbiamo evitare-.

Fare una scelta.
scelta
La scelta o la decisione di avvicinarci a qualcuno/qualcosa  comporta, per buona parte degli animali, più rischi della decisione di allontanarsi/evitare. Questo fatto potrebbe spiegare perchè avvicinarsi richieda una maggiore precisione ricostruttiva: in pratica, dobbiamo essere sicuri a cosa ci avviciniamo. E' importante distinguere accuratamente il qualcuno o qualcosa cui avvicinarsi o da lasciare che si avvicini a noi, per questo è fondamentale saperlo riconoscere bene, e per riconoscerlo bene dobbiamo averne una rappresentazione dettagliata.
Ora, noi nelle nostre società moderne non siamo più abituati, per fortuna, al timore di essere aggrediti ad ogni angolo, tranne forse di notte in alcune zone delle grandi città (o anche in quelle medio-piccole, a leggere certa cronaca). Comunque, il buio è un elemento importante per agire l'aggressività e la violenza perchè impedisce in parte quel famoso riconoscimento dettagliato di cui parlavamo (per il semplice fatto che c'è poca luce). E infatti abbiamo certamente più paura a camminare in una strada solitaria di notte che di giorno, perchè di notte i nostri sensi (la vista) sono meno acuti.
Questa esigenza di un elevato controllo è perfettamente comprensibile da questo punto di vista: le persone di cui ci fidiamo sono quelle dalle quali non ci aspettiamo il male (purtroppo non è sempre vero), verso le quali abbassiamo le difese e alle quali concediamo vantaggi e prerogative che non concederemmo mai a un estraneo. Per questo motivo dobbiamo essere più che sicuri che la persona che crediamo di riconoscere sia effettivamente lei. Per farlo non c'è altra via che una estrema precisione percettiva, una ricostruzione dettagliata che non induca in errore. A questa dettagliata ricostruzione percettiva  è poi associata un'adeguata quantità affettiva, che serve a mantenere stabili e in memoria i circuiti necessari al riconoscimento. E' per questo motivo che i ricordi piacevoli sono piuttosto selettivi. Anche se la memoria percettiva (a volte la definisco spaziale, o ricostruttiva, ma è sempre la stessa cosa) decade noi siamo in grado di associare la giusta competenza affettiva a un ricordo, con l'accortezza che se è un ricordo positivo sarà piuttosto specifico, analitico, mentre se è negativo sarà più generico ovvero sintetico.

Analisi e sintesi.
babbage fonte pkirs.utep.edu
Avete mai fatto caso che quando si tratta di esperienze negative tendiamo a generalizzare? E' nozione comune che se, per esempio, un nero violenta una donna, allora tutti i neri sono pericolosi violentatori. Se si scopre che un politico prendeva bustarelle allora tutti gli uomini politici sono corrotti (esempio sbagliato?) oppure se un pitbull morde qualcuno allora tutti i cani tipo pitbull sono pericolosi, oppure se un medico sbaglia la diagnosi allora tutti i medici sono pressapochisti oppure ancora se il/la tuo/a partner ti lascia allora tutti gli uomini/donne sono delle carogne.
Anche questo è un fatto comprensibile, se lo si giudica dal punto di vista filogenetico. Infatti, l'aspetto essenziale delle emozioni negative è questo: fornire il minimo di informazioni nel più breve tempo possibile per poter agire, cioè allontanarsi, evitare o, in ultima istanza, attaccare.
La definisco: fare una sintesi. Le informazioni da raccogliere sono forzatamente poche, sia a causa  della distanza da cui devono essere prese che del breve lasso di tempo in cui bisogna prenderle.  Per questo non si può stare tanto a sottilizzare. Occorre fissarsi su alcuni aspetti macroscopici e decidere velocemente in base a quelli: meglio uno sgarbo a un amico che ucciso da un nemico. Per poter decidere alla svelta servono condizioni percettive perfette, altrimenti si abbassa la soglia di attivazione. Facciamo un esempio: siete appena entrati nel garage interrato del vostro condominio. Scendete dalla macchina e vi avviate alle scale quando si spegne la luce. Contemporaneamente sentite qualcuno ansimare. Ebbene? Vi sono tutte le condizioni adatte: scarsità percettiva, che è una situazione già da sola in grado di metterci in allarme, in più quel poco che si percepisce (l'ansimare) è estremamente ambiguo (potrebbe appartenere a un anziano che sta salendo faticosamente le scale oppure a un  maniaco). La situazione è potenzialmente negativa perchè uno dovrebbe fermarsi ad esaminare la statistica dei casi in cui qualcuno è aggredito nottetempo nel garage interrato, che magari è molto bassa, il che dovrebbe far propendere, razionalmente, per l'ipotesi dell'anziano, ma noi non agiamo quasi mai razionalmente perciò abbiamo paura. Il provare paura , anche se poi si risolve solo con uno spavento, non elimina l'auto-rafforzamento associato alla situazione perchè le due coscienze operano a livelli diversi: mentre con la coscienza verbale comprendiamo di essere stati stupidi, che era una cosa da nulla, con la coscienza animale noi abbiamo la sensazione di essere scampati dal pericolo solo perchè ci siamo allontanati, oppure perchè abbiamo recitato un mantra o perchè abbiamo urlato, cose di questo genere insomma. In pratica, siamo leggermente schizofrenici. Coscienza primaria (animale) e coscienza secondaria (verbale) sono come due circuiti paralleli e separati: ognuno corre nel proprio circuito e nulla sa dell'altro.
In realtà, questo è vero solo in un senso. La coscienza secondaria (verbale) riesce a osservare entrambe, ma il suo controllo sull'emozione e sul movimento (che insieme fanno la decisione) è limitato, e credo che ognuno di voi abbia una propria casistica personale, di episodi in cui l'emotività abbia avuto la meglio sulla razionalità.
L'inverso accade per le emozioni positive. Essendo, in questo caso, che dobbiamo fare una scelta per avvicinare qualcosa/qualcuno, allo scopo di trarne un piacere, dobbiamo essere più che di sicuri di chi o cosa ci troviamo di fronte. Si consideri, per esempio, che già nel semplice ingurgitare il cibo, noi sfruttiamo almeno due sensi, per non dire tre: gusto e olfatto e spesso anche la vista. Molti animali cercano conferma dall'olfatto oltre che dalla vista prima di mangiare qualcosa e chiaramente anche dal gusto e dal tatto (il mio cane individuava regolarmente una pastiglia di medicinale in mezzo alle crocchette e la sputava, anche se erano molto simili per forma e consistenza).
Diremo allora che nel caso delle emozioni negative noi ci facciamo convincere molto più velocemente, ci bastano pochi indizi per decidere e, molto più facilmente, allo scopo di non subire conseguenze spiacevoli, siamo portati a generalizzare, a operare una sintesi e decidere. Diversamente nel caso delle emozioni positive. Qui dobbiamo accertarci bene di chi ci troviamo di fronte, dobbiamo analizzarlo, prima di abbassare le difese.



Materialismo e idealismo.
marx fonte comix.it
Però, per tornare alle parole iniziali, anche se non ci ricordiamo più molto com'era nostra nonna ricordiamo che le volevamo bene. Ma solo a nostra nonna, non a tutte le nonne. Mentre, se una bambina o un bambino subiscono una violenza da piccoli, possono sviluppare una paura nei confronti di tutti i rappresentanti la categoria  del loro violentatore.
Il ricordo positivo, anche se decade dal punto di vista ricostruttivo, è sempre più specifico di quello negativo. Ha bisogno di un riferimento preciso al quale attaccarsi, mentre il ricordo negativo ragiona per categorie, includendo spesso anche chi non c'entra niente.
Una possibile conseguenza di tutto ciò potrebbe essere questa: non possiamo dire di provare un'emozione se non troviamo un soggetto o un oggetto su cui deporla. Un'emozione senza riferimento non sappiamo nemmeno che emozione sia. Però capita a volte di dimenticarsi facce, situazioni, ambienti. Che succede, allora? L'emozione negativa si generalizza ancora di più. Nel nostro ricordo fatti, volti e situazioni si mescolano con il risultato di fare un corpo unico da associare al ricordo negativo. L'emozione positiva, dal canto suo, ha bisogno di maggiore precisione: che accade, dunque, se la si perde? Secondo me il ricordo positivo si idealizza. La perdita di riferimenti fisici e situazionali potrebbe portare alla perdita dell'emozione positiva associata. Siccome spesso questa emozione è troppo forte per perdersi, e dato che l'emozione positiva ha pur sempre bisogno di più riferimenti di quella negativa, ecco che interviene un processo di distacco dalla realtà materiale: l'idealizzazione. In questo modo si eliminano parte delle richieste di riferimento fisico senza compromettere l'integrità totale del ricordo, già deteriorato, come detto, sul versante ricostruttivo.

sabato 2 ottobre 2010

X. L'io è un mondo immaginario


Qual è il vero mondo dell’io? Quello nel quale l’io decide le azioni e risponde agli stimoli? In questo caso verrebbe da chiedere cos’è mai questo io?
La definizione di io corporeo è antica. Già Freud  parlava dell’io come di «un’entità corporea […] cioè l’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo” (1922, p. 488-489) » (Galimberti 2006).
L’idea non è quindi solo mia, di riferire l’io al corpo, anche se la terminologia inganna. Io è un termine usato più in ambito psicoanalitico e è la sua controparte in ambito psicologico. Infatti W. James distingue il sé in tre costituenti: il Sé materiale, il Sé sociale e il Sé spirituale. Il Sé materiale, anche per James, ha a che fare con il corpo e altre parti materiali della nostra vita.
Ora, se è pur vero che è possibile fare delle sottili distinzioni fra Io e Sé, soprattutto per quanto riguarda gli umani, intendo usarli qui come sinonimi, identificandoli con la consapevolezza di se stessi, con la coscienza di essere un’entità distinta dall’ambiente in cui ci si trova.
È ipotizzabile che gli animali non abbiano bisogno di una consapevolezza di sé per comportarsi come organismi indipendenti? In fondo, per un’ipotesi fatta precedentemente, è la struttura stessa del cervello che è predisposta a scaricare spontaneamente e il fatto che alcuni neuroni siano in grado di sincronizzarsi e scaricare insieme è più una proprietà del sistema che il frutto di un qualche io centralizzato.
Di solito gli animali rispondono a tutti gli stimoli presenti che percepiscono. Questo è un limite del linguaggio motorio. Non voglio invocare gli spettri del comportamentismo, dico solo che potrebbe concepirsi un sistema artificiale che risponde a tutti gli stimoli dell’ambiente (ovvio, che ricadono nel suo spettro percettivo)  e che seleziona i circuiti di uscita motoria che meglio si adattano. Già, ma come si fa a sapere quali sono le uscite motorie che meglio si adattano all’ambiente?
Qui entrano in ballo le emozioni.
Si immagini dunque un organismo qualsiasi (non sappiamo se biologico o artificiale) che deve imparare a salire le scale. Come si potrebbe far sì che le cadute rappresentino uno stimolo a modificare le proprie uscite motorie? L’organismo tenta si salire il primo gradino ma cade. Anche al secondo tentativo cade. Perché l’organismo dovrebbe imparare a salire le scale, perché, per lui, dovrebbe essere meglio salire che cadere? In fondo, potrebbe anche divertirsi di più a cadere. E così, il nostro povero organismo, potrebbe rimanere invischiato in questo continuo circolo per tutta la sua vita: alza una zampa per salire il primo gradino ma si sbilancia e cade e poi si rialza e ricomincia.
Uno dei primi indicatori dei giusti movimenti è il sistema propriocettivo. Specialmente quello che si occupa dell’equilibrio, che ci permette di sapere il nostro orientamento in uno spazio giudicato stabile. Associata all’orientamento vi è una quantità emotiva, che decide dell’intensità di risposta motoria a una certa posizione del corpo nello spazio.
Per esempio, è notoriamente difficile rovesciare un animale sulla schiena, in virtù della posizione di svantaggio in cui si verrebbe a trovare.
(continua…)

venerdì 13 agosto 2010

Effetto placebo e suggestione: esclusione o inclusione


Vi sono cose che mantengono celato il loro funzionamento a lungo e non danno mostra di essere facilmente spiegabili. Una di queste è il famoso effetto placebo, che esiste anche nella versione dannosa e si chiama effetto nocebo.
Un aspetto particolare di questo tipo di suggestione è che ne sono coinvolte più le donne degli uomini, causa la loro maggiore emotività.
Allora mi sono chiesto una cosa. Se anche fosse vero che le donne sono più emotive o suggestionabili perché si fanno maggiormente coinvolgere o perché sono più creative, in poche parole perché adoperano di più la componente emotiva, rispetto agli uomini che utilizzerebbero di più quella razionale, se non vi fosse di mezzo questa componente cosiddetta razionale, l’effetto placebo/nocebo sarebbe uguale nei due sessi?
E in più: in cosa consisterebbe inoltre questo maggior utilizzo emotivo femminile, dato che non sembrano, le donne, il genere più “scalmanato” o aggressivo?
Cosa sarebbe questa emozione che le fa empatizzare ma non (almeno statisticamente) eccedere in quelli che sono i corollari tipici di una risposta con maggiore impegno emotivo, e cioè attenzione, aggressività, prontezza e via dicendo.
La realtà, penso, dovrebbe stare in questi termini. La presunta minore risposta emotiva degli uomini, risposta generica agli stimoli ambientali, è una balla. Quello che si può dire è che, sempre statisticamente, i due generi rispondono emotivamente indirizzando le risposte su versanti diversi, ma il livello di impegno emotivo dovrebbe essere più o meno simile.
Dunque, in cosa consisterebbero questi due versanti?
Consideriamo questi due semplici panorami comportamentali: esclusione e inclusione.
Il comportamento di esclusione tende a allontanare qualcosa dal sé. Spesso questa cosa è un altro vivente. Il fatto di allontanarla la definisce chiaramente e inequivocabilmente come altro da sé e in questo modo può essere affrontata o ignorata. L’esclusione diremo quindi che comporta una doppia risposta, genericamente parlando: è importante per l’organismo comprendere che una serie di stimoli identificabili con un ente unitario sono altro da sé, perché questa constatazione permette di agire sull’ente oppure di ignorarlo. In linea generale, se l’ente non ha queste caratteristiche di esclusione significa che riguarda, probabilmente, l’organismo stesso e, nella maggior parte dei casi la risposta non può contemplare ignorare o disinteressarsi degli stimoli, perché uno stimolo che insiste sul nostro sè è sempre importante.
Ecco che allora l’inclusione comporta una presa in considerazione, un interesse, nei confronti di un gruppo di stimoli riferibili a un ente unitario. Non che l’esclusione, in uno dei due casi possibili, non comprenda interesse verso l’ente. Però una risposta possibile è anche il disinteresse. Io affermo che nell’inclusione non è possibile ignorare il segnale proveniente dall’ente perché questo insiste a ridosso del sé anzi, tenta di entrarne a far parte, e, in linea generale, non è possibile ignorare se stessi.
Questi due atteggiamenti generici, che non vorrei rivestire di eccessivo carattere psicoanalitico, rappresentano due sistemi di risposta agli stimoli, le prime risorse disponibili quando si profila un nuovo insieme di stimoli o un insieme di stimoli importanti per la sopravvivenza.
L’esclusione permette l’attacco, l’uccisione, la cacciata, in genere tutti quei comportamenti aggressivi che servono all’organismo per sopravvivere, e quindi per cibarsi, abbeverarsi,  avere un territorio e così via. Permette anche l’utilizzo, il poter essere mangiato di un ente, bevuto, graffiato, come accade al cibo di vari animali, sia erbivori che carnivori, o come succede a un tronco sul quale ci si arrota le unghie, o come capita al terreno sul quale si poggiano zoccoli o cuscinetti.
L’inclusione permette l’accudimento, la difesa, la pulizia (grooming) , la riproduzione e in genere l’aiuto. Questo accade perché l’ente viene vissuto come vicino a sé, come incluso o quasi incluso a sé e questa vicinanza o inclusione inibisce l’azione come caratterizzata sopra per l’esclusione.
Sono in pratica due modelli di azione molto generici sui quali poi si instaurano le varianti comportamentali generate dalla complessità degli stimoli e degli ambienti.
Questi modelli sono legati a ricostruzioni emotive (affettive) collegate a ricostruzioni spaziali. Solo un accenno per ora a questa cosa: ricostruzione emotiva (affettiva) e ricostruzione spaziale.
La ricostruzione emotiva impegna la definizione di fattibilità esclusiva o inclusiva: serve a distribuire correttamente l’impegno motorio, per non escludere chi bisogna includere, come per esempio i figli, sui quali si deve agire in maniera intensa ma non come se si volesse ucciderli, e anche per non includere chi invece bisogna escludere, perché un predatore, tanto per restare in tema, non è un figlio da accudire.
La ricostruzione spaziale impegna la definizione di fattibilità fisica: serve a comprendere lo spazio fisico in termini di spazio che può essere agito dal punto di vista motorio in relazione alla propria struttura muscolo-scheletrica.
Ma, come vi renderete conto, queste due definizioni, per quanto forse corrette, sono comunque certamente insufficienti. Infatti la ricostruzione emotiva non potrebbe aver luogo senza una ricostruzione spaziale dell’ente, a cui vogliamo dare finalmente un nome, che potrebbe essere dunque un predatore. La ricostruzione spaziale, definendo gli atti motori permessi e necessari sia dall’ambiente che dal predatore, dovrebbe già includere in sé inclusione e esclusione, come somma di atti permessi o negati. Ma le emozioni esistono, e esistono emozioni uguali che possono dar luogo a atti diversi, dunque la cosa è sicuramente più complessa di come l’ho ipotizzata, ma sul fatto, pragmaticamente accertato, che esistono emozioni e capacità geometriche anaffettive, dovrebbe esserci un sostanziale accordo.

giovedì 20 maggio 2010

Emozioni e coscienza



Non so perchè ma non funziona la visione a pieno schermo cliccando sulla copertina. Cliccate sul link, sotto, Open publication.

venerdì 2 aprile 2010

Vita emotiva e costruzione dei legami

(aggiornato)

I.
Forse è capitato a tutti, nella vita, di essere arrabbiati o frustrati a causa di eventi o fatti che riguardano direttamente o indirettamente altri umani. Forse similmente anche gli episodi che hanno a che fare con fenomeni naturali e perfettamente casuali, e sicuramente quelli che riguardano altri membri della nostra specie, sono contrassegnati da una particolarità: spesso desideriamo far rivivere all’altro o agli altri quello che loro (o cause naturali) hanno fatto provare a noi.
Oltre questo, è di notevole interesse il fatto che, in mancanza della possibilità di agire sull’individuo responsabile delle nostre sensazioni noi tendiamo a “scaricare” la nostra rabbia repressa nei confronti di individui verso i quali possiamo permettercelo, e cioè i nostri cari, le persone che ci vogliono bene e così via.
Anche questo genere di comportamenti si inscrive perfettamente nella linea di azione indicata in precedenza: sembrerebbe quasi che il nostro interesse precipuo sia quello di far rivivere a qualcuno le emozioni negative che abbiamo provato noi, preferibilmente all’autore del nostro stato d’animo ma, in mancanza di questo, a chiunque ci capiti sotto mano, parente, amico o sottoposto che sia.
L’emozione è un termine di paragone efficace. Ci informa che colui che la prova non sta fingendo. Se noi siamo convinti che la persona che abbiamo di fronte sta provando un’emozione, in questo caso negativa, che giudicheremo anche in base all’intensità dei suoi effetti, allora siamo anche –parzialmente- soddisfatti quasi come se avessimo potuto trasferire all’altro quell’emozione negativa e stressante che ci consumava.
C’è come un  trasferimento emotivo che sposta questa quantità di stress da un corpo all’altro e che ha un forte effetto liberatorio. Ma perché è così liberatorio dico, non tanto il rendere la pariglia a chi causa il nostro malessere –il che è comprensibile- ma anche a chi non c’entra niente? Perché nell’esigere i nostri crediti di felicità o nel pagare i nostri debiti d’ infelicità sembra quasi che sia poco influente l’oggetto di queste nostre transazioni emotive?
Perché, torno a dire, se per esempio il nostro capoufficio ci dà una strigliata –con la qual cosa guadagnandosi il nostro risentimento- siamo sufficientemente ripagati –non dico totalmente- dal rigirarla a nostra volta su qualche sottoposto?
Ma questo passaggio di emozioni può avvenire se e solamente se l’interlocutore dà mostra di avere un ritorno emotivo stressante dall’interazione. Infatti, se l’oggetto diretto della vendetta o quello indiretto, non mostrano di tenere in considerazione né di subire alcuna conseguenza dai nostri atti, allora l’effetto del trasferimento non si manifesta e il nostro resta arrabbiato come e più di prima.
Un risultato simile a quello ipotizzato sopra lo comunica Bowlby[1], citando alcuni lavori (leggermente crudeli) realizzati su bambini piccoli[2] .
Se si separano dei bambini piccoli dalla loro madre per alcuni giorni, lasciandoli in un asilo-nido residenziale in compagnia solo delle maestre, e si confrontano i risultati con un gruppo di controllo che invece rimane a casa, si notano effetti presenti solo nei bambini privati della compagnia della madre  e non negli altri.
Questi effetti vengono definiti disturbi del comportamento affettivo e sono:
distacco emotivo alla riunione con la madre
inesauribile bisogno di attaccamento alla madre.
Al ritorno, nei piccoli è presente un sentimento contrastante: da una parte hanno bisogno del contatto materno come di una cosa vitale; questa cosa  si manifesta con grida e richiami continui durante i primi tempi della separazione, dall’altra, quando riuniti dopo una separazione di alcuni giorni, mostrano anche una sorta di freddezza emotiva, una specie di rancore innominato (infatti l’esperimento era su bambini di circa due anni) che esige un tempo piuttosto lungo per essere digerito.
Quando la situazione ritorna alla normalità, il piccolo sviluppa un attaccamento materno ancora più forte di prima, temendo ogni breve separazione in maniera più intensa.
È interessante notare la dinamica del ritorno a casa dei piccoli. Si manifesta un distacco emotivo che è un chiaro addossare la responsabilità della separazione alla madre, e che si evidenzia con il distacco emotivo, una sorta di punizione emotiva che è in grado di ricreare nell’oggetto (la madre)  le sensazioni vissute dal soggetto (il bambino).
Possiamo ipotizzare che, nel bambino, l’aumento di stress dovuto alla separazione possa anche essere mediato dall’impossibilità di agire la sua vicinanza. Notoriamente il nostro risentimento va alle cause dei nostri stati d’animo negativi, così se il capoufficio ci fa fare degli straordinari non previsti o se il vigile ci eleva una multa per una sosta temporanea, noi sappiamo benissimo qual è l’oggetto del nostro rancore. Anche nel caso, per esempio, non si riesca a completare un test d’ammissione oppure non si risponda a una interrogazione, se si fa coincidere l’agente stressante  con se stessi si avrà una manifestazione di rabbia verso di sé, diventando noi stessi l’oggetto delle nostre recriminazioni.
E dunque, per il piccolo, è la madre l’agente della separazione, non avendo egli sufficiente cognizione di altre cause. Non è lui che è stato allontanato dalla madre ma è la madre che si è allontanata da lui. Posto che il piccolo non sia in grado di fare  queste considerazioni, possiamo però immaginare come egli interpreti a livello emotivo-motorio –emotorio- questa separazione come un impedimento al contatto causato dalla madre, dal suo celarsi, e di come le cure dei sostituti e i suoi pianti siano insufficienti a placarlo. Il bambino deve desiderare la fonte del suo benessere perché è a quella fonte che sono consentiti i suoi atti.
(to be continued…)



[1] John Bowlby, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina 2008 (ed. or. 1982) p. 80-81
[2] C.M. Heinicke, Some effects of separating two-years-old children from their parents: a comparative study, Human Relations, 1956, 9, p. 105-176.
C. Heinecke, I. Westheimer, Brief separations, New York 1966, IUPress


II.





Affinità affettive.
Anche i piccoli delle scimmie reso  (Macaca mulatta), come i piccoli umani, risentono degli effetti della privazione affettiva[1], tra i quali “forte turbamento e ridotto livello di attività durante la separazione, e tendenza particolarmente intensa  ad aggrapparsi alla madre dopo la separazione.”[2]
Una differenza fondamentale, però,  consisterebbe nella mancata esecuzione nei macachi della routine del distacco emotivo al ricongiungimento.
Su Sciencedaily c’è il report[3] di un lavoro sulla relazione affettiva madre-figlio[4]. Si tratta di una meta-analisi di 69 studi riguardanti circa 6000 bambini di età dai dodici anni in giù. In termini generici il risultato è che i bambini, in special modo maschi, che hanno avuto un rapporto di attaccamento insicuro con la madre, risentono durante la giovinezza di maggiori problemi comportamentali.
Proviamo a trarre qualche conclusione da questi fatti. Il legame affettivo madre-figlio sembra essere (almeno in queste due specie) importante e fondamentale per uno sviluppo completo del sistema relazionale dei piccoli. Ora, a parte che esistono lavori[5] che provano come circostanze perinatali quali l’anossia predispongono a una maggiore sensibilità “ambientale” in situazioni come quelle della separazione, ad esempio, si può con discreta certezza affermare che il ruolo parentale nello sviluppo affettivo dei piccoli è di notevole importanza. Viene allora normale chiedersi in cosa consista questa relazione affettiva e quale sia il meccanismo con il quale si manifesta nei soggetti della nostra diade.
Il disvelamento di questo processo coinvolge pure la situazione dipinta inizialmente, e cioè la volontà del soggetto ferito emotivamente di far provare l’identica emozione all’altro?
Sembrerebbe di si. In entrambi i casi c’è un passaggio di qualcosa, l’emozione, la sensazione viscerale, che si deve trasferire all’altro perché trovi soddisfacimento quell’urgenza emotiva interna che preme per essere risolta.

Gerarchie.
 I macachi reso[6] hanno una struttura sociale fortemente gerarchizzata: se in una comunità di macachi reso si introduce una femmina estranea, costei finisce in fondo alla gerarchia sociale e quelli che prima erano ultimi sono i più felici in assoluto del gruppo perché ora hanno qualcuno da infastidire e sul quale esercitare il loro unico esercizio di dominanza. In questi animali è presente dunque la consapevolezza del bene come riferito esclusivamente a sé e tutta la comunità di macachi è basata su questo assunto: tanto è vero che, quando c’è una contesa tra due individui, un terzo senza vincoli di parentela che avesse voglia di far carriera, non si alleerebbe con il più debole ma con il più forte.
Allo stesso modo, se putacaso un individuo mostra un giorno segnali di debolezza, per malattia o altro trauma, tutti gli altri, nessuno escluso (a meno che non si tratti di una femmina imparentata) lo aggredirebbero e forse alla fine anche ucciderebbero per scavalcarlo nella gerarchia.
Probabilmente, all’interno dell’intelligenza del macaco, non esiste nemmeno un concetto come compassione per il più debole. Il più debole è soltanto un soggetto in momentanea difficoltà e che quindi può essere attaccato senza grandi rischi. Le eccezioni nel mondo animale, uomo escluso, sono poche o forse assenti del tutto.
(to be continued)



[1] Spencer-Booth Y., Hinde R.A., THE EFFECTS OF SEPARATING RHESUS MONKEY INFANTS FROM THEIR MOTHERS FOR SIX DAYS, Journal of Child Psychology and Psychiatry, 7, 3-4, 179-197, 1966, http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-7610.1966.tb02245.x
R. A. Hinde and Yvette Spencer-Booth (9 July 1971), Effects of Brief Separation from Mother on Rhesus Monkeys, Science 173 (3992), 111. [DOI: 10.1126/science.173.3992.111]
[2] J. Bowlby, op. cit. p. 83.
[3] University of Reading (2010, March 29). Mother-son relationship key to emotional development.ScienceDaily. Retrieved April 1, 2010, from http://www.sciencedaily.com/releases/2010/03/100325093124.htm
[4] Fearon, RP et al. The Significance of Insecure Attachment and Disorganization in the Development of Children’s Externalizing Behavior: A Meta-Analytic StudyChild Development, 2010; 81 (2): 435 DOI:10.1111/j.1467-8624.2009.01405.x
[5] L. E. Ucko, A Comparative Study of Asphyxiated and Non-Asphyxiated Boys from Birth to Five Years
Developmental Medicine & Child Neurology, 7, 6, 1965  http://dx.doi.org/10.1111/j.1469-8749.1965.tb07841.x
[6] Frans B.M. De Waal, Rank distance as a central feature of rhesus monkey social organization: a sociometric analysis, Animal Behaviour, Volume 41, Issue 3, March 1991, Pages 383-395, ISSN 0003-3472, DOI: 10.1016/S0003-3472(05)80839-5.
(http://www.sciencedirect.com/science/article/B6W9W-4JW7GFC-2/2/66aa98887fd52aeee86ef3b9837e894e).
Frans B. M. de Waal, Lesleigh M. Luttrell , The formal hierarchy of rhesus macaques: An investigation of the bared-teeth display, American Journal of Primatology, Volume 9, Issue 2 , Pages73 - 85
Copyright © 1985 Wiley-Liss, Inc., A Wiley Company

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