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venerdì 30 novembre 2012

Eutanasia: una questione ancora irrisolta. Il video di eutanasia legale

La persona del video è Gilberto, malato di cancro al fegato in fase terminale, che ha risposto all'appello dell'Associazione Luca Coscioni “A.A.A. Malati terminali cercasi”, e con il quale è stato realizzato questo video che è stato pubblicato anche nel sito Eutanasia legale.
Dice Gilberto:
“La mia preoccupazione è questo tumore cominci a prendere il cervello e non sono più nelle condizioni di intendere e volere. Voglio decidere di smettere di vivere quando non potrò più fare le semplici cose che faccio adesso”.


lunedì 15 agosto 2011

Dalla morte alla vita: eutanasia e sofferenza affettiva

In generale trovo interessante e a volte condivisibile il pensiero di Vito Mancuso. In questo caso però, nel volume collettivo Che cosa vuol dire morire, il capitolo scritto da Mancuso si intitola Se si ha paura della morte, si ha paura della vita, e già dal titolo non mi convince.
Perchè non mi convince? La paura della morte è, come dicono gli etologi, adattiva, perchè serve a restare vivi il più a lungo possibile. Questo finchè siamo brute bestie e non, dirà l'acuto osservatore, dopo aver ricevuto il ben dell'intelletto, che chiaramente ci mostra che c'è vita dopo la morte. Ma c'è vita dopo la morte? Per ora non affronto il problema.Rilevo solo le implicazioni dell'affermazione: ci vedo, cioè, l'implicito riferimento al fatto che è naturale che vi sia una vita anche dopo la morte e che, di conseguenza, non bisogna averne paura. Noto però che, finora e a mia conoscenza, nessuno è mai tornato a dirlo, che c'è vita dopo la morte e che dunque l'affermazione si basa, molto probabilmente, su un forte desiderio, comune questo a credenti e non, e cioè che i propri cari defunti continuino, in qualche modo, a vivere. Per certo, in un modo lo fanno, nel nostro ricordo, ma questo può essere insufficiente. Quello che mi premeva sottolineare era l'aspetto intimidatorio e aggressivo insito in quel titolo: la paura della morte è una delle più forti in natura e non la si può relegare a colpa, come verrebbe da pensare.
Anche se poi, leggendo le prime battute, viene un po' ridimensionato il tratto da implicazione logica presente nel titolo. Ogni vita organizzata, dice, è intrinsecamente mortale.Da cui deriva che
Averne paura è naturale, umano, giusto nel senso di giustificabile. Una morte serena, però, è possibile. E' la capacità di far prevalere, anche in quell'istante terribile dell'addio, la forma più alta di vita a cui possiamo aspirare: la vita spirituale, libera e cosciente.[1]

Devo dire che ho leggermente mutato il mio atteggiamento verso le implicazioni di quello che si chiama testamento biologico o accanimento terapeutico. Vale sempre, per me, la decisione del malato, espressa sia sotto forma di testamento scritto che come desiderio espresso verbalmente. Vale la sua volontà, senza dubbio. Però ho leggermente riconsiderato le implicazioni che la decisione di morire comporta, soprattutto nei confronti di coloro che restano. E' noto che la tragedia affettiva della morte ricade completamente su chi resta. Per quanto in molte situazioni la speranza di miglioramento sia presso che nulla è verificabile, almeno per un certo tratto, come nonostante tutto continui ad agire. Si spera, nonostante tutte le evidenze dicano il contrario. In più, questa speranza comporta che vi sia ancora una differenza per chi resta, seppure non macroscopica, tra lo stato vegetativo e la morte del proprio caro.
Da questi argomenti, e  sempre che la permanenza in stato comatoso o vegetativo non comporti una sofferenza per il malato, ritengo non sia ininfluente la presa in considerazione dell'effetto dell'eutanasia su chi resta, per lo meno da parte del malato quando gli è ancora possibile farlo.
Il tema è piuttosto delicato, quindi cercherò di spiegarmi meglio. Ognuno di noi rappresenta qualcosa, dal punto di vista affettivo, per qualcuno. Questa proprietà affettiva che ci viene regalata dagli altri è l'eredità sulla quale vengono edificati i comportamenti compassionevoli futuri: si acconsente ad interrompere l'accanimento terapeutico per evitare continue sofferenze oppure si acconsente, per lo stesso motivo, all'esecuzione del testamento biologico. Dico si acconsente moralmente perchè, per il resto, quello che si può o non si può fare è regolato, restrittivamente, dalla legge. Parlo di consenso morale: chi di noi vorrebbe che il proprio caro continuasse a soffrire, anche se il far cessare le sofferenze fosse possibile solo con l'eutanasia?
In questo caso vi è, da parte di chi acconsente, una rinuncia affettiva pari a quella di chi rinuncia alla vita, fatta appunto per evitare ulteriori sofferenze. Si sceglie di soffrire personalmente dal punto di vista affettivo pur di non far soffrire il proprio caro dal punto di vista fisico.
Ma non si è sempre nella situazione descritta sopra. In molti casi di stato vegetativo o coma irreversibile, il soggetto non soffre affatto. Che fare, allora? Come si comporterebbe, ognuno di noi, in quei casi in cui viene meno quell'urgenza compassionevole legata alla sofferenza del malato ed invece è ben presente la sofferenza per chi resta, in cui spesso vi è una notevole differenza affettiva tra stato vegetativo e morte?
Non è un problema risolvibile unicamente dall'autorità della legge ma va gestito dai protagonisti, accompagnati quanto più possibile dallo Stato. Alle volte, si regala un po' di speranza a chi resta se si consente a rimanere in stato vegetativo: è una lotta a chi spetta essere preso maggiormente in considerazione, se il malato, incosciente e non sofferente o chi resta, cosciente e sofferente. Mancuso è su questa linea quando dichiara
E' vita quella di un uomo in stato vegetativo persistente? Certo che è vita.
Su questo, come ripeto, finisco per dare ragione a chi è contrario all'eutanasia, modificando leggermente il mio punto di vista. Come detto, la vita è un impegno, spesso nei confronti di chi ci vuole bene, dei nostri cari. Questo impegno comporta che noi facciamo il possibile per essere presenti. Nei frangenti estremi, quando l'impossibilità di salvezza e la caduta di ogni speranza farebbero vedere nella rinuncia alle ultime cure il tratto più compassionevole possibile, io vi metto un forse. La dignità che verrebbe meno, del malato in stato vegetativo che perdurasse in questo suo stato, non è un argomento appropriato: che assenza di dignità ci sarebbe nell'essere in stato vegetativo, accudito dai tuoi cari, e per loro ancora significativo dal punto di vista affettivo? Ripeto la mia posizione: nel testamento biologico va innanzitutto considerata l'assenza di sofferenza del malato, condizione indispensabile per procedere nell'analisi. Infatti, la presenza di queste due condizioni, assenza di cure possibili e presenza di dolore, sarebbero le due condizioni elettive per l'esecuzione della volontà della morte dolce. In assenza di una delle due di queste condizioni (il dolore), il testamento dovrebbe prevedere un confronto tra il soggetto e i familiari, chiaramente se possibile, o una clausola che preveda la scelta finale lasciata a coloro che restano, con il soggetto dà o nega la sua disponibilità. 
In questo caso, come si può notare, si scontrano due egoismi: uno è quello del soggetto malato, che considererebbe non dignitosa una vita del genere (ma penso solo a livello personale perchè non so chi si sognerebbe di definire qualcuno in quello stato non dignitoso) e l'altro quello di coloro che restano. Dei due, però, è agevole osservare che è l'egoismo di coloro che restano a causare maggiori sofferenze e dunque, in questo caso, quello che dovrebbe essere dirimente. Non vi è una regola ferrea, vi è la considerazione di più fattori. Qualche volta, la scomparsa dei nostri cari  è più accettabile quando lo stato vegetativo che la precede dura da un po' di tempo, perchè accompagna ed estingue (in parte) il dolore della perdita. E per questo forse dico che l'egoismo di chi non soffre, cioè il malato terminale, e sempre ammesso che non provi nessuna sofferenza, deve cedere un po' a coloro che invece soffrono. 
Senza che vi sia obbligo di comportarsi in un modo o nell'altro, sarebbe auspicabile che vi fosse la possibilità di scegliere, lasciando la decisione al circolo  affettivo del malato, però senza imposizioni ideologiche o di politically correctness, visto e considerato che quello della morte è forse uno dei momenti irreversibili per antonomasia e va rispettato in maniera assoluta.

martedì 3 maggio 2011

Testamento biologico, implicazioni morali e considerazioni

Vi sono due cose da tenere a mente quando si tratta di alcune libertà, di quelle libertà che si possono legittimamente pretendere perchè non danneggiano nessuno: parlo della libertà di cura.
Libertà di cura significa che, se non voglio, non sarò curato. Questa libertà (non so quanto fondamentale, comunque cosa c'è di più importante della propria vita?) non comporta mai e in nessun modo l'altra: se il paziente deve avere la possibilità di scegliere se farsi curare o no, il curante non può scegliere, egli dovrà sempre prestare la sua opera, a meno che il paziente non chieda diversamente.
Obbligo di cura, per il curante, libertà di non farsi curare, per il paziente.
Fin qui, penso, niente di particolare. 
E' possibile ipotizzare che eutanasisti e antieutanasisti abbiano, ognuno a modo suo, grande rispetto della vita umana? Solitamente gli antieutanasisti rivendicano, in prima istanza, che la proprietà della vita non è del legittimo possessore. E', come dire, a noleggio, un noleggio obbligato finchè non ce la richiedono indietro. Su queste basi non può esserci confronto perchè i radicamenti ideologici -come si chiamano adesso i pre-giudizi- da qualunque parte vengano, costituiscono un ostacolo alla discussione.
Non è dunque sulla proprietà che può essere giocata la questione. La mia vita appartiene unicamente a me: questo potrebbe essere, salomonicamente, un punto di partenza bilanciato sul quale iniziare a ragionare. Però questo non è completamente vero.
Il concetto di libera scelta della vita che si cela dietro la scelta abortista o contraccettiva implica semplicemente un atteggiamento edonista oppure significa riconoscere a questo atto un valore che va al di là della vita che nasce? In pratica, frapporre tra la vita che deve nascere e le implicazioni che comporta un atto volitivo non è forse anche una presa di responsabilità, un riconoscimento che la nuova vita non è semplicemente un nuovo venuto ma modifica profondamente le relazioni dei soggetti interessati, togliendogli parte della loro libertà di scelta della vita?
Il nuovo nato modifica in modo sostanziale le vite dei genitori, obbligandoli a curarsene, vincolandoli ad affetti che peseranno nelle loro decisioni future, tali per cui essi, più difficilmente, potranno dire: la vita è mia e ne faccio quello che voglio. 
In effetti, però, ogni relazione ha queste implicazioni. La rete sociale delle nostre parentele e amicizie crea una ragnatela che ci trattiene, impone un obbligo a vivere, per non causare dolore a chi è destinatario e mittente di tali affetti.

Per tornare all'eutanasia, questo insieme di ragionamenti si potrebbe tradurre con l'osservazione: la vita, nel momento stesso in cui tu crei un insieme di legami, una rete affettiva, non è più solamente tua ma appartiene in piccola parte anche a quelli con cui sei legato. La tua scomparsa causerebbe loro un dolore  e dunque, per veder riconosciuta legittimità morale all'eutanasia, occorre liberarla dalle implicazioni nocive per l'affettività altrui. Se non che, per la particolarità del frangente nel quale viene richiesta l'eutanasia, la situazione è spesso tale per cui la rete affettiva si trova nella medesima condizione: pretendere la vita dell'altro per non veder aumentata la propria sofferenza.
In generale le proprie volontà in merito al cosiddetto testamento biologico devono essere espresse attivamente e quando si è in possesso di tutte le proprie facoltà mentali. Ma perchè uno dovrebbe desiderare la morte -se non l'ha fatto prima, quando stava bene- piuttosto che essere curato e accudito fino all'ultimo?
In fondo, per quando si troverà nella condizione di pretendere rispettata la sua volontà, con tutta probabilità sarà in uno stato di ridotta o assente consapevolezza, del genere di quella associata allo stato vegetativo permanente. Dunque, che differenza potrebbe fare per lui continuare a vivere in stato vegetativo oppure morire?
Probabilmente nessuna.
Qui entra però in ballo la rete sociale dei legami affettivi. E' chiaro che non può essere uno sconosciuto ad accampare pretese sul testamento biologico di un individuo ma può farlo solo un parente o qualcuno legato da vincoli affettivi duraturi o in genere la pubblica autorità. 
Quando qualcuno che ha diritto di farlo richiede la pratica dell'eutanasia non lo fa, il più delle volte, perchè vuole che cessino le sofferenze del malato, perchè si dà per scontato che la situazione sia di completa assenza di dolore fisico, ma probabilmente per altri motivi.
Uno di questi potrebbe essere l'esaudire la volontà del malato. Ma, ognuno di noi, quando prepara il testamento biologico, tiene nella giusta considerazione l'eventualità che un atto volontario nella cessazione della vita, e non il tragico insieme di fattori casuali e causali, possa causare sofferenza nella nostra rete affettiva?
Di fronte a eventi che vanno al di là delle possibilità umane ci si arrende, ma di fronte a una scelta volontaria?
Chi sceglie il testamento biologico tiene in dovuta considerazione quello che pensa la sua rete affettiva?

Chi afferma di desiderare la cessazione delle cure e dell'alimentazione  potrebbe sottintendere due cose: la scelta volontaria ed, eventualmente, l'indifferenza ai sentimenti altrui.
Allora mi viene da obiettare che probabilmente è della rete affettiva l'esigenza, in situazioni simili allo stato vegetativo permanente, di troncare il legame, per evitarsi delle sofferenze. Oppure  per impedire che il ricordo carico di affetto sbiadisca nella grigia quotidianità dell'abitudine. 
Potrebbe essere dunque una ragione altruistica quella che guida la scelta dell'eutanasia? Come già detto, nello stato vegetativo difficilmente il soggetto è in grado di sperimentare alcunchè di simile al normale stato di coscienza per cui occhio non vede, cuore non duole.
Ma l'occhio che vede c'è. E' quello degli altri, della nostra rete affettiva. Quell'occhio vede e quel cuore duole. Duole anche di una previsione di attutimento affettivo, trasportato dall'abitudine.
E allora è come se, quando uno decide di scrivere un testamento biologico, avesse un po' fatto questi ragionamenti, che conducono infine alla legittimità morale della scelta dell'eutanasia.
Infatti non è solo egoismo quello che anima il soggetto ma riguardo per gli altri: non voler pesare, non voler annacquare i sentimenti con l'abitudine, non volere far scadere la relazione nell'analgesia affettiva.
Questa situazione non si raggiunge sempre. Ogni caso può avere la sua storia e, in linea generale, si delineano delle tipologie anche in riferimento all'età dei malati.
Ritengo che nel momento in cui i desideri del malato e della sua rete affettiva coincidono, come ipotizzato sopra, ebbene quello sia un buon momento per eseguire le volontà del testamento biologico.

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