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domenica 14 agosto 2011

La porta stretta della notorietà

Com'è imbarazzante la via della notorietà! Vi è chi, in poco tempo, diventa personaggio, chi si atteggia a maestro  di pensiero e viene ritenuto tale e chi, qualunque cosa tocchi, diventa oro. E poi, tra soliti noti, tra famosi, ci si conferisce autorevolezza a vicenda. Il bello è che, improvvisamente, se qualcuno di quelli che contano (non mi sbilancio a dire se dotato di autorevolezza o autorità) ti assegna una patente di credibilità, questa ti si attacca saldamente addosso, al di là della situazione oggettiva.
I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non è esente nessun settore dell'umana attività da questa considerazione della cosiddetta saggezza popolare, forse vera. E così, quelli famosi diventano sempre più famosi, brillano sempre di più, ed è noto che se sei un lumicino, quando ti trovi vicino ad una luce abbagliante sparisci.
Un'alternativa all'autocommiserazione è l'ipotesi che se non vieni notato è perchè non vali molto e che la giusta notorietà arride sempre e solo i meritevoli.
Però...
Il titolo di questo articolo richiama quello di un libro di Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Per lui,
 la porta della conoscenza è stretta, perchè richiede una purezza di cuore non facile da raggiungere: è l'esperienza piena della Vita, l'esperienza mistica, che è un dono offerto a tutti.
La sua risposta alla domanda è: liberarsi dei dogmatismi, sia della ragione che della fede, per unire i due generi di conoscenza. Dialogo interculturale, lo chiamano. Bene, è una cosa che spesso grandi pensatori e intellettuali di qualsiasi disciplina invocano: dialogo tra le culture, quella scientifica e quella umanistica, come metafora del dialogo, più ampio e di ancora più grande portata,  tra civiltà.
E dunque, se così molti intellettuali si sforzano di favorire il dialogo interculturale, forse significa che il modo di atteggiarsi delle due culture, utilizzato fino ad ora, è sbagliato. Sempre ammesso che non siano in errore i fautori del dialogo. E così, se sono in errore quelli che hanno favorito la separazione, questo potrebbe significare che l'intero settore non è esente da difetti e la stessa conclusione potremmo trarla considerando in difetto i dialoganti.
In realtà, anche se con debole analogia, questo mi dice che nessun settore dell'umana conoscenza è esente da difetti, il che è un'osservazione ampiamente banale. Ma mi serve per criticare un aspetto  elogiato, indipendentemente dalla propria collocazione intellettuale, da tutti: la nozione di merito.
Chi merita avrà, presto o tardi, la sua ricompensa. E' chiaro che senza portare esempi concreti si rischia di fare del qualunquismo pure, non avendo voglia di sobbarcarmi la ricerca di fonti citerò un solo esempio che, secondo me, ha una portata piuttosto generale: la fuga dei cervelli dall'Italia.
Quello che spesso si sente dire dagli addetti ai lavori, quello che lamentano le intelligenze più sincere è proprio questa difficoltà di emergere per i giovani, di guadagnarsi uno spazio. Questo vale in tutti i settori, da quello accademico a quello politico. 
Questo potrebbe significare che l'avanzamento, genericamente inteso, non passa affatto o solo attraverso il merito bensì attraverso le pubbliche relazioni, attraverso le conoscenze  personali. Entrare a far parte di una ristretta cerchia è il viatico per la propria carriera. Purtroppo questo sistema non riguarda solo settori ben precisi, là dove  questi si uniscono alle questioni economiche ma anche molti altri ambiti: è forse un portato delle abitudini o della pigrizia intellettuale del nostro paese, o forse una più ampia conseguenza degli atteggiamenti mentali propri di un popolo.

Infine, due parole di critica anche sui cosiddetti meritevoli bistrattati.
Un pessimo rilevatore del proprio valore è la consapevolezza di aver qualcosa da dire. Infatti, pur essendo genuina questa sensazione, non è detto che interpreti qualcosa di valore da dire, o qualcosa di meritevole di più ampia diffusione o di non già detto da altri prima di te. E' dunque un pessimo strumento di rilevazione la sensazione personale di aver fatto grandi scoperte. Un buon metodo consisterebbe nel renderle pubbliche e sperare in una lettura critica e spassionata.

Non so rispondere compiutamente alla domanda implicita nelle ultime considerazioni, che è poi quella dell'inizio: quale caratteristica influenza maggiormente il successo di un'idea, il suo valore intrinseco o le relazioni sociali del proponente?

Per non lasciarvi con l'amaro in bocca vi propongo un'anticipazione di ancora più amare considerazioni: nel suo libro, Panikkar parla, a un certo punto, di Sete di autenticità e cita l'invito platonico a essere noi stessi -esthe su. Devo dire che, alle volte, non so esattamente di cosa si parli quando si utilizzano certi concetti e soprattutto certi termini come  autenticità, buoni a definire l'originalità di un manufatto ma piuttosto fumosi quando riferiti a enti immateriali. Così ci provo a far confusione anch'io, ragionandoci.

sabato 8 gennaio 2011

On merit and meritocracy - Sul merito e sulla meritocrazia

fonte ericstoller.com
Spesso mi chiedo se tutta questa storia sul merito sia vera. Quand'è che viene valutato il merito? Non certo quando c'è una valutazione orizzontale. La cosiddetta peer review è una valutazione innanzitutto di aderenza al metodo, indaga in minor misura se quello che dici è interessante. Tra i pari al di fuori del mondo accademico invece non c'è democrazia. Di solito ci si accoda ai pochi famosi e si concede credito solo a loro. Il merito qui non c'entra. Nè, a mio parere, si sarebbe forse in grado di stabilirlo.
Il merito c'è quando qualcuno più in alto di te nella gerarchia, avendone gli strumenti, valuta non solo la correttezza formale, ma l'originalità e la creatività del tuo lavoro. Giudica se è interessante o meno una cosa. E' la valutazione verticale. Chi giudica, possiede gli strumenti per giudicare al di là della notorietà dell'esaminato. Qui viene valutato il merito. Chiaramente, solo se l'esaminatore è obiettivo.
In altre parole, l'acquisizione del merito, in chi non sia dotato di strumenti adeguati di valutazione, passa attraverso la valutazione di referenti, autorità già stabilite che dispensano la notorietà.
Un caso tipico è la televisione.
Su Sociation Today Stephen J. McNamee e Robert K. Miller, Jr. scrivono sul Mito della Meritocrazia.
" According to the ideology of the American Dream, America is the land of limitless opportunity in which individuals can go as far as their own merit takes them. According to this ideology, you get out of the system what you put into it. Getting ahead is ostensibly based on individual merit, which is generally viewed as a combination of factors including innate abilities, working hard, having the right attitude, and having high moral character and integrity. Americans not only tend to think that is how the system should work, but most Americans also think that is how the system does work"
Ma non è solo dell'America la convinzione di essere la terra delle opportunità basate sul merito, anche l'Europa e l'Italia ci credono, ovunque ci si crede. Il merito è il vero spirit in the machine dei nostri tempi, un'ideologia sana della quale non vergognarsi. Ebbene, così sia. Ma, chi riconosce il merito? Noi siamo in grado di farlo? Quando leggiamo notizie di cronaca o di attualità dai giornali, siamo in grado di stabilirne l'autenticità, di attribuirne il merito a chi le riporta? Gravità zero, un corporate blog di divulgazione scientifica, proprio a questo riguardo, ha creato un sito dal nome evocativo (Cattiva) scienza in tv, tanto per affermare che è più difficile di quanto sembra riconoscere il merito (e forse anche il demerito).

Sono due piani diversi, ovviamente. Uno è il riconoscimento del merito, l'altro è l'efficacia del merito. Sono due piani completamente diversi, da un punto di vista qualitativo, però si influenzano a vicenda.
Se tu sei meritevole ma nessuno lo  riconosce, è come se non lo fossi, almeno per i tuoi contemporanei. All'opposto, se riconoscono in te un merito che non esiste, per incapacità o per interesse personale, anche allora il merito, quello che intendiamo noi, quello virtuoso, quello onesto, e non il merito di essere furbo, non esiste. Non vorrei, facendo questa elementare conta, che fossero in soprannumero i casi in cui il merito non serve a un bel niente, rispetto ai casi in cui serve davvero. In realtà, per quello che penso io, in certi casi il merito serve, in una percentuale limitata di casi, se tu hai della capacità e le mostri e qualcuno le osserva e le valuta positivamente, allora possiamo dire che riesci a trarne un guadagno o un riconoscimento. In tutti gli altri casi, i fattori che concorrono al tuo successo sono eterogenei, con prevalenza delle pubbliche relazioni, dei contatti giusti sulla reale supremazia del merito personale.




Ecco l'inizio di un  lavoro dissacrante sul Mito della meritocrazia.
    " In our book  The Meritocracy Myth (Rowman & Littlefield, 2004),  we challenge the validity of these commonly held assertions, by arguing that there is a gap between how people think the system works and how the system actually does work. We refer to this gap as “the meritocracy myth,” or the myth that the system distributes resources—especially wealth and income—according to the merit of individuals. We challenge this assertion in two ways. First, we suggest that while merit does indeed affect who ends up with what, the impact of merit on economic outcomes is vastly overestimated by the ideology of the American Dream. Second, we identify a variety of nonmerit factors that suppress, neutralize, or even negate the effects of merit and create barriers to individual mobility."

L'articolo di Stephen J. McNamee e Robert K. Miller, Jr.su Sociation Today è veramente interessante, e vi invito a leggerlo. Intanto, traggo alcuni grafici esemplificativi.






La prima tabella, che misura il reddito, ci dice che il 20% superiore delle famiglie americane riceve il 49,7% di tutto il reddito disponibile. Addirittura, un 5% riceve il 21,7% del reddito totale. Si nota come i redditi delle famiglie siano divisi in 5 parti, e quanto ognuna percepisca, in percentuale, su tutto il reddito disponibile.
Nella seconda tabella, che misura il patrimonio netto, la disuguaglianza è ancora più accentuata: l'1% delle famiglie detiene il 32,7% di tutto il patrimonio disponibile, mentre il 50% più in basso ne detiene appena il 2,8%. Classico sistema di distribuzione top heavy, tipico delle economie capitalistiche.

L'idea è che non sempre o quasi mai, il merito, almeno da solo, riesce a farsi strada. Chi ha ottenuto successo nel passato influenza la decisione su chi l'avrà in futuro. E' una questione di autorità, più che di autorevolezza.  Anche se il lavoro di questi due autori verte maggiormente nel campo economico, l'idea alla base di un ritorno, rispetto al tuo valore, è molto simile.






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