Le terapie alternative. Chi si farebbe curare da una malattia anche grave, ma per la quale esistono cure e ottima certezza di guarire, da qualcuno che non è nemmeno medico e utilizza una terapia altamente sperimentale, mai provata prima e priva di razionale scientifico, insomma da una classica terapia alternativa? La domanda è retorica, ma non troppo, nel senso che probabilmente non pochi si troveranno, un giorno, a dover o voler scegliere tra le due possibilità. Un caso speciale è quello in cui alcuni si trovano a dover scegliere tra due diverse terapie, una delle quali è come quella descritta sopra e l'altra, quella che dovrebbe essere ufficiale, è rappresentata da un'assenza di cura. In queste situazioni, come dimostrano casi aneddotici apparsi sulla stampa, la gente tende a scegliere l'estremo della cura alternativa. Quando ci si trova in una condizione di assenza di cura ufficiale si accetta più volentieri un grave rischio come quello di mettersi nelle mani di una terapia non convenzionale e non provata, perchè quest'ultima appare meno azzardata quando comparata all'assenza di cure. Mentre a nessuno -o quasi- verrebbe in mente di affidarsi a una terapia non convenzionale quando esiste una terapia accettata e praticata dalla medicina, e che dà ottimi risultati, il discorso cambia quando non esiste, ufficialmente, una cura di questo tipo. In quel caso la gente sente di rischiare meno di quanto rischierebbe se non facesse niente -anche a costo, molto spesso, di aggravare la propria condizione- anche se la pericolosità della cura alternativa non aumenta o diminuisce a seconda che esista una terapia convenzionale, ma è costante. Questo si deve al fatto che l'alternativa all'assenza di una terapia convenzionale è, spesso, la morte, mentre l'ingresso della terapia non convenzionale sembra far aumentare, seppure di poco, le aspettative di sopravvivere. Naturalmente questo non è vero.
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domenica 18 agosto 2013
domenica 18 novembre 2012
Le sei domande per le primarie: scienza e conoscenza pari sono
Da un'idea di Moreno Colaiacovo sul gruppo Facebook da lui fondato, Dibattito Scienza, è nata un'interessante discussione su temi scientifici legati, in questo periodo di preparazione alle elezioni, alla politica.
L'ingresso della rivista Le Scienze con il suo direttore Marco Cattaneo e con molti giornalisti della sua redazione ha dato quel risalto, quella visibilità e quell'autorevolezza necessarie ad arrivare fino ai candidati (o almeno quasi tutti). Le sei domande per i candidati delle primarie, ora di quelle del centrosinistra ma poi per i candidati di tutti gli schieramenti, hanno già avuto le prime risposte. Non mi interessa, per ora, approfondire la portata di queste risposte ma analizzare un fatto specifico: nell'introduzione al tema del suo articolo di lancio, Cattaneo parla di scienza e ricerca che poco entrano, solitamente, nel dibattito politico:
E la scienza? Nel recente confronto televisivo tra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra, i problemi della scienza e della ricerca non sono comparsi, né trovano particolare spazio nel dibattito politico in corso a dispetto della loro centralità per lo sviluppo nazionale.
domenica 14 agosto 2011
La porta stretta della notorietà
Com'è imbarazzante la via della notorietà! Vi è chi, in poco tempo, diventa personaggio, chi si atteggia a maestro di pensiero e viene ritenuto tale e chi, qualunque cosa tocchi, diventa oro. E poi, tra soliti noti, tra famosi, ci si conferisce autorevolezza a vicenda. Il bello è che, improvvisamente, se qualcuno di quelli che contano (non mi sbilancio a dire se dotato di autorevolezza o autorità) ti assegna una patente di credibilità, questa ti si attacca saldamente addosso, al di là della situazione oggettiva.
I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non è esente nessun settore dell'umana attività da questa considerazione della cosiddetta saggezza popolare, forse vera. E così, quelli famosi diventano sempre più famosi, brillano sempre di più, ed è noto che se sei un lumicino, quando ti trovi vicino ad una luce abbagliante sparisci.
Un'alternativa all'autocommiserazione è l'ipotesi che se non vieni notato è perchè non vali molto e che la giusta notorietà arride sempre e solo i meritevoli.
Però...
Il titolo di questo articolo richiama quello di un libro di Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Per lui,la porta della conoscenza è stretta, perchè richiede una purezza di cuore non facile da raggiungere: è l'esperienza piena della Vita, l'esperienza mistica, che è un dono offerto a tutti.
La sua risposta alla domanda è: liberarsi dei dogmatismi, sia della ragione che della fede, per unire i due generi di conoscenza. Dialogo interculturale, lo chiamano. Bene, è una cosa che spesso grandi pensatori e intellettuali di qualsiasi disciplina invocano: dialogo tra le culture, quella scientifica e quella umanistica, come metafora del dialogo, più ampio e di ancora più grande portata, tra civiltà.
E dunque, se così molti intellettuali si sforzano di favorire il dialogo interculturale, forse significa che il modo di atteggiarsi delle due culture, utilizzato fino ad ora, è sbagliato. Sempre ammesso che non siano in errore i fautori del dialogo. E così, se sono in errore quelli che hanno favorito la separazione, questo potrebbe significare che l'intero settore non è esente da difetti e la stessa conclusione potremmo trarla considerando in difetto i dialoganti.
In realtà, anche se con debole analogia, questo mi dice che nessun settore dell'umana conoscenza è esente da difetti, il che è un'osservazione ampiamente banale. Ma mi serve per criticare un aspetto elogiato, indipendentemente dalla propria collocazione intellettuale, da tutti: la nozione di merito.
Chi merita avrà, presto o tardi, la sua ricompensa. E' chiaro che senza portare esempi concreti si rischia di fare del qualunquismo pure, non avendo voglia di sobbarcarmi la ricerca di fonti citerò un solo esempio che, secondo me, ha una portata piuttosto generale: la fuga dei cervelli dall'Italia.
Quello che spesso si sente dire dagli addetti ai lavori, quello che lamentano le intelligenze più sincere è proprio questa difficoltà di emergere per i giovani, di guadagnarsi uno spazio. Questo vale in tutti i settori, da quello accademico a quello politico.
Questo potrebbe significare che l'avanzamento, genericamente inteso, non passa affatto o solo attraverso il merito bensì attraverso le pubbliche relazioni, attraverso le conoscenze personali. Entrare a far parte di una ristretta cerchia è il viatico per la propria carriera. Purtroppo questo sistema non riguarda solo settori ben precisi, là dove questi si uniscono alle questioni economiche ma anche molti altri ambiti: è forse un portato delle abitudini o della pigrizia intellettuale del nostro paese, o forse una più ampia conseguenza degli atteggiamenti mentali propri di un popolo.
Infine, due parole di critica anche sui cosiddetti meritevoli bistrattati.
Un pessimo rilevatore del proprio valore è la consapevolezza di aver qualcosa da dire. Infatti, pur essendo genuina questa sensazione, non è detto che interpreti qualcosa di valore da dire, o qualcosa di meritevole di più ampia diffusione o di non già detto da altri prima di te. E' dunque un pessimo strumento di rilevazione la sensazione personale di aver fatto grandi scoperte. Un buon metodo consisterebbe nel renderle pubbliche e sperare in una lettura critica e spassionata.
Non so rispondere compiutamente alla domanda implicita nelle ultime considerazioni, che è poi quella dell'inizio: quale caratteristica influenza maggiormente il successo di un'idea, il suo valore intrinseco o le relazioni sociali del proponente?
Per non lasciarvi con l'amaro in bocca vi propongo un'anticipazione di ancora più amare considerazioni: nel suo libro, Panikkar parla, a un certo punto, di Sete di autenticità e cita l'invito platonico a essere noi stessi -esthe su. Devo dire che, alle volte, non so esattamente di cosa si parli quando si utilizzano certi concetti e soprattutto certi termini come autenticità, buoni a definire l'originalità di un manufatto ma piuttosto fumosi quando riferiti a enti immateriali. Così ci provo a far confusione anch'io, ragionandoci.
sabato 5 febbraio 2011
Cos'è la verità? un discorso a puntate: # 1
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| fonte gilad.co.uk |
Siamo più interessati a sapere se esistono delle foto del premier seminudo che interrogarci sul significato della verità. Forse perchè è più facile. O forse perchè accontenta di più qualcosa.
E' vero che noi prestiamo attenzione solo alle cose cui siamo interessati. Per tornare all'esempio di sopra: a molti non è parso vero di gettarsi a corpo morto sull'affaire Ruby, mentre ad altri la cosa non smuove niente. Ma c'è anche chi è interessato al significato filosofico della verità. Diciamo che quelli ai quali interessa di più il caso Ruby sono in numero nettamente superiore rispetto a quelli cui interessa la filosofia della verità, ma la quantità di interesse posto da ciascuno nei due temi è forse lo stesso.
In campo scientifico.
Le affermazioni di verità in campo scientifico devono obbedire a regole molto precise. Non è concesso fare un'affermazione impegnativa senza il tipo di prove che una comunità scientifica (avendone deciso il tenore, uguale per tutti) si aspetta di trovare. Tanto per dire, se un premio Nobel fa un'affermazione eclatante, egli dovrà fornire lo stesso tipo di prove di uno sconosciuto dottorando. Per questo le scienze non piacciono a tutti, perchè non vivono di opinioni ma di fatti. Non possono vivere di opinioni. Un'affermazione del genere: si ritiene che tizio abbia fatto le tali cose, se suffragata da prove, è vera, e deve essere verificabile da tutti. Non ci può essere uno che dice: ma voi non potete, questa è una persecuzione, oppure il vostro giudizio è di parte. Non che non esistano controversie anche nel mondo scientifico, e dove non ne esistono? ma certi tipi di controversie non sono possibili. E' per questo che alcune discipline sono universalmente riconosciute come non scientifiche, perchè non rispettano i canoni e vogliono basare il codice di regolazione sulle opinioni e non sui fatti replicabili.
In campo umanistico.
In campo umanistico la cosa è diversa. Se vi chiedessero: ti è piaciuto l'ultimo romanzo del tale, oppure il quadro del tal altro oppure ancora il film del tal tal altro? Voi che direste?: si, no, non so. Non avreste strumenti, e di solito non è che ve ne siano in grandi quantità per chiunque, per fare affermazioni perentorie: si è bello perchè oppure si è brutto perchè.
Spesso si dice: l'arte è quella cosa che ti smuove qualcosa dentro. Oppure, alla domanda: ma che significa quest'opera? si risponde: a te cosa fa provare? Noi sappiamo che certe cose ci piacciono, altre ci piacciono perchè qualcuno ce lo dice, altre ancora perchè siamo stati educati in un certo modo. Ma se uno dicesse: a me il tale artista non dice niente, forse più di qualche occhiata in cagnesco o di compatimento non vi meritereste, mentre se diceste: per me il mondo è iniziato nel 4004 a.C., chiamerebbero subito la neuro.
Non che quest'ultima affermazione sia sempre vera, infatti c'è veramente chi ancora crede che il mondo abbia avuto origine nel 4004 a.C., ma sostenere questa tesi è possibile solo al di fuori dell'ambito di chi capisce qualcosa di scienza.
Questo è un serio discrimine. Qualunque ambito conoscitivo si presta ad essere banalizzato ad opinione se non vi si opera con regole rigide e inderogabili.
Non solo regole.
Però non dobbiamo essere troppo severi con il mondo umanistico. Anche qui esistono codici di regolazione, non è che ognuno può fare legge per conto proprio. Questo mi porta a pensare che la conoscenza, di qualunque tipo, scientifico, umanistico, sociale, si manifesta appieno solo quando si crea un insieme di parametri, a volte anche arbitrari, ma che bisogna rispettare, in grado minore o maggiore. Accade così che anche discipline scientifiche più morbide, come le cosiddette scienze sociali, abbiano comunque dei punti di riferimento che escludono a priori certe affermazioni, catalogandole come sicuramente false. Un passo ulteriore, al quale si assoggettano anche le scienze dure, è il cambio di paradigma kuhniano, nel quale vengono cambiate proprio le regole, allo scopo di avanzare nella conoscenza. Questo, per ora, non ci interessa.
Ci interessa, invece, riconoscere che esistono pochi ambiti della conoscenza che possono rinunciare alla istituzione di regole senza collassare.
A parte le scienze, chiaramente, penso anche a parte delle scienze sociali, alla psicologia per esempio che, seppure per la natura dell'oggetto della sua ricerca (così...effimero) è spesso portata a creare molti paradigmi, pure non può fare come se non ne esistessero, e così anche per la sociologia, la filosofia e le sue specializzazioni, la linguistica, la filologia e finanche la critica letteraria o artistica. Nessuna di queste investigazioni della realtà, di questi metodi di conoscenza, può permettersi il lusso di rinunciare completamente a dei riferimenti senza veder precipitare tutto (eccezioni a parte, vedi le Imposture intellettuali di A. Sokal).
Questa considerazione, se vera, comporta una conseguenza. Si noti che anche questo articolo risente dell'effimero dei discorsi filosofici, anche se tenta una aderenza quanto più stretta possibile ai fatti. Però, come detto, siccome tenta una modifica di paradigma, è in parte obbligatoriamente sganciato dai riferimenti abituali.
Dunque, si diceva: conoscere significa avere dei riferimenti.
Conoscere significa avere dei riferimenti.
Non è solo dei sistemi di conoscenze formalizzati, come le varie discipline di studio, sia scientifiche che umanistiche, avere dei riferimenti, ma di ogni essere vivente. Così il lattante gradisce e accetta il latte materno perchè le papille gustative del suo tratto orale sono dotate di recettori per il dolce. I recettori costituiscono il punto di riferimento della sua capacità gustativa, necessaria a distinguere ciò che può essere introdotto da ciò che non lo può. Se non li avesse, potrebbe alimentarsi con qualunque tipo di cibo, anche uno tossico, senza accorgersene e quindi morire. La sua conoscenza gustativo-olfattiva possiede naturalmente dei punti di riferimento, che possono essere pure ampliati, ma che comunque costituiscono un insieme normativo piuttosto rigido.
Lo stesso si può dire anche dei diversi comportamenti che ogni individuo tiene nel suo ambiente: dall'accudimento alla ricerca del partner, dalla difesa del territorio alla segnalazione di pericoli. Per esempio, la posizione delle orecchie [I. Eibl-Eibesfeldt 1957], nello scoiattolo, indica il tipo di minaccia, se difensiva (orecchie diritte) o aggressiva (orecchie piegate all'indietro). Questo tipo di comportamento è proprio di animali dotati di orecchio esterno, chiaramente, mentre chi non ne è dotato non potrebbe adottarli. La struttura anatomica è un altro riferimento, dal quale non si può prescindere se si vuole avere credibilità. Uno scoiattolo che non utilizzasse l'orecchio esterno nelle sue segnalazioni sarebbe estravagante ma anche incompreso e finirebbe per aumentare il numero di conflitti con i cospecifici.
(continua...)
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sabato 8 maggio 2010
Se Dio esistesse e volesse parlarmi, come farebbe?
Ho scartato subito le apparizioni o il sentire le voci, perché facilmente le scambierei per allucinazioni, troppo condizionato forse dai miei studi per credere a questo genere di cose. Forse sulle prime ne rimarrei sorpreso, probabilmente, ma nel seguito elaborerei la cosa rubricandola come allucinazione. Ho studiato troppo a lungo il cervello per lasciarmi convincere dalle possibilità allucinatorie della mente.
Al tempo! non ho mica detto che non sarei colpito dall’apparizione di una figura divina! Ne sarei colpito, eccome! Ma, con tutta probabilità, in assenza di (ma anche in presenza di) una ripetizione, finirei con il considerarla un parto della mia mente, e non un’entità esterna che mi si palesa.
No, se questo Dio fosse onnipotente e onnisciente, userebbe un sistema diverso.
Un buon sistema sarebbe: facciamolo arrivare da solo, con le sue gambe, dove voglio che arrivi. Lasciamogli sbattere il muso, come si dice.
A questo punto prevengo una possibile critica: ehi bello, ma chi ti credi di essere, perché proprio te pensi di essere il destinatario di un messaggio divino, ti sarai mica montato la testa?
Non pretendo affatto di essere questo prescelto, sto solamente ipotizzando le strategie che dovrebbe utilizzare “quello” per ottenere il suo scopo. Dico questo perché sembra che spesso qualcuno di lassù, o Dio in persona o qualche angelo o santo o la Madonna, ogni tanto si manifesta alle persone, spesso umili, dice qualcosa e poi sparisce. Allora, questo per me significa che all’obiezione che qualcuno potrebbe fare “ma Dio, se vuole, ti fa essere quello che desidera, senza bisogno di tante comunicazioni”, si può rispondere “ma allora perché ogni tanto questi personaggi sentono il bisogno di parlare con noi quaggiù, non potrebbero far essere, quelle persone che decidono di incontrare, perfettamente a conoscenza dei fatti pur senza vederli, tanto gli scettici saranno scettici in ogni caso?”
Questo per me pone un’ipoteca sul fatto che, onnipotenti che siano, e anche secondo quanto riportano le scritture, Dio e gli altri vogliono parlare con gli umani, e i modi preferiti sono o la visione diretta o l’apparizione in sogno, sempre però con la mediazione dei sensi.
Faccio un’altra ipotesi, a questo riguardo.
Mi è capitato di scrivere che persino Dio non può sfuggire alla corruzione del collasso fisico e che quindi un suo gesto perderebbe la caratteristica di assolutezza (nel senso di bontà) ogni qual volta entra in contatto con il nostro mondo fisico, mondo, del resto, da lui costruito. Da ciò dedurrei la sua preferenza per un tipo di azione indiretta, cioè mediata dagli uomini. Anche se mi sfugge il fine ultimo, la trovo una soluzione più credibile.
Prima di approfondire questa ipotesi un’altra premessa, doverosa: la conoscenza attualmente si realizza in due modi –per via logico-deduttiva (scientifica) e per via intuitiva (emotiva). Il secondo metodo, è quello usato più spesso dagli uomini nella loro vita di relazione, e spesso anche in lavori scientifici. L’altra, quella logico-deduttiva, è tipicamente quella della scienza, in cui non si deve valutare in base alle proprie emozioni, ma secondo basi di giudizio stabili e non influenzabili dallo stato d’animo.
Ma non è detto che il modo di conoscere emotivo sia da scartare in senso assoluto sempre e comunque. Anzi. Nel mondo animale si utilizza solo questo metodo. Dunque, al di là di quello che si può pensare (per esempio, un computer utilizza solo il metodo logico per decidere, ma nonostante tutto siamo ancora noi a costruire i computer e non loro noi) il metodo di conoscenza intuitivo ha una sua valenza e importanza, e forse è l’integrazione dei due metodi, più ancora che l’utilizzo di ognuno di essi singolarmente, che conferisce grandi opportunità.
E ora l’ipotesi: se Dio volesse fami conoscere qualcosa me la farebbe provare come esperienza di vita, come evento o fenomeno della mia esistenza, cosa della quale non dubiterei mai, della sua veridicità in quanto accadimento, della sua irreversibilità, e di tutto quello di collegato che si prova.
Io, ovviamente, non distinguerei in quello che mi accade una mano divina, se non in seguito come ipotesi piuttosto azzardata, però non ne avrei la certezza. Però avrei la sicurezza di agire nei confronti di una realtà che è quella vera, quella del mondo, che esiste indipendentemente da me. Perché la realtà, il nostro mondo, esistono indipendentemente da noi e a nessuno di noi farebbe piacere di sapere che, per dire, la comunicazione della vincita di un bel premio non è un fatto reale ma è avvenuto solo nella nostra testa. Noi alle volte abbiamo bisogno di sognare e di immaginare una realtà diversa da quella che è, per sopportarla meglio, ma vivere nel sogno è vivere in maniera menzognera. Ciò che accade nella ricostruzione mentale deve essere il più aderente possibile al reale, a suo modo per ogni tipo di organismo, pena la errata valutazione dei fenomeni e l’errore nell’output.
Non nego che qualcun altro reagirebbe meglio a un’apparizione. La strategia migliore la lascio a Lui, che ovviamente la conosce (come dire, conosce i suoi polli). Resta evidentemente l’utilizzo di strategie diverse, con inclusa annessione di piccola importanza a questo microbo chiamato uomo.
Spunti di ricerca prossimi.
È possibile vivere come essere umano utilizzando solo la conoscenza e il linguaggio logico-deduttivi?
Il post non è concluso, manca ancora la parte relativa al significato di credere di vivere eventi reali oppure di credere veri eventi irreali.
(to be continued…)
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