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mercoledì 29 febbraio 2012

Quando il controllato controlla il controllore: l'Italia di padre in figlio e la meritocrazia che non c'è

La Civit è la Commissione Indipendente per la Valutazione, la Trasparenza e l'Integrità delle Amministrazioni Pubbliche voluta dall'ex Ministro Brunetta.
Indipendente a chi? Guardate il filmato. Da Martone padre e Martone figlio, sicuramente non sfigati. Garanti dell'integrità della Pubblica Amministrazione?

domenica 25 dicembre 2011

La retorica del Natale: un necrologio

L'anno scorso, di questi tempi, da vero guastafeste, pubblicavo qualche flash dal mondo sul giorno di Natale: c'erano i linciaggi ad Haiti, gli attacchi ai cristiani nelle Filippine, l'attentato suicida in Pakistan. I protagonisti, forse inconsapevolmente o forse no, facevano di tutto perchè quella fosse una data da ricordare, almeno per chi rimaneva vivo.

Quest'anno no, questo Natale non voglio fare il guastafeste, questa volta farò diversamente: scriverò un vero e proprio necrologio del Natale, ma di quello religioso non di quello pagano.

Ogni inizio secolo è tumultuoso. Il XX ha visto succedersi due guerre, inframezzate da una crisi economica e dall'avvento di dittature, il XIX ha visto l'ascesa  e la rovina di un imperatore, la dominazione austriaca e così via, fino ad arrivare agli inizi del nostro secolo che, se vede guerre e guerriglie in giro per il mondo in formazione sparsa e alle quali siamo ormai abituati, nel vecchio continente fa  assistere a un genere di tumulti che si combatte senza fucili: quelli derivanti dalla crisi finanziaria.

Si sostiene che il merito -la meritocrazia- è un sistema di distribuzione degli onori tra i più democratici e funzionali, ma non si chiarisce a sufficienza l'ambito di questi meriti. Mentre si è quasi tutti d'accordo nell'escludere dalla classe dei meriti quelli francamente illegali vi è meno chiarezza -anche all'interno di una stessa testa- su che cosa debba riguardare, in concreto, il merito. Se la maggior parte degli osservatori è concorde nel definire meritevole chi sia in grado di risolvere un'equazione o curare una ferita, far crescere una pianta o preparare il pane, quelle stesse teste pensanti sarebbero in difficoltà nel giudicare, per esempio, la meritorietà di chi sapesse pubblicizzarsi bene, di chi fosse maestro nelle pubbliche relazioni e, grazie a queste, potesse ottenerne onori. E' meritevole di un posto ben pagato chi, senza commettere illeciti ma utilizzando solo le proprie capacità di convinzione, ottiene un posto ben remunerato?
Non è forse un merito quello di sapersi valorizzare anche se non si sa fare niente?

Mi sono sempre chiesto, ingenuamente: chi ha stabilito, a suo tempo, lo stipendio dei dipendenti e dirigenti pubblici, da quello più alto in grado a quello più basso? Perchè vi è così tanta differenza? Questione di competenze e responsabilità, si dirà. Ebbene, a costoro rispondo: ma di quale competenze e di quale responsabilità si parla? Se l'Italia più d'altri soffre la crisi economica e finanziaria sarà mica colpa di chi sta in basso e non decide mai niente? Se l'Italia soffre non sarà forse perchè chi dirige non è poi così competente? E se per caso viene cacciato, del resto senza che si assuma nessuna responsabilità del disastro, lo fa con tanto di enormi liquidazioni e ricomincia a far danni da un'altra parte. Se gli alti dirigenti sono coloro che, per merito presunto o reale, ottengono i migliori trattamenti economici e il bastone di comando, se le cose vanno male non sarà per caso colpa di chi le decisioni non le prende e non gli è consentito prenderle? 
Io credo che la risposta alla domanda che ponevo sopra sia già stata data indirettamente dal funzionamento a livello dirigenziale della nostra povera Italia: ho come la sensazione che la classe dirigente venga scelta per la sua capacità di autopromuoversi, e non per specifici meriti.

Il papa, bontà sua, ieri sul Corriere dice -o il giornalista gli fa dire- 
«Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità»
Ed è vero, ma è vero da quasi sempre. Non che in questo essere vero si racchiuda solo e sempre un comportamento disdicevole. La festa è donare, altrimenti non rimane niente. Che festa sarebbe quella in cui non si prepara niente di speciale a tavola, si lavora come al solito, non ci si fa gli auguri e non si riceve nessun regalo? Una non-festa. Il papa deve sapere, perchè è una strategia che utilizza anche la religione, che il momento che deve essere bello deve essere accompagnato da qualcosa di gioioso: per molti questa gioiosità è legata al consumismo, ma non possiamo fargliene una colpa assoluta. E' nella nostra natura di umani. Da sempre, i momenti cosiddetti ricordevoli, si devono accompagnare a qualcosa che dà gioia, altrimenti il ricordo e l'aspettativa di quell'evento svaniscono.
Anche la chiesa, per raccogliere l'adesione dei fedeli, deve legare l'evento a qualcosa di piacevole: non potendolo che fornire in via temporanea in questo mondo, nei momenti di festa, deve per forza crearne un altro in un altro mondo, instillando l'aspettativa di questa ricompensa di lungo periodo come una premiazione solo dilazionata ma certa. E infatti non promette mica le fiamme dell'inferno a chi si comporta cristianamente, ma la beatitudine del paradiso.

E allora, caro papa, è vero che un eccesso di materialismo desensibilizza ma, in chi sia naturalmente dotato di poca spiritualità, in momenti come questi, dove si restringono le possibilità di premiarsi, criticare anche quel poco che ci si permette la considero un'operazione crudele. Tutta la nostra vita è basata sullo stare bene: da quel paradiso evocato dai preti alla tavola imbandita, dal tepore del focolare alla carezza dell'amante. Non possiamo fare a meno di quelle vetrine luccicanti a meno che non aumenti il nostro livello di spiritualità e non aumenterà finchè sarà rinfocolato dal materialismo dell'ingiustizia.

L'asceta, l'uomo spirituale, il pensatore, magari sanno rinunciare a qualcosa o a tutto delle gioie terrene, ma solo perchè le sostituiscono con gioie ultraterrene: non si può sostituire il terreno con il niente.
In questo ha ragione Benedetto XVI.

Ma perchè ho la sensazione che parli sempre per noi? Per noi che non decidiamo mai niente, voglio dire. Come facciamo noi a riacquistare, se mai l'abbiamo posseduta, la fiducia in colui che regola il mondo o nel mondo in genere, se questo colui o questo mondo sono tutto fuorchè giusti? Non è a noi e alle nostre piccole debolezze che deve indirizzare il suo richiamo, noi siamo piccoli in tutto. E' a chi siede nelle stanze dei bottoni, a chi ha creato e ha mantenuto le diseguaglianze, a chi ha tolto al povero per dare al ricco, a chi è responsabile dell'incrudelimento, della rabbia, è a costoro che deve essere indirizzato il suo messaggio, caro papa, e lo deve essere in maniera chiara, sfidando il potere terreno a viso aperto, senza nascondersi dietro il paravento della diplomazia.

Sia coraggioso una buona volta, come lo erano gli antichi cristiani di fronte ai loro aguzzini: sfidi l'autorità costituita che non se ne vuole andare, si batta apertamente per quella poca giustizia che si può ottenere sulla terra e avrà proseliti anche per l'altra giustizia, molto più giusta,  nei cieli. Osservare le diseguaglianze in atto è la peggiore medicina per diventare spirituali: noi non possiamo diventare spirituali mentre i governanti e i ricchi ingrassano a spese nostre. Sia gli uni che gli altri, con tutta probabilità, sono riusciti ad ottenere tutto ciò che hanno grazie a quell'unico merito, quello di cui dicevamo all'inizio, che non si sa se mettere o meno tra le cose meritevoli, tra gli effetti della meritocrazia.

Questo è il Natale, allora. Una via di mezzo tra una consolazione gastrica e un brivido alla messa cantata di mezzanotte, tra un appagamento visuo-olfatto-gustativo e una lettura meditata. Non ci si può chiedere di rinunciare a tutto il terreno per pascerci solo dello spirituale, non almeno finchè i nostri occhi potranno vedere l'imperante ingiustizia. Un solo giorno di un dirigente pubblico -pagato da noi- vale quanto un anno di stipendio di uno di noi. A che serve che costui sia, a parole, così devoto e pio, quando non lo è negli atti. Può la chiesa accontentarsi dell'apparenza? Perchè in quel caso, con un Dio del genere, la faremmo franca in molti.
Dunque, io rivendico la futilità e le vetrine luccicanti che ci sono a Natale, perchè il viatico verso una santità che non dovrebbe esserci richiesta lo compiamo ogni giorno, per esempio non eliminando questa casta e tutti i disgustosi privilegi di cui si circonda. Quanto al resto, non siamo certo noi i Bush della situazione che vogliono andare alla guerra: ci è sufficiente uno spiraglio per continuare a sperare.
Lasciateci almeno l'aspetto commerciale del Natale. (E comunque, buon Natale a tutti).

domenica 14 agosto 2011

La porta stretta della notorietà

Com'è imbarazzante la via della notorietà! Vi è chi, in poco tempo, diventa personaggio, chi si atteggia a maestro  di pensiero e viene ritenuto tale e chi, qualunque cosa tocchi, diventa oro. E poi, tra soliti noti, tra famosi, ci si conferisce autorevolezza a vicenda. Il bello è che, improvvisamente, se qualcuno di quelli che contano (non mi sbilancio a dire se dotato di autorevolezza o autorità) ti assegna una patente di credibilità, questa ti si attacca saldamente addosso, al di là della situazione oggettiva.
I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non è esente nessun settore dell'umana attività da questa considerazione della cosiddetta saggezza popolare, forse vera. E così, quelli famosi diventano sempre più famosi, brillano sempre di più, ed è noto che se sei un lumicino, quando ti trovi vicino ad una luce abbagliante sparisci.
Un'alternativa all'autocommiserazione è l'ipotesi che se non vieni notato è perchè non vali molto e che la giusta notorietà arride sempre e solo i meritevoli.
Però...
Il titolo di questo articolo richiama quello di un libro di Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Per lui,
 la porta della conoscenza è stretta, perchè richiede una purezza di cuore non facile da raggiungere: è l'esperienza piena della Vita, l'esperienza mistica, che è un dono offerto a tutti.
La sua risposta alla domanda è: liberarsi dei dogmatismi, sia della ragione che della fede, per unire i due generi di conoscenza. Dialogo interculturale, lo chiamano. Bene, è una cosa che spesso grandi pensatori e intellettuali di qualsiasi disciplina invocano: dialogo tra le culture, quella scientifica e quella umanistica, come metafora del dialogo, più ampio e di ancora più grande portata,  tra civiltà.
E dunque, se così molti intellettuali si sforzano di favorire il dialogo interculturale, forse significa che il modo di atteggiarsi delle due culture, utilizzato fino ad ora, è sbagliato. Sempre ammesso che non siano in errore i fautori del dialogo. E così, se sono in errore quelli che hanno favorito la separazione, questo potrebbe significare che l'intero settore non è esente da difetti e la stessa conclusione potremmo trarla considerando in difetto i dialoganti.
In realtà, anche se con debole analogia, questo mi dice che nessun settore dell'umana conoscenza è esente da difetti, il che è un'osservazione ampiamente banale. Ma mi serve per criticare un aspetto  elogiato, indipendentemente dalla propria collocazione intellettuale, da tutti: la nozione di merito.
Chi merita avrà, presto o tardi, la sua ricompensa. E' chiaro che senza portare esempi concreti si rischia di fare del qualunquismo pure, non avendo voglia di sobbarcarmi la ricerca di fonti citerò un solo esempio che, secondo me, ha una portata piuttosto generale: la fuga dei cervelli dall'Italia.
Quello che spesso si sente dire dagli addetti ai lavori, quello che lamentano le intelligenze più sincere è proprio questa difficoltà di emergere per i giovani, di guadagnarsi uno spazio. Questo vale in tutti i settori, da quello accademico a quello politico. 
Questo potrebbe significare che l'avanzamento, genericamente inteso, non passa affatto o solo attraverso il merito bensì attraverso le pubbliche relazioni, attraverso le conoscenze  personali. Entrare a far parte di una ristretta cerchia è il viatico per la propria carriera. Purtroppo questo sistema non riguarda solo settori ben precisi, là dove  questi si uniscono alle questioni economiche ma anche molti altri ambiti: è forse un portato delle abitudini o della pigrizia intellettuale del nostro paese, o forse una più ampia conseguenza degli atteggiamenti mentali propri di un popolo.

Infine, due parole di critica anche sui cosiddetti meritevoli bistrattati.
Un pessimo rilevatore del proprio valore è la consapevolezza di aver qualcosa da dire. Infatti, pur essendo genuina questa sensazione, non è detto che interpreti qualcosa di valore da dire, o qualcosa di meritevole di più ampia diffusione o di non già detto da altri prima di te. E' dunque un pessimo strumento di rilevazione la sensazione personale di aver fatto grandi scoperte. Un buon metodo consisterebbe nel renderle pubbliche e sperare in una lettura critica e spassionata.

Non so rispondere compiutamente alla domanda implicita nelle ultime considerazioni, che è poi quella dell'inizio: quale caratteristica influenza maggiormente il successo di un'idea, il suo valore intrinseco o le relazioni sociali del proponente?

Per non lasciarvi con l'amaro in bocca vi propongo un'anticipazione di ancora più amare considerazioni: nel suo libro, Panikkar parla, a un certo punto, di Sete di autenticità e cita l'invito platonico a essere noi stessi -esthe su. Devo dire che, alle volte, non so esattamente di cosa si parli quando si utilizzano certi concetti e soprattutto certi termini come  autenticità, buoni a definire l'originalità di un manufatto ma piuttosto fumosi quando riferiti a enti immateriali. Così ci provo a far confusione anch'io, ragionandoci.

sabato 8 gennaio 2011

On merit and meritocracy - Sul merito e sulla meritocrazia

fonte ericstoller.com
Spesso mi chiedo se tutta questa storia sul merito sia vera. Quand'è che viene valutato il merito? Non certo quando c'è una valutazione orizzontale. La cosiddetta peer review è una valutazione innanzitutto di aderenza al metodo, indaga in minor misura se quello che dici è interessante. Tra i pari al di fuori del mondo accademico invece non c'è democrazia. Di solito ci si accoda ai pochi famosi e si concede credito solo a loro. Il merito qui non c'entra. Nè, a mio parere, si sarebbe forse in grado di stabilirlo.
Il merito c'è quando qualcuno più in alto di te nella gerarchia, avendone gli strumenti, valuta non solo la correttezza formale, ma l'originalità e la creatività del tuo lavoro. Giudica se è interessante o meno una cosa. E' la valutazione verticale. Chi giudica, possiede gli strumenti per giudicare al di là della notorietà dell'esaminato. Qui viene valutato il merito. Chiaramente, solo se l'esaminatore è obiettivo.
In altre parole, l'acquisizione del merito, in chi non sia dotato di strumenti adeguati di valutazione, passa attraverso la valutazione di referenti, autorità già stabilite che dispensano la notorietà.
Un caso tipico è la televisione.
Su Sociation Today Stephen J. McNamee e Robert K. Miller, Jr. scrivono sul Mito della Meritocrazia.
" According to the ideology of the American Dream, America is the land of limitless opportunity in which individuals can go as far as their own merit takes them. According to this ideology, you get out of the system what you put into it. Getting ahead is ostensibly based on individual merit, which is generally viewed as a combination of factors including innate abilities, working hard, having the right attitude, and having high moral character and integrity. Americans not only tend to think that is how the system should work, but most Americans also think that is how the system does work"
Ma non è solo dell'America la convinzione di essere la terra delle opportunità basate sul merito, anche l'Europa e l'Italia ci credono, ovunque ci si crede. Il merito è il vero spirit in the machine dei nostri tempi, un'ideologia sana della quale non vergognarsi. Ebbene, così sia. Ma, chi riconosce il merito? Noi siamo in grado di farlo? Quando leggiamo notizie di cronaca o di attualità dai giornali, siamo in grado di stabilirne l'autenticità, di attribuirne il merito a chi le riporta? Gravità zero, un corporate blog di divulgazione scientifica, proprio a questo riguardo, ha creato un sito dal nome evocativo (Cattiva) scienza in tv, tanto per affermare che è più difficile di quanto sembra riconoscere il merito (e forse anche il demerito).

Sono due piani diversi, ovviamente. Uno è il riconoscimento del merito, l'altro è l'efficacia del merito. Sono due piani completamente diversi, da un punto di vista qualitativo, però si influenzano a vicenda.
Se tu sei meritevole ma nessuno lo  riconosce, è come se non lo fossi, almeno per i tuoi contemporanei. All'opposto, se riconoscono in te un merito che non esiste, per incapacità o per interesse personale, anche allora il merito, quello che intendiamo noi, quello virtuoso, quello onesto, e non il merito di essere furbo, non esiste. Non vorrei, facendo questa elementare conta, che fossero in soprannumero i casi in cui il merito non serve a un bel niente, rispetto ai casi in cui serve davvero. In realtà, per quello che penso io, in certi casi il merito serve, in una percentuale limitata di casi, se tu hai della capacità e le mostri e qualcuno le osserva e le valuta positivamente, allora possiamo dire che riesci a trarne un guadagno o un riconoscimento. In tutti gli altri casi, i fattori che concorrono al tuo successo sono eterogenei, con prevalenza delle pubbliche relazioni, dei contatti giusti sulla reale supremazia del merito personale.




Ecco l'inizio di un  lavoro dissacrante sul Mito della meritocrazia.
    " In our book  The Meritocracy Myth (Rowman & Littlefield, 2004),  we challenge the validity of these commonly held assertions, by arguing that there is a gap between how people think the system works and how the system actually does work. We refer to this gap as “the meritocracy myth,” or the myth that the system distributes resources—especially wealth and income—according to the merit of individuals. We challenge this assertion in two ways. First, we suggest that while merit does indeed affect who ends up with what, the impact of merit on economic outcomes is vastly overestimated by the ideology of the American Dream. Second, we identify a variety of nonmerit factors that suppress, neutralize, or even negate the effects of merit and create barriers to individual mobility."

L'articolo di Stephen J. McNamee e Robert K. Miller, Jr.su Sociation Today è veramente interessante, e vi invito a leggerlo. Intanto, traggo alcuni grafici esemplificativi.






La prima tabella, che misura il reddito, ci dice che il 20% superiore delle famiglie americane riceve il 49,7% di tutto il reddito disponibile. Addirittura, un 5% riceve il 21,7% del reddito totale. Si nota come i redditi delle famiglie siano divisi in 5 parti, e quanto ognuna percepisca, in percentuale, su tutto il reddito disponibile.
Nella seconda tabella, che misura il patrimonio netto, la disuguaglianza è ancora più accentuata: l'1% delle famiglie detiene il 32,7% di tutto il patrimonio disponibile, mentre il 50% più in basso ne detiene appena il 2,8%. Classico sistema di distribuzione top heavy, tipico delle economie capitalistiche.

L'idea è che non sempre o quasi mai, il merito, almeno da solo, riesce a farsi strada. Chi ha ottenuto successo nel passato influenza la decisione su chi l'avrà in futuro. E' una questione di autorità, più che di autorevolezza.  Anche se il lavoro di questi due autori verte maggiormente nel campo economico, l'idea alla base di un ritorno, rispetto al tuo valore, è molto simile.






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