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martedì 18 ottobre 2011

Indignati e cambiamento: le rivoluzioni devono essere sempre violente?

Convincere gli altri usando la ragione. Oibò. In un suo pezzo Paola Bonavolontà parla, nel suo Energia creativa, della critica costruttivache è un procedimento complesso, materia per esperti, altrimenti si rischia di ottenere l'effetto contrario. E che sia cosa da esperti lo si vede dal fatto che normalmente tutti difendiamo le nostre idee e le nostre scelte soprattutto dalle critiche, le quali non portano scritto in fronte se sono costruttive o distruttive: sono critiche. Per essere costruttive, da quello che arguisco da una risposta a un mio commento, devono essere interessate cioè, molto spesso pagate o, comunque, richieste.


I consigli richiesti. Secondo me la cosa comincia così: uno ha un'idea, su un certo fatto, su come va il mondo e su come dovrebbe andare, su quello che si dovrebbe fare e anche su quello che non si dovrebbe fare. Bene. Arriva un'altro che dice: no, così come dici tu è sbagliato, le cose non funzionano così, e inizia a fare tutta una serie di osservazioni. Dopo di che si comincia a confabulare. A causa dell'intrinseca ambiguità del linguaggio verbale non si trova il bandolo, ognuno rimane sulle sue posizioni e buonanotte. 
Pensate, invece, se andasse in quest'altro modo: ho un'idea, una teoria, un modo di vedere e via dicendo. Allora, per verificare se ho commesso errori chiedo un parere, un giudizio. Il giudizio non è vincolante, serve a verificare la mia idea da un altro punto di vista. Paradossalmente quel diverso punto di vista potrebbe sia rafforzare la mia idea che indebolirla, o consigliarmi di modificarla o qualsiasi altra cosa. Però, io non mi metterò in contrasto con  questo parere richiesto (e qui i metodi possono essere tanti)  ma cercherò di analizzarlo razionalmente, perchè  avendolo richiesto ho tutto l'interesse ad utilizzarlo al meglio.

L'egoismo. Insomma, i pareri non richiesti, sono quelli meno desiderati e con i quali si parte subito male mentre quelli richiesti, a titolo gratuito o a titolo oneroso, sono più ascoltati.
Ora, dando per scontato che il parere richiesto, in qualunque modo, ha rafforzato le mie tesi,  che fare? Si è mai visto che una buona teoria ne soppianta una meno buona se non vi è un interesse in chi utilizza la teoria meno buona? Di fronte al proprio interesse, come visto per il parere richiesto, si abbassano le difese.
Così, sono convinto che se io proponessi una teoria politica che afferma: le prime quattro cariche dello Stato devono essere tutelate da interventi disgreganti della magistratura finchè sono in carica e per altri due anni terminata la carica; oppure se dicessi, a causa della straordinaria importanza del ruolo di rappresentante del popolo interpretato da un parlamentare è giusto riconoscere a chi vi si impegna un vitalizio ben più consistente di quello attuale. Ho leggermente esagerato, come noterete, ma solo per farvi comprendere che qualsiasi normativa che migliora le condizioni di chi ha il potere di accettarla o bocciarla, avrà una corsia preferenziale rispetto a tutte le altre. E' un banale principio egoistico, estesamente utilizzato, del resto.
Se invece di proporre normative a favore di chi può approvarle o bocciarle ne proponessi a loro sfavore, cosa pensate che farebbero?

George Washington
Come sono avvenuti i cambiamenti? E qui entra in ballo il 15 ottobre degli indignati, le proteste e il gran dispiegamento di critici, osservatori, analisti, semplici passanti, indignati, e chi vi pare a voi con la solita tiritera (giusta) sul fatto che questi movimenti, eventi, accadimenti devono essere pacifici e non violenti, come del resto sono, non confondendo l'apporto violento  dovuto ai soli infiltrati black bloc.
Andando però così a spanne a ritroso con la memoria, e osservando un po' di eventi e accadimenti successi lungo la storia dell'umanità, intendo gli eventi sociali, pochi ne trovo che siano stati propriamente e solamente pacifici, anche quando erano dannatamente nel giusto.
Non è stato per via pacifica che ci siamo liberati dai dittatori durante la seconda guerra mondiale, nè è stato in maniera incruenta che si è formata l'Italia, che si è liberata dal dominio straniero, nè le grandi rivoluzioni per antonomasia, quella francese e quella americana, sono avvenute in maniera pacifica, e così pure quelle meno desiderabili.
Stranamente, la fine del comunismo in Unione Sovietica  e nel blocco dell'Est è avvenuto in forme miste, tra pacifico e violente ma, sicuramente, la transizione è stata in molti casi imperfetta, e questo mi fa pensare che molti di quelli che potevano approvare o bocciare hanno approvato.
E così anche le conquiste sindacali, il suffragio universale per le donne, hanno richiesto forme di impegno sostanziale e intenso, dalla franca violenza alla volontà indomabile. Nè la lotta allo schiavismo in America, nè i dittatori in giro per il mondo, nè i terroristi del fanatismo religioso, nè la parte di mondo che ne è vittima, nè chi cerca di deporre dittatori, nè chi cerca di imporli, può fare a meno di usare un certo qual grado di violenza. Almeno finchè chi ha il potere di accettare  il cambiamento  non ha interesse egoistico a farlo. Se non ha interesse a cambiare non cambierà, a meno di non costringerlo.

source pap-blog
I regimi democratici. Si dirà: sembri dimenticare che i grandi cambiamenti, nei regimi democratici, avvengono per via elettiva. Una tornata elettorale può spazzare via una classe politica inadempiente. Uhm....
Ribaltiamo la questione: è sempre vero che la classe politica può fare tutto ciò che vuole? Considerando quello che vorrebbe fare e non ha potuto fare (ancora) l'attuale governo c'è da giurare di no. Ma quali altri fattori influenzano la fattibilità politica dei provvedimenti e delle norme? L'accettabilità da parte delle lobby di riferimento. Uso lobby per intendere quella parte di società che ha un mutuo interesse a mantenere lo status quo e che è in grado di influire sull'attività di un governo. Le lobby questo fanno, però non le si intenda in chiave unicamente economica. Il governo, come detto, ha la capacità di proporre e approvare leggi, ma se queste contrastano fortemente con i desideri e le aspettative delle sue lobby di riferimento avrà qualche remora ad approvarle e, se lo farà, lo pagherà in termini di consensi del suo elettorato di riferimento.
Sembra quindi agire una forza opposta a quella che ipotizzavo prima: ora, la parte che ha la possibilità di accettare o bocciare le norme è la destinataria di tali norme, la parte di società che sostiene e ha interesse a che il governo resti in carica. Se questo interesse viene meno il governo ha la certezza del mancato sostegno alle elezioni per cui, le lobby, con i loro interessi, diventano a loro volta coloro che accettano o si oppongono ai cambiamenti, influenzando l'azione del governo.
Ricapitolando: se qualcuno ha una buona idea con la quale modificare alcuni aspetti della società che però peggiorano le condizioni di chi ha la possibilità di accettare o bocciare quella idea, allora probabilmente quell'idea verrà bocciata. Per riuscire a darle qualche chance di vittoria quel qualcuno dovrà mobilitare quante più risorse possibili.
Per sgombrare subito il campo da equivoci non sto assolutamente dicendo che per riuscire ad ottenere qualcosa bisogna far ricorso alla violenza o cose del genere.La mia condanna degli episodi di violenza è ferma. Noto solamente che le grandi rivoluzioni, i grandi cambiamenti, hanno molto spesso visto l'utilizzo di forme di violenza più o meno marcata. Sarebbe bellissimo se quelle stesse rivoluzioni e cambiamenti si potessero fare, o si fossero potuti fare, per via pacifica ma, per lo meno nel passato, non sempre è stato così.
Chi aveva qualcosa da perdere dal cambiamento vi si è opposto con una tenacia estrema. Sempre. Ed è palpabile e chiaro che l'idea di cambiamento che portano gli indignati, i precari, gli studenti, chi non arriva a fine mese, chi è diventato povero, chi non vuol pagare un debito che non ha fatto lui, chi vuole avere un futuro insomma tutta questa gente qui, è lampante che l'idea che hanno della società contrasta con gli interessi di chi vuole mantenere le cose come stanno.

La critica di chi critica. E così torniamo all'inizio. C'è un modo di cambiare le cose senza far ricorso ai metodi che hanno utilizzato i grandi e piccoli uomini del passato? Il metodo c'è ma occorrerebbe che ognuno di noi, così pronto a esercitare il diritto di critica e a tradurlo in seguito nel voto ai soliti partiti, richiedesse un parere, come si fa per una decisione importante della quale non si è sicuri. Perchè quello che è implicito in quella critica che abbiamo il diritto di fare è che saremo contrari al cambiamento, pur senza capirlo magari, e così facendo rimarremo impantanati nella solita palude. Invece è nel nostro interesse sapere se le critiche che muoviamo a chi porta delle novità, delle idee, dei propositi di cambiamento, sono giuste o sbagliate. Critiche che muoviamo perchè  tutto ciò che è nuovo, che tende  a modificare l'esistente, è avvertito come minaccioso, a meno di non trovarsi in una condizione di non ritorno, e quindi, se non si è alla disperazione, la critica non è un mero esercizio di controllo è l'anticamera della negazione pregiudiziale al cambiamento.
Io dico che sbagliamo. Allo stesso modo in cui qualcuno che ha un'idea dovrebbe sottoporla all'esercizio critico su richiesta, per scoprirne pregi e difetti, così anche chi critica quello che propongono gli altri dovrebbe lasciarsi consigliare. Dovremmo chiedere un parere, magari anche pagandolo, poco ma pagarlo, per aumentare il livello di considerazione con cui ascoltare questo parere.
Solo che c'è un problema: a chi domandiamo questo parere? Però, una volta trovato coloro ai quali poter chiedere un giudizio, il più è fatto.

domenica 2 ottobre 2011

La società civile italiana è meglio o peggio della classe politica? Dal Politici ora basta di Della Valle all'uguaglianza politica-società di Profumo

Diego Della Valle
In seguito alla pubblicazione  a pagamento, su alcuni giornali, delle accuse al mondo politico di Diego Della Valle (qui il testo) quello stesso mondo politico ha avuto differenti reazioni. In particolare una reazione mi ha colpito, venuta da Alessandro Profumo, ex ad di Unicredit e ora consulente Eni, azionista di Linkiesta, vicepresidente dell'Abi e innamorato della politica [TMnews]. L'occasione è il convegno a Chianciano Democratici davvero al quale è presente insieme a Rosy Bindi, pure critica verso Della Valle. La frase che si lascia sfuggire Profumo è questa [fonte Corriere]
«l'idea e il pensiero che la società civile sia così meglio della classe politica, è proprio sbagliata».
Alessandro Profumo
Forse Profumo ha ragione, o forse no. Intanto gli propongo questi dati. Si va dal numero dei politici indagati o condannati [Tutti i politici indagati o condannati]   fino alla relazione tra stipendi di Consiglieri e Presidenti regionali e benessere dei cittadini, scoprendo che vi è una correlazione negativa [Relazione tra stipendi delle regioni e benessere dei cittadinie ancora, dalla constatazione che i nostri politici sono i più pagati d'Europa ma che  l'Italia è l'unico paese europeo in cui lo stipendio dei parlamentari non è correlato positivamente al Pil [I parlamentari italiani: i più pagati d'Europaal costo della burocrazia fiscale italiana, quattro volte superiore alla media europea [Quanto costa la burocrazia fiscale in Italia?], per non parlare poi di parentopoli [Parentopoli: parenti e politica] o dell'indice di produttività parlamentare [Indice di produttività Parlamentare: onorevoli lavoratori e fannulloni] o, infine, della crescita economica italiana, da un pezzo ormai ben sotto la media UE [Istat.Rapporto annuale 2011 dell'Italia].

Oltre questi graziosi fatti, su cui occorre precisare che alcuni se ne verificano anche nella società italiana, anche se in percentuale inferiore, vi è a dar manforte  all'ipotesi pro società civile e contro la classe politica, l'ultimo libro del duo Stella-Rizzo, gli inventori del termine casta e già autori di La casta, La deriva e Vandali, che danno ora alle stampe Licenziare i padreterni, Rizzoli 2011. Su questo libro tornerò diffusamente in un altro articolo. Per ora vi basti qualche assaggio anche se, va detto in difesa degli stomaci più delicati, si tratta di bocconi avvelenati.
Vi è una leggina, che forse pochi conoscono, che a rotazione tutti i politici assicurano, a parole, di voler cambiare. Si tratta del Dpr 22 dicembre 1986 n. 917 che recita
chi regala soldi a un partito politico ottiene sconti fiscali fino a 50 volte superiori a chi dona quegli stessi soldi a una organizzazione umanitaria.
Per fare un esempio. Poniamo che qualcuno voglia donare 100 mila euro ad una organizzazione umanitaria. Dalle tasse, detrarrà una cifra pari al 19% del tetto massimo di 2065,83 euro, cioè 392 euro e 50 centesimi.
Ma, se quella stessa somma la donasse a un partito politico, potrà detrarre il 19% di un tetto 50 volte superiore, cioè quasi 104 mila euro, e la cifra che potrà detrarre sarà molto più alta, 19 mila euro.
Ma non è solo questo. Spesso e volentieri i rappresentanti della classe politica al governo affermano sconsolati che la situazione finanziaria attuale, con il debito pubblico al 120% del Pil
"è tutta colpa del debito che abbiamo ereditato".
Sapete però chi erano i consulenti economici di Craxi, in quel famoso 1983 al quale si fa risalire l'impennata del debito pubblico? Guardate se li riconoscete: 
Giulio Tremonti, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Domenico Siniscalco.
Ta-dan! Non è cambiato niente! I consiglieri economici di Craxi nel 1983 sono i governanti del 2011, e se ne vede, devo dire perfettamente, la continuità politica.
E allora? 

Se Profumo ha ragione, allora la società civile italiana è messa proprio male. Ma forse è solo questione di intendersi sul valore da accordare a "così", forse la società civile è solo un po' meglio della politica.

Oppure Profumo non si riferiva a tutta la classe politica, ma solo a una parte, segnatamente quella all'opposizione, a suo parere più vicina al livello della società civile di quella al governo.
Quien sabe? Noto, in alcuni ambiti dell'agire politico, una paurosa continuità tra maggioranza e opposizione. Spero di sbagliarmi. Del resto, non è improbabile che a breve se ne possa avere la riprova.





venerdì 22 luglio 2011

Perchè non è possibile indurre il senso di responsabilità in politica?

Rispetto alla classe politica che abbiamo, un pensiero che mi sorge è questo: un uomo politico molto attaccato ai soldi perde gran parte della sua credibilità. Se ci aggiungi che gli ultimi 17 anni di vita politica (cioè da quando vi è entrato Silvio Berlusconi) sono un'eterna litania tra lotta politica attraverso la magistratura e leggi ad personam, il quadro è già bello e che dipinto.
Il parlamentare o l'uomo politico in genere, è un uomo come noi. Ognuno di noi conosce le proprie debolezze e piccole nefandezze. Sa quanto si possa essere meschini, piccoli, carogne. Sa che è molto più facile essere così che essere generosi, leali, altruisti. Perciò, perchè sorprendersi se i nostri uomini politici lo sono? Perchè sorprendersi se sono corrotti, se si macchiano di concussione, se ricevono regali, se non pagano quasi niente, se coltivano il loro orticello elettorale con il nepotismo e così via. Siamo anche noi così dunque, perchè meravigliarsi?

Eppure, esistono dei comportamenti che alcune situazioni contingenti possono modificare. Per esempio, chiedere a un educatore di sottoporsi a una tre giorni di dieta per diabetici aumenta la possibilità di consigliare al meglio i pazienti diabetici e modifica positivamente l'attitudine generale (Anderson 1991). Come dire, provare in prima persona rende più partecipi e responsabili. Se vi chiedessero di controllare un neonato di pochi mesi per il tempo necessario alla madre di sbrigare una commissione, non vi sentireste responsabilizzati? Oppure, se in coda ad una cassa o ad uno sportello, qualcuno vi dicesse: per favore, devo andare alla toilette, mi tiene il posto? Che fate, non glielo tenete? La maggior parte di noi, quando richiesta esplicitamente di attuare un comportamento responsabile, lo fa. La chiamata  alla responsabilità funziona quasi sempre.Anche se si trattasse di soldi: se qualcuno vi chiedesse di sorvegliargli il portafoglio mentre si tuffa nel fiume nel quale gli è caduto un anello, che fareste, gli rubereste i soldi? Probabilmente no, mentre se vi trovaste a passare da quelle parti e vedeste il portafoglio, probabilmente lo prendereste.

Essere chiamati personalmente a un impegno responsabilizza. Così come accade  quando si richiede un giuramento. Cos'è il giuramento? E' un impegno, una responsabilità diretta. 

Il senso di responsabilità, però, è come la responsabilità penale: è personale. Quando sei il Ministro dell'Economia, e unicamente da te dipende il bilancio dello Stato, ti senti molto più responsabilizzato del Parlamento, composto da tanti parlamentari, che deve approvare o bocciare i tuoi provvedimenti. Quando la responsabilità può spalmarsi su più persone perde immediatamente l'effetto che invece riesce a produrre su una sola.
Si guardi per esempio ai nostri governanti. Spesso Berlusconi afferma di non avere potere (scarico di responsabilità nei confronti degli altri ministri o del Parlamento), oppure di avere alleati che non rispettano i patti oppure ancora di essere impedito, nella sua azione, dalla magistratura politicizzata.
Quando si hanno grandi responsabilità alle quali non si riesce a far fronte, subentra la vergogna per la propria incapacità e si cerca di dare la colpa agli altri del proprio insuccesso. Questo si deve, in massima parte, al fatto che spesso si promettono cose notoriamente quasi impossibili da mantenere, ma di sicuro effetto propagandistico.

Torniamo alla classe politica. Ecco dunque che, in qualche modo, si riesce a spiegare perchè la classe politica, nel suo insieme, non sembra beneficiare del senso di responsabilità che impone l'assegnazione di un compito. Perchè di fronte al fallimento si invocherà sempre la co-responsabilità di altri, co-responsabilità che è poi effettivamente una delle cause principali dell'affievolimento del senso di responsabilità personale.
Berlusconi invoca la crisi internazionale, l'11 settembre, la magistratura di sinistra, i giornali di sinistra, i parlamentari che si è scelto (e che in parte l'hanno abbandonato), le procedure istituzionali, i regolamenti del Parlamento e via dicendo. Mai una volta che si sia assunto la responsabilità di dire: è un mio fallimento, non sono riuscito. Non che gli altri siano da meglio, del resto.

Per concludere. Perchè non riusciamo a trasmettere ai nostri politici e amministratori quel senso di responsabilità che invece trasferiamo a un estraneo chiedendogli: scusi, per cortesia, mi tiene il posto che torno subito? E perchè gli uomini politici non se ne sentono investiti ma, anzi, se ne infischiano? Il motivo lo sappiamo ma più difficile è comprendere il meccanismo che interviene. Il motivo è questo: è come se chiedessimo un impegno non direttamente a una sola persona ma a un gruppetto di persone: nessuna si sente coinvolta personalmente e distribuisce la sua responsabilità sul gruppo. Siccome il gruppo non agisce come una cosa singola e ciascuno, singolarmente, ha solo una piccola parte di responsabilità, nessuno si sente personalmente obbligato a rispettarla. 
In questo senso, la leadership avrebbe dovuto responsabilizzare il capo di turno, però la cosa non si è verificata. In questo caso il capo di turno può avanzare la tesi che non ha abbastanza potere, ma è quasi certo che se anche lo avesse non riuscirebbe nell'intento.
Perchè?
Il problema è lo stesso della richiesta fatta a un gruppetto di persone vista sopra: se noi chiediamo un impegno non a una persona ma a un gruppetto, non otterremo lo stesso senso di responsabilità di un singolo. Allo stesso modo, pur avendo l'elettore  l'impressione di aver richiesto un impegno preciso al proprio candidato, non è ciò che il candidato  ha percepito. Egli non ha dovuto promettere a una sola persona una specifica cosa ma l'ha promessa a una moltitudine.Probabilmente, in questo caso, si manifesta una dispersione dell'obbligo, come nell'altro caso si manifestava una dispersione di responsabilità, che permette di venir meno ai propri impegni senza sentirsi responsabili. 
In questo atteggiamento gioca un ruolo essenziale la capacità empatica, che è parte fondamentale nel sentirsi vincolato con qualcuno alla parola data. La facilità con la quale si passa sopra un impegno disatteso è direttamente proporzionale all'assenza di empatia che si prova per il destinatario del nostro impegno.



R M Anderson, M M Funnell, P A Barr, R F Dedrick, and W K DavisLearning to empower patients. Results of professional education program for diabetes educators.Diabetes Care July 1991 14:584-590; doi:10.2337/diacare.14.7.584

martedì 28 giugno 2011

Mi domando che politici abbiamo avuto

Mi domando che madri avete avuto. 
Se ora vi vedessero al lavoro 
in un mondo a loro sconosciuto, 
presi in un giro mai compiuto 
d’esperienze così diverse dalle loro, 
che sguardo avrebbero negli occhi? 

Se fossero lì, mentre voi scrivete 
il vostro pezzo, conformisti e barocchi, 
o lo passate a redattori rotti 
a ogni compromesso, capirebbero chi siete? 
(P.P. Pasolini, Ballata delle madri)            



C'è, nel titolo, il richiamo alla poesia di Pasolini: Mi domando che madri avete avuto.
Che politici abbiamo avuto e continuiamo ad avere?
Ne vorrei fare un elenco spersonalizzato, così per togliere la venatura partigiana e mettere a nudo il comportamento in sè. I fatti recenti, ma anche quelli antichi, testimoniano di una politica, di una classe dirigente avvezza all'intrallazzo, abituata a nascondere, a celare, a presentare una faccia pulita e rassicurante, ma a condurre pratiche che sconfinano nel sottobosco dell'indicibile.
Vado a memoria, cominciando dagli ultimi fatti di cronaca.
Chi sono quei Ministri che hanno bisogno di un consulto con un faccendiere, già condannato, per sapere quello che devono fare o quei dirigenti d'azienda (pubblica) che devono farsi scrivere lettere e discorsi? Chi sono quei politici che alla domenica vanno a messa mentre la sera prima, a quanto si dice, organizzano festini a luci rosse? Chi sono quelli che non sanno nemmeno di possedere una casa e chi sono quelli che, infischiandosene del proprio ruolo, si intrattengono con escort e trans? Chi sono quelli che cambiano opinione a seconda di che aria tira? E quelli che fanno di tutto per impedire che si celebri il referendum? E chi sono quelli incapaci di coalizzarsi ed esprimere un candidato comune? Chi sono quelli che di fronte alla classe politica in disfacimento, gridano: fermiamo chi ne parla? Non: fermiamo i responsabili del disfacimento, no, fermiamo chi ne parla.
Sono forse lo specchio del paese?
Ma non di quel paese che ha votato recentemente. Quel paese ha espresso una faccia e un'opinione diverse. E allora chi sono?

Mi piacerebbe chiedere, a uno dei nostri politici: ma tu, perchè fai politica?
Non so se saprebbero più rispondere, al di là delle risposte confezionate. Perchè uno come Berlusconi, che non perde occasione per dire ma chi me lo fa fare? non lascia tutto? Di cosa ha paura? Se è come dice lui, e cioè che la magistratura vorrebbe eliminarlo politicamente, se lui si eliminasse da sè avrebbero raggiunto il loro scopo e non avrebbe niente da temere.

La realtà forse è un'altra. La nostra è una classe politica ingessata.
Quello che non consentono a un questore, a un prefetto, a un magistrato, cioè di mettere le radici in un posto, di costituire un piccolo centro di potere, spostando, a intervalli, la loro sede di lavoro, i politici se lo auto-consentono: la classe politica è composta di reperti storici. Anche lo stesso Berlusconi sono ormai 17 anni che è sulla breccia. Gli altri peggio mi sento: dagli ex-Pci agli ex-Dc, fino all'ex-dc per eccellenza, il pluri-Presidente del Consiglio della Prima repubblica, è tutta una serie di dinosauri, abbarbicati al potere, piccolo o grande che sia, e non sono affatto disposti a lasciarlo.
Quello che li muove non è l'afflato politico un po' idealistico che appartiene alla storia della formazione dei partiti e dei movimenti politici. No, quello che li muove è la ricerca del potere e, attraverso quello, di tutti i privilegi che hanno le caste.
Quello che temono che accada a quegli alti dirigenti che citavo prima accade effettivamente, ma con loro stessi. Si creano il loro piccolo orticello di potere e vi restano aggrappati come parassiti.

Mi piacerebbe verificare, una volta o l'altra, come sarebbe stata diversa l'Italia se avessimo avuto una classe politica normale. Ci fanno persino diventare bacchettoni, se chiediamo onestà, giustizia, serietà e senso di responsabilità. Siamo moralisti, perchè pretendiamo che chi ricopre alte cariche attui anche un comportamento privato idoneo, oltre quello pubblico.
Siamo giustizialisti, se pretendiamo che di fronte alla legge si sia tutti uguali: è la base sulla quale accettiamo il potere, non come calato dall'alto ma come un'esigenza, esigenza temperata dall'uguaglianza di ognuno di fronte alla legge.

Alcune risposte alle giuste domande forniranno la spiegazione razionale di come si svolge la vita politica. Non è detto, però, che una spiegazione razionale sia la cosa più convincente al mondo. Anzi, non lo è quasi mai. Insieme al risveglio della ragione, dunque, occorrerà risvegliare anche il cuore, la passione, puntare alle cose che coinvolgono.
E' quello che proverò a fare (nei prossimi articoli). Gli uomini politici, che noi vediamo in televisione o sui giornali, non sono autorevoli solo perchè appaiono sui media. E' un gravissimo errore dare per scontato che, siccome li vediamo nei posti di potere e vengono intervistati dai giornalisti, allora è vero che sono competenti ed è giusto che stiano lì. Come provavo a dire sopra ma che razza di politici sono questi, quando vengono smascherati da intercettazioni o indagini? Quando viene scoperchiato il pentolone? Sono poca roba. Sono mezze tacche che non vorremmo neanche come presidenti della bocciofila, figuriamoci ai massimi posti di comando.
Quando dicono: non c'è alternativa a noi, dicono delle clamorose fesserie. L'alternativa c'è, eccome. Solo che la classe politica che si è selezionata, nel tempo, è quella che vediamo attualmente. Non è quella dei De Gasperi. Questa constatazione, insieme al malumore che porta la comparazione di ieri con oggi, porta anche un barlume di speranza: se ci sono stati una volta, potranno esserci di nuovo. Sta a noi invertire la selezione artificiale di una classe politica da incubo.

martedì 24 maggio 2011

Dell'impegno in politica: candidati alle amministrative e strategie politiche

Spesso mi chiedo cosa spinge gli uomini a impegnarsi in politica.
Ho cercato in diverse occasioni di chiarire la differenza che corre, secondo me, tra un politico e un amministratore. Il primo è portatore di idee, ideali ai quali improntare il mondo, il secondo massimizza quello che gli viene richiesto, senza porsi questioni ideologiche o ideali.
Si dirà: meglio il secondo del primo, chi l'ha detto che le  ideologie servono anzi, sono dannose.
Ma, le ideologie, non sempre sono dannose. O almeno, non lo sono nella misura in cui non desiderano il benessere di una parte a scapito dell'altra.
Si  noti, inoltre, che anche il liberismo selvaggio e sregolato può benissimo intendersi come un'ideologia e così pure l'elenco delle cose da fare consegnato all'amministratore.
Insomma, la questione del tipo di società a cui tendere c'entra sempre: cosa vogliamo? e come vogliamo ottenerlo? e come ci comportiamo con chi non accetta le regole? Queste, grossolanamente, le domande a cui deve rispondere chiunque abbia un obiettivo: dal governare un paese al coltivare orchidee.
E allora: cosa spinge un uomo (o una donna) a impegnarsi in politica?
Accenno di sfuggita al fatto che, come animali sociali, viviamo in società composte di numerosi individui e che si combattono spesso tra loro e accenno anche alla somiglianza della nostra con la società degli scimpanzè. Le somiglianze consistono nella lotta tra gruppi, che gli umani chiamano guerra, e nella gestione dei gruppi.
Tra gli umani esistono forme di governo diversificato in base alla storia delle varie civiltà,  ma tutte hanno in comune qualcosa  tra loro e con le società degli scimpanzè: al vertice c'è qualcuno che comanda.
Può una società umana regolarsi senza qualcuno che, autorizzato o meno, eserciti una forma di potere su tutti gli altri?
Tema troppo complesso per essere analizzato velocemente qui. Nel continuo procedere per approssimazioni, si può ragionevolmente affermare che le nazioni occidentali vanno, progressivamente, migliorando le loro forme di governo? E se si, a cosa si deve questo progressivo miglioramento?
Le istanze provenienti dal basso hanno modellato il potere producendo forme di governo più tollerabili. Il rischio connesso all'anarchia (e il ritorno di elite dittatoriali) rende tollerabile anche una forma di governo imperfetta come la democrazia. Resta però il fatto che l'uomo politico cerca spesso il potere, in qualunque forma si presenti, perchè, lapalissianamente, è meglio comandare che obbedire.
Quale differenza possiamo trovare tra chi ricerca il potere per il potere (e per i vantaggi che comporta dal punto di vista economico) e chi è portatore di una ideologia?

Chi è portatore di un'ideologia  tende a far sì che il suo pensiero sia il più condiviso possibile, perchè questo darà forza alle sue affermazioni. Egli agirà in base al tipo di società cui aspira. Potenzialmente, anche all'interno dei candidati ideologizzati si annida lo stesso pericolo che si ritrova nel candidato interessato unicamente al potere, ma i primi possono trovare una parziale immunizzazione al rischio dittatura pubblicizzando il loro intendimento, cosa che non può fare chi intende sfruttare per sè il potere.
L'immunità è però direttamente proporzionale all'aver sperimentato in precedenza una forma di governo dittatoriale. Non che sia una immunità totale, ma la capacità di ricordare degli umani al di là della singola generazione che ha sperimentato rappresenta un, seppur incompleto, sistema di sicurezza anti-dittatura.

Piccola conclusione. E' più  temibile il non detto (o non dicibile) che c'è dietro la ricerca del potere per il potere o il detto che c'è dietro un'ideologia, che invece spesso viene detto a gran voce e può essere oggetto di giudizi e critiche?

Inoltre: cosa c'è dietro la ricerca dell'impegno in  politica degli attuali candidati? Se invece di presentare la mia idea del mondo, le cose da fare (o quelle fatte, per chi ha già governato) attacco l'avversario a livello personale, se invece di essere propositivo sono oppositivo che tipo di ideologia sto presentando?
La cosa è inquietante se si pensa che la stessa strategia oppositiva è impiegata alternativamente da entrambi i maggiori schieramenti (e non solo).
La strategia puramente oppositiva tiene celato l'aspetto propositivo, e immaginiamo che le cose celate e dunque  indicibili spesso lo sono perchè non accettabili. Per questo motivo ritengo che sia tollerabile un certo grado di strategia oppositiva solo in presenza di una totale franchezza propositiva. E' infatti da quell'idea del mondo che si presenta che dipenderà il futuro delle persone, senza sorprese inattese, salvo quelle che ci riserva il caso.

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