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venerdì 11 febbraio 2011

L'Egitto ce l'ha fatta: Mubarak lascia. E la Tunisia?

E ora?


guardian.co

L'Egitto è riuscito a liberarsi del suo dittatore.

al jazeera


Non c'è giornale che non ne parli.

new york times

Ma, l'ondata iniziata in Tunisia, che fine ha fatto là? Per ora arrivano solo clandestini.
Così titola Al Jazeera il 6 febbraio "Nuove violenze esplodono in Tunisia"







Alcuni punti salienti:"Anche se il vecchio leader se n'è andato, il vecchio potere è sempre presente nella vecchia burocrazia, nei vecchi funzionari, nella polizia" e "la Tunisia non è pronta per la democrazia".
Purtroppo, due rivoluzioni alla volta non trovano posto sui giornali. Ora è l'occasione dell'Egitto. Penso però che senza l'influenza dell'occidente il vecchio regime possa tendere, come sembra accaduto in Tunisia, a riconquistare il potere.

venerdì 4 febbraio 2011

Caos egiziano

Giù le mani dall'Egitto dice Simon Jenkins del Guardian, tacciando di ipocrisia l'occidente.
"Siamo degli ipocriti. Acclamiamo i coraggiosi tunisini ed egiziani che scendono in piazza con il loro slancio rivoluzionario e gridiamo: “Giù le mani! Lasciate che facciano come vogliono. “Ce n’è voluto del tempo, ma adesso lasciamo che quei popoli si prendano il giusto merito”. Ma con gli iracheni e gli afgani non siamo stati così permissivi".
In sostanza, dice Jenkins, in alcuni paesi siamo intervenuti, causa anche il terrorismo, quindi per interesse occidentale più che per esportare democrazia, mentre in Egitto, dove non è così urgente il problema fondamentalismo, adottiamo il laissez faire. 
 "L’egiziano Hosni Mubarak è un altro Saddam Hussein, un dittatore laico che governa un paese musulmano con il pugno di ferro grazie a un regime corrotto e a un gruppo di fedelissimi. Ci era stato detto che esistevano valide ragioni di ordine strategico per appoggiarlo, così come un tempo ce n’erano state per dare aiuto ai baathisti, ad Assad in Siria e allo stesso Saddam. Analoghe motivazioni ci erano state date per il sostegno alla dinastia di Ben Ali in Tunisia e al “buon amico della Gran Bretagna”, Gheddafi."
Un'analisi impietosa, che forse tutti in privato abbiamo fatto, e alcuni in pubblico, e che riguarda l'intervento occidentale nei paesi non democratici, o presunti tali, di quanto possa essere interessato o spontaneo, e in sostanza di quanto possa essere lecito, anche con risvolti che coinvolgono l'Italia.
L'etica in politica estera non esiste, afferma Jenkins. Ma forse non esiste neanche in politica interna. Il nemico principale è il fondamentalismo, come prima il comunismo, e ogni strategia è lecita per combatterlo. Sembra strano però che, nel momento stesso in cui si nega l'esistenza di una relazione politica-morale, la si invochi nel tentare di giustificare certi interventi, e non si dica apertamente: è il costo da pagare per stare tranquilli, esportare la democrazia conta poco.
Sorge così il problema dell'autodeterminazione.
" Se l’occidente non fosse intervenuto in Iraq e in Afghanistan, scommetto che il popolo iracheno avrebbe trovato da sé il modo di liberarsi di Saddam. Gli iracheni o il loro esercito avrebbero fatto ciò che stanno facendo oggi tunisini ed egiziani, con un costo di gran lunga inferiore in termini di vite umane, con meno sconvolgimenti e meno caos. "
E' sempre difficile (o facile) ragionare, come dicono quelli che sanno, ex-post, ovvero dopo. Sta di fatto che è almeno lecito richiedere una certa coerenza: il prezzo da pagare per la nostra sicurezza deve essere un costo messo in chiaro, altrimenti le giustificazioni delle lotte d'esportazione sembrano soltanto espedienti ipocriti per autoassolversi.

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