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venerdì 16 agosto 2013

Caos Egitto: cronologia di una rivoluzione perenne

Inizia nel 7.000 a.C. la ricostruzione storica dell'Egitto fatta dalla BBC. Ai nostri fini, ripercorrere la storia cominciando dall'inizio servirebbe  a riportare ordine e cultura là dove ora c'è solo caos e distruzione: l'Egitto delle origini è mitico, quanto lo sono le piramidi e i geroglifici. Ma non così lontano nel tempo occorre andare per comprendere l'attualità dell'Egitto, diventato ormai una seconda Siria, bastano alcuni anni. I militari sparano sui civili, i morti si contano a centinaia se non a migliaia, le promesse della rivoluzione che doveva scacciare il dittatore e portare libertà e democrazia si sono avverate solo in parte, la terra della valle del Nilo non ha conquistato libertà e diritti, e forse nemmeno li cercava.
Per quello che vorremmo sapere, e cioè perchè una rivoluzione che spodesta un dittatore non si è trasformata in un regime più democratico, partire dalle prime proteste contro Mubarak può essere sufficiente. Nel febbraio del 2010 El Baradei torna in Egitto, vuole partecipare alle elezioni presidenziali del 2011. Quella che segue è una traduzione di alcune voci della cronologia pubblicata dalla BBC sull'Egitto, dal 7.000 a.C. ad oggi. Ruolo dei militari, presenza di forti gruppi islamici, tensioni con i cristiani copti, questi alcuni temi che scaldano l'Egitto, rendendolo un calderone in perenne rivoluzione.


mercoledì 3 luglio 2013

Colpo di stato in Egitto: diretta video

Scaduto l'ultimatum che le forze armate avevano imposto a Morsi è iniziato il golpe militare. Il presidente, secondo alcune fonti, sarebbe agli arresti domiciliari e gli sarebbe stato imposto il divieto di espatrio. Diretta video dalla piazza Tahrir dove si sono radunati in centinaia di migliaia per chiedere le dimissioni di Morsi.




domenica 18 dicembre 2011

Piazza Tahrir, Cairo: continuano le violenze dell'esercito egiziano

Sembra che il vero potere, che si supponeva essere dietro la figura pubblica di Mubarak, continui ad agire anche ora, a rivoluzione avvenuta.Il Primo Ministro egiziano attuale è già sulla buona strada per stabilire quella continuità tra passato e presente sotto l'ombra minacciosa dei militari, veri detentori del potere. Ecco alcune evidenze di questo stato di cose.




Egitto: ancora scontri e incendi in piazza Tahrir di euronews-it

lunedì 4 aprile 2011

L'onda rivoluzionaria nel Maghreb: il sentiero della protesta. Una timeline interattiva

Interessante timeline del Guardian sulla primavera araba, l'ondata di rivoluzioni che ha interessato l'area del medioriente. Cliccate sull'immagine per accedere alla timeline interattiva. Spostando lo slider in alto si scorrono le date, oppure si può utilizzare il pulsante a sinistra con le frecce alto/basso. Passando con il mouse sopra le icone si ha una breve descrizione. Cliccandoci sopra si va all'articolo.

sabato 19 marzo 2011

Gli analisti del giorno dopo e le regole economiche

Analisti e maitre à penser dicono adesso "ma non si poteva prevedere", riferendosi ai fatti libici, e a Gheddafi in particolare, ma anche ai fatti giapponesi.
Ora, secondo me in giro per il mondo, situazioni paragonabili a quella libica, con potenze economiche di ogni latitudine che fanno affari con dittatori, ve ne sono parecchie e quindi lancio la sfida: prevedere come evolveranno nazioni intrinsecamente instabili come lo sono quelle con  governi non democratici. Così, tanto per fare della fantapolitica e poter dire, dopo, "ma io l'avevo detto".
Non che serva a molto. Fino a che Gheddafi era sul trono, nonostante si sapesse benissimo chi era, poteva essere un partner commerciale credibilissimo. Oggi che viene contestato (giustamente) fa la fine dei maschi alfa spodestati: gli danno tutti addosso. 
Si dirà: non è forse giusto? Non è forse un governo non democratico? Non si deve forse seguire la volontà del popolo?
Sembra quasi come se i governi occidentali abbiano bisogno di un innesco: se un dittatore governa senza che il popolo (in maniera massiccia) protesti si fanno tranquillamente affari con lui. Come il popolo comincia a protestare anche i governi occidentali e le grandi potenze alzano la testa.
A dire la verità, bisogna che il dittatore sia dittatore in un paese del terzo mondo (come spesso accade) perchè se magari lo è di potenze economico militari più grandi beh, si continuano a fare affari con lui.
Questo non significa che non sia giusto permettere ai libici di darsi il governo che vogliono. Meglio un avvicinamento spiraliforme che un allontanamento. La linea che porta alla diffusione della democrazia e della libertà non è una linea retta.
Che fare? Per una volta tanto, non me la sento di dare addosso alla classe politica completamente: che fare con quelle dittature nelle quali il popolo non si ribella in maniera così massiccia e plateale?

martedì 1 marzo 2011

In Egitto e Tunisia tornano a circolare i libri proibiti al tempo del regime

Tra i tanti effetti positivi dell'abbandono di un regime autoritario vi è quello del ritorno alla libera circolazione di libri che prima erano censurati. E' un buon strumento, quello della censura, per giudicare della democrazia e libertà in un paese. Se c'è la censura e molti libri sono messi all'indice c'è  una buona probabilità che si sia di fronte a un regime autoritario.
"A number of highly political titles censored by the regime of ousted Tunisian president Zine al-Abidine Ben Ali are now returning to the country's bookshop shelves."
Così inizia il suo articolo Benedicte Page del Guardian. E fa seguire l'articolo con un elenco di libri prima proibiti che ora tornano sugli scaffali delle librerie. Eccone alcuni.
  • Per esempio questo La Regente de Carthage di N. Beaut e C. Graciet, che traccia la storia della dinastia al potere in Tunisia, quella dei Ben Ali, e soprattutto della moglie di Ben Ali, Leila, dinastia della quale anche Le Monde ha fornito un'interessante infografica, come potete vedere qui sotto.

fonte le monde
  • Oppure questo The Assassination of Salah Ben Youssef di Omar Khlifi, sull'uccisione di un ex ministro della Giustizia tunisino nel 1961 a Francoforte.
Insomma, l' Index librorum prohibitorum è decaduto, almeno si spera, e la libertà di pensiero torna a circolare. Sono sempre preoccupato quando la libertà di pensiero è minacciata da sedicenti tutori. 
Come per esempio accade a Valeria Rossi, con una perquisizione casalinga, sequestro di computer e chiusura del blog, come ci informa Beppe Grillo in La legge è uguale per tutti i blogger. Assomigliano molto a sistemi intimidatori. Come anche quelli paventati da sito non raggiungibile, che ci spiega che l'Agcom, l'Autorità garante delle comunicazioni, potrà chiudere senza preavviso un sito sospettato di violazione dei diritti d'autore. Filmato qui. La libertà di espressione è indice della democrazia di un paese. Se la si mette a repentaglio si mette a rischio anche la sua democrazia.



Fonti
Banned books return to shelves in Egypt and Tunisia
http://opennet.net/research/profiles/italy
La legge è uguale per tutti i blogger

venerdì 25 febbraio 2011

Mappa dei regimi autoritari a rischio nel Mediterraneo

Liberation pubblica una mappa interattiva dei regimi autoritari a rischio presenti nell'area del Mediterraneo. Cliccate sull'immagine per accedere alla mappa.

sabato 19 febbraio 2011

L'onda rivoluzionaria per la democrazia: il Maghreb in subbuglio. Decine di morti in Libia

Dopo La Tunisia e l'Egitto, ora anche Libia, Yemen, Baherein e Iran sono attraversate dall'onda rivoluzionaria per la democrazia. Ma non è una rivoluzione indolore. In Libia, Repubblica parla di
“Amnesty: "In Libia 46 morti in tre giorni"„
Per il Corriere, che cita una organizzazione non governativa
“Libia: ancora scontri, almeno 84 morti
 E' il bilancio di una ong americana. Testimoni parlano di 70 manifestanti uccisi solo a Bengasi. „
Anche Al Jazeera parla di 84 morti
“Human Right Watch parla di 84 persone uccise durante le manifestazioni contro Gheddafi„
 Come detto, anche altre nazioni sono attraversate dall'onda rivoluzionaria.



venerdì 11 febbraio 2011

L'Egitto ce l'ha fatta: Mubarak lascia. E la Tunisia?

E ora?


guardian.co

L'Egitto è riuscito a liberarsi del suo dittatore.

al jazeera


Non c'è giornale che non ne parli.

new york times

Ma, l'ondata iniziata in Tunisia, che fine ha fatto là? Per ora arrivano solo clandestini.
Così titola Al Jazeera il 6 febbraio "Nuove violenze esplodono in Tunisia"







Alcuni punti salienti:"Anche se il vecchio leader se n'è andato, il vecchio potere è sempre presente nella vecchia burocrazia, nei vecchi funzionari, nella polizia" e "la Tunisia non è pronta per la democrazia".
Purtroppo, due rivoluzioni alla volta non trovano posto sui giornali. Ora è l'occasione dell'Egitto. Penso però che senza l'influenza dell'occidente il vecchio regime possa tendere, come sembra accaduto in Tunisia, a riconquistare il potere.

venerdì 4 febbraio 2011

Cosa succede in Egitto: automezzi che travolgono i manifestanti

Senza nessuna pietà.


Caos egiziano

Giù le mani dall'Egitto dice Simon Jenkins del Guardian, tacciando di ipocrisia l'occidente.
"Siamo degli ipocriti. Acclamiamo i coraggiosi tunisini ed egiziani che scendono in piazza con il loro slancio rivoluzionario e gridiamo: “Giù le mani! Lasciate che facciano come vogliono. “Ce n’è voluto del tempo, ma adesso lasciamo che quei popoli si prendano il giusto merito”. Ma con gli iracheni e gli afgani non siamo stati così permissivi".
In sostanza, dice Jenkins, in alcuni paesi siamo intervenuti, causa anche il terrorismo, quindi per interesse occidentale più che per esportare democrazia, mentre in Egitto, dove non è così urgente il problema fondamentalismo, adottiamo il laissez faire. 
 "L’egiziano Hosni Mubarak è un altro Saddam Hussein, un dittatore laico che governa un paese musulmano con il pugno di ferro grazie a un regime corrotto e a un gruppo di fedelissimi. Ci era stato detto che esistevano valide ragioni di ordine strategico per appoggiarlo, così come un tempo ce n’erano state per dare aiuto ai baathisti, ad Assad in Siria e allo stesso Saddam. Analoghe motivazioni ci erano state date per il sostegno alla dinastia di Ben Ali in Tunisia e al “buon amico della Gran Bretagna”, Gheddafi."
Un'analisi impietosa, che forse tutti in privato abbiamo fatto, e alcuni in pubblico, e che riguarda l'intervento occidentale nei paesi non democratici, o presunti tali, di quanto possa essere interessato o spontaneo, e in sostanza di quanto possa essere lecito, anche con risvolti che coinvolgono l'Italia.
L'etica in politica estera non esiste, afferma Jenkins. Ma forse non esiste neanche in politica interna. Il nemico principale è il fondamentalismo, come prima il comunismo, e ogni strategia è lecita per combatterlo. Sembra strano però che, nel momento stesso in cui si nega l'esistenza di una relazione politica-morale, la si invochi nel tentare di giustificare certi interventi, e non si dica apertamente: è il costo da pagare per stare tranquilli, esportare la democrazia conta poco.
Sorge così il problema dell'autodeterminazione.
" Se l’occidente non fosse intervenuto in Iraq e in Afghanistan, scommetto che il popolo iracheno avrebbe trovato da sé il modo di liberarsi di Saddam. Gli iracheni o il loro esercito avrebbero fatto ciò che stanno facendo oggi tunisini ed egiziani, con un costo di gran lunga inferiore in termini di vite umane, con meno sconvolgimenti e meno caos. "
E' sempre difficile (o facile) ragionare, come dicono quelli che sanno, ex-post, ovvero dopo. Sta di fatto che è almeno lecito richiedere una certa coerenza: il prezzo da pagare per la nostra sicurezza deve essere un costo messo in chiaro, altrimenti le giustificazioni delle lotte d'esportazione sembrano soltanto espedienti ipocriti per autoassolversi.

mercoledì 2 febbraio 2011

"Lavoraci sopra finchè non confessa": il sistema delle torture in Egitto second lo Human Rights Watch

Sospetti di poliziotti infiltrati nelle manifestazioni di protesta contro Mubarak in Egitto. Lo afferma The Washington Post con il sostegno di Human Rights Watch.
"Human Rights Watch confirmed several cases of undercover police loyal to Egyptian President Hosni Mubarak's regime committing acts of violence and looting in an attempt to stoke fear of instability as demonstrations grew stronger Tuesday against the autocratic leader."
Sarebbe la classica manovra di un regime autoritario che tenta di togliere credibilità a un movimento di protesta facendolo scadere a saccheggio e violenze gratuite. Ma non è tutto qui. Human Rights Watch approfondisce il tema
"Torture is an endemic problem in Egypt and ending police abuse has been a driving element behind the massive popular demonstrations that swept Egypt over the past week, Human Rights Watch said in a report released today. Prosecuting torture and ending the emergency laws that enable a culture of impunity for the security forces should be a priority for the Egyptian government, Human Rights Watch said."
La tortura è un problema endemico, in Egitto, tra le possibili cause delle massicce manifestazioni popolari. Articolo completo qui. Sul sito di HRW c'è anche un aggiornamento live dall'Egitto.
 "Work on him until he confesses.
This report documents how President Hosni Mubarak’s government implicitly condones police abuse by failing to ensure that law enforcement officials accused of torture are investigated and criminally prosecuted, leaving victims without a remedy."
Lavoraci sopra finchè non confessa.  Questo il titolo del rapporto HRW.

sabato 29 gennaio 2011

Sawrabook: il libro della rivoluzione. Il risveglio dell'Egitto

Egitto rivolta
E' lecito chiedersi se dietro la rivolta in Egitto vi sia unicamente la ricerca di libertà e democrazia di un popolo oppure se vi siano personaggi che vogliono rimanere nascosti, che manovrano la rivolta. Il pensiero va principalmente a quell'associazione nota sotto il nome di fratelli musulmani, che rappresenta il fondamentalismo islamico, e che avrebbe avuto tutto l'interesse di destabilizzare  un paese  filo-occidentale come l'Egitto.
Qualche motivo per non credere ai manovratori occulti ce lo fornisce Marco Hamam, su Limes, con un articolo dal titolo Egitto in rivolta, il risveglio del gigante.
L'Egitto era dunque tutto questo paese laico e moderno che l'amicizia dei governi occidentali e la mancanza di frange di estremismo radicale religioso lasciavano presagire? Di parere diverso è Hamam che, facendo il paragone con un film del regista egiziano Youssef Chahine, afferma
"Un regime che ha svenduto il proprio territorio al miglior offerente (spesso straniero). Uno stato di polizia che non è riuscito a proteggere la sua popolazione, e in particolare inermi fedeli copti, da ben due attentati terroristici nell’arco di un solo anno (7 gennaio 2010/1 gennaio 2011). Un regime che ha fatto dei commissariati di polizia tribunali per processi sommari e centri di tortura legalizzati grazie alla Legge di Emergenza in vigore dal 1967 (fu sospesa solo per circa un anno nel 1980 e ripristinata da Mubarak dopo l’assassinio di Sadat), una legge che dà carta bianca al presidente di congelare la “normale” vita del Paese imponendo coprifuoco, arresti di massa per semplice sospetto (come accade anche oggi), invalidando o modificando sentenze di tribunali della Repubblica. La Legge di Emergenza ha sempre permesso la violazione dei più elementari diritti umani dei cittadini egiziani che rischiano maltrattamenti e torture nelle centrali di polizia, l’arresto immotivato, l’isolamento dal mondo per lunghi periodi. Fatti quotidiani, questi, conosciuti da tutti, e raccontati anche dalla letteratura e dal cinema egiziano (famosi in patria sono il romanzo di Nagib Mahfuz ‘Karnak’ e il film ‘Siamo quelli dell’autobus’ sulla falsificazione delle accuse da parte della polizia per scopi carrieristici)"
Trent'anni di governo di Mubarak. Con un bel fotomontaggio, Limes presenta un'istantanea della longevità del Presidente egiziano: c'era quando era Presidente Ronald Reagan e c'è ora, che è Presidente Barack Obama.  
Era da tempo immemore che non si vedevano  insieme musulmani e cristiani, impiegati e operai, tutti insieme a chiedere una svolta.  Dunque, al di là delle pur presenti separazioni religiose, quelle che hanno causato i tragici attentati, più forte ancora di quelle convinzioni che separano, almeno per ora, sono i motivi attuali che uniscono. E sono soprattutto i giovani, i grandi protagonisti, giovani disoccupati, malpagati, dal futuro incerto, in quella che può essere ricordata come la rivoluzione dei giovani, nata su Facebook e ora rinominata Sawrabook il libro della rivoluzione.
Tanto è vero che il governo si è subito attivato per censurare tutta la rete. Infatti, dice Hamam
"E mentre i primi timidi gruppetti di giovani scendevano in piazza al Cairo (Le Monde parlava di 15000 manifestanti contro 30000 poliziotti in assetto antisommossa!), verso le 12 di martedì scorso, su Facebook veniva lanciata la Rete RASD, quello che potremmo definire “l’osservatorio della rivoluzione” (rasd in arabo significa, infatti, “monitoraggio”) che trasmetteva notizie fresche e in diretta dalla piazza, minuto dopo minuto, grazie all’uso della rete e dei cellulari. [...]al gruppo RASD si sono iscritti, in soli tre giorni di vita, quasi 400mila utenti Facebook da dentro e fuori l’Egitto."
Quindi, la rete come trait d'union che supera confini religiosi e distanze, luogo paritario dove esprimersi e confrontarsi, e troppo tardi se ne sono accorti i controllori, della pericolosità di questo mezzo.
"Non solo internet è stato oscurato ma anche tutti i servizi della rete di telefonia mobile sono stati. Quello a cui non era giunto l’Iran nei mesi scorsi, è stato realizzato dal regime “moderato” del Cairo. Ma questo non ha paralizzato le manifestazioni come ci si aspettava. Semmai le ha incoraggiate." 
E spontaneità, magari stimolata dai fatti tunisini, sembra essere il tratto distintivo della rivolta.
"Il dato veramente nuovo e al di sopra di tutte le aspettative è che questo sommovimento popolare è spontaneo e plurale. In un paese come l’Egitto paralizzato per decenni anche per il rischio di un possibile golpe islamico, guidato dai Fratelli Musulmani, vedere questa pluralità di diverse classi sociali e di orientamenti politici, tutti uniti da un solo obiettivo, rovesciare il regime, lascia tutti esterrefatti. Stavolta i Fratelli Musulmani, forse anche nel timore di un possibile fallimento della rivoluzione (e della conseguente vendetta ai loro danni che il regime di Mubarak avrebbe potuto attuare), sono rimasti, sin dalle prime ore, nelle file retrostanti, senza esporsi più di tanto."

E' un aspetto, questo, completamente augurabile, per evitare il rischio di cadere da quella che la vulgata conosciuta in occidente potrebbe definire: dalla padella di una dittatura illuminata alla brace di una dittatura oscurata. E infatti, sono presenti anche richieste di riforme, eccone alcune:
 
1. la fine del monopolio del potere e apertura all’alternanza a partire dalla carica di presidente della repubblica;
2. la promozione della legge, l’indipendenza della magistratura, il rispetto per le sentenze, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge;
3. la fine del monopolio delle risorse che ha diffuso la corruzione e l’ingiustizia sociale aumentando la disoccupazione e i prezzi;
4. il ripristino del ruolo regionale dell’Egitto perso dopo gli accordi di Camp David con Israele.

Egitto: la rivoluzione continua, nel sangue

La protesta in Egitto continua e la polizia spara per uccidere. Il Guardian ha dedicato una pagina live agli avvenimenti.









Anche i siti dei quotidiani online come Al-Ahram non sono accessibili. E' disponibile questa copia cache di Google che data 27 gennaio ore 22.38


Il Daily News Egypt è raggiungibile, ecco l'home page



Altra fonte di informazioni Twitter, qui.

Ultim'ora: caduta del traffico su internet a causa della censura
fonte guardian

mercoledì 26 gennaio 2011

Egitto, l'onda rivoluzionaria. Proteste al Cairo contro Mubarak

fonte vanderbilt.edu
Due opposte esigenze si scontrano nelle manifestazioni che coinvolgono il mondo di matrice islamica moderata: da una parte, l'occidente ha tutto l'interesse che vi siano governi che garantiscano il non cedere alla deriva del fanatismo religioso, dall'altra l'esigenza delle popolazioni, e forse anche dei politici occidentali più sensibili, di avere governi riformisti e democratici. Sembra che le due cose insieme siano difficili da avere. Vi è quindi una difficoltà nell'atteggiamento da tenere nei confronti di queste manifestazioni. Dalla parte dei governi o dalla parte del popolo che chiede riforme e libertà?
Per questo sono caute le dichiarazioni dei diplomatici. L'America esorta 
"il governo egiziano a recepire le aspirazioni del popolo per portando [sic] avanti le riforme politiche, economiche e sociali che possono migliorare la vita della gente e aiutare l'Egitto a prosperare. Gli Usa sono impegnati a lavorare con l'Egitto e il popolo egiziano per raggiungere questi obiettivi." 
Oppure, il nostro Ministro Frattini auspica che
"Mubarak continui come sempre ha fatto a governare con saggezza e lungimiranza [perché] l'Egitto è punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno"
A confermare questa impressione di difficoltà di atteggiamento, ci sono anche alcune dichiarazioni sempre di Frattini, che distingue gli eventi tunisini da quelli egiziani
"Non vedo una similitudine perché vi sono situazione diverse.
In Egitto vi si sono pulsioni estremiste islamiche ed è quanto in Tunisia non abbiamo visto"

Una cosa è certa: anche il mondo arabo-islamico è collegato al resto del mondo. Che sia un'onda?

[fonte citazioni: Repubblica]

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