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venerdì 8 marzo 2013

Strage nella sede della Regione Umbria di Perugia e mortalità durante la crisi economica

Hanno ragione coloro che dicono che non si possono sempre associare i fenomeni, per esempio crisi economica e aumento delle tensioni sociali sotto forma di suicidi/omicidi, e che ogni singolo caso fa storia a sè. Sulla vicenda della strage di Perugia non c'è molto più da dire se non forse che, col senno di poi, a una persona con forti disturbi della sfera psichiatrica legati alla sua condizione economica e lavorativa,   probabilmente non era il caso di concedere il porto d'armi. Ma, come dicevo, sono affermazioni fatte con il senno di poi, sarà la magistratura a stabilire se e quando si è commesso un reato o una negligenza armando quella mano, oppure si è trattato di una cosa imprevedibile, di una serie di circostanze non immaginabili.
Rimane la volontà di comprendere i fenomeni e capire se invece questa relazione può esistere, se cioè i periodi di crisi economica presentano una variazione nelle dinamiche sociali, di qualunque genere, specialmente quelle associate alla mortalità, compresi omicidi e suicidi, ma anche chiaramente la mortalità associata ad altre cause.

giovedì 29 marzo 2012

Ancora suicidi legati alla crisi economica e alla perdita del lavoro

Questa crisi che molti continuano a non voler riconoscere in tutta la sua gravità, visto che continuano a riempirci di tasse, ha fatto ancora delle vittime. Da quando è iniziata, a questa macabra contabilità non sfugge nessuno: imprenditori, artigiani, lavoratori, disoccupati.
Ieri, un artigiano edile bolognese, accusato di false fatturazioni e in probabili gravi difficoltà finanziarie, avendo perso il contenzioso con il fisco e dovendo comparire in udienza, si dà fuoco davanti alla Commissione tributaria. Risultano ustioni su tutto il corpo.[fonte]
Da un sito -stop censura- che ha avuto la mia stessa idea di tenere questa macabra contabilità, traggo ulteriori spunti di riflessione su suicidi e tentativi di suicidio legati alla crisi:

  • un giovane artigiano disoccupato di 29 anni  si impicca dopo aver perso, tre mesi prima, il lavoro; un uomo di 47 anni di Cosenza si spara alla testa lasciando un messaggio dove fa riferimento alle critiche condizioni economiche in cui versa la sua famiglia; a Belluno, un artigiano edile di 53 anni si impicca a causa dei crediti da enti pubblici e da privati che non riusciva a riscuotere [fonte]
  • Toscana: un'infermiera di 37 anni tenta il suicidio con acido muriatico dopo aver perso il lavoro [fonte]
  • un uomo di 49 anni si getta dal balcone a Trani: anche questo gesto probabilmente legato alle condizioni economiche [fonte]
  • imprenditore pescarese di 44 anni si impicca, per l'impossibilità di far fronte ai debiti [fonte]
  • Taranto, un uomo di 60 anni si impicca ad un albero: dopo un forte addebito di commissioni bancarie (forse frutto di un errore)  e dopo che la banca gli ha negato un prestito di 1000 euro teme di non riuscire a far fronte ai debiti [fonte]
  • a Ragusa, un commerciante tenta di darsi fuoco in Prefettura: ancora una volta a causa di difficoltà economiche [fonte]
  • un uomo di 46 anni di Pordenone, magazziniere in una ditta, si toglie la vita dopo aver appreso di essere stato licenziato [fonte]
  • un uomo di 39 anni di Olbia-Tempio tenta il suicidio con i gas di scarico dell'auto. Anche se aveva trovato recentemente un lavoro, i debiti accumulati fino alla chiusura del negozio sono probabilmente all'origine del gesto [fonte]
  • ancora i debiti all'origine del tentato suicido di un uomo di 44 anni di Trento che tenta di gettarsi sotto il treno [fonte]

domenica 26 febbraio 2012

Suicidi: ancora due vittime della crisi economica

Un imprenditore di 64 anni in un comune nei pressi di Firenze, trovato impiccato all'interno del suo capannone e un elettricista di 47 anni, appena licenziato, che si è ucciso sparandosi un colpo di pistola alla testa ieri [fonte qui]. Entrambi ennesime vittime della crisi economica, vuoi sotto forma di licenziamento vuoi sotto forma dell'impossibilità di far fronte ai debiti.
Mentre, forse paradossalmente, per favorire le assunzioni si parla di aumentare la facilità di licenziamento, la crisi economica continua a mietere vittime.
Deve essere la sostanziale incapacità di vedere una via d'uscita, anche e soprattutto proveniente dallo Stato, a convincere a compiere l'estremo gesto.
E' forse questa incapacità di saper fornire una risposta, il non riuscire ad essere un punto di riferimento, che fa riflettere: lo Stato non è una risposta quando hai bisogno di aiuto?
Questo almeno è quello che pensavano le ultime due vittime, e le tante altre che la crisi ha causato. Forse, in mezzo a tanti Enti inutili, non ci starebbe male un telefono crisi (se già non c'è), come ultima risorsa prima della disperazione, per mostrare che non si è soli, che lo Stato, dopo aver tanto preso, è capace un po' anche di dare.

mercoledì 4 gennaio 2012

Una manovra lacrime e sangue, soprattutto sangue. La crisi e i suicidi di imprenditori, pensionati e disoccupati

A. L., 49 anni, imprenditore a Trani
M. M., 54 anni, agricoltore a Montefiore dell'Aso
Un pensionato di 74 anni a Bari
R. M., 47 anni, commerciante a Catania
M. C., 58 anni, agricoltore a Catania [fonte Fattodiritto]

Sono tutti casi di suicidio recente che hanno a che fare  con la crisi. Quattro sono imprenditori o agricoltori o piccoli commercianti che la crisi economica ha messo in ginocchio e spinto alla disperazione, un altro è un pensionato che, senza averne colpa, riceveva una pensione più alta di quanto gli spettasse e all'avviso di restituire quanto non dovuto, per paura di non farcela e perdere la casa, si toglie la vita.
Mentre accade tutto questo, mentre la disperazione si fa strada nelle menti delle persone, mentre la speranza svanisce dalle vite degli individui, il governo attuale (insieme ai governi precedenti) che fa, oltre ad aumentare le tasse e i prezzi, quasi come a dare la mazzata finale?
E' l'esatto contrario di quello che uno Stato che voglia definirsi umano e partecipe dovrebbe fare: ridare speranza, fiducia, aiutare e seguire chi è in grave difficoltà, parlare con le persone. E invece che fa: non dialoga, non dà tregua (per esempio quando deve riscuotere le tasse o riavere quanto non dovuto), non dà futuro. 

Un'indagine dell'Eures Ricerche Economiche e Sociali intitolato L’ultimo grido dei senza voce  Il suicidio in Italia al tempo della crisi, ha investigato l'andamento dei suicidi in Italia fino al 2009, con particolare riferimento a quelli dovuti alla disoccupazione a causa della crisi economica. Su 2986 casi di suicidio nel 2009, in aumento del 5,6% sul 2008, i disoccupati che si sono tolti la vita sono 357, il 37,3% in più rispetto al 2008, quando erano stati 260. Di questi 357 disoccupati che si sono uccisi, 272 erano stati licenziati e 85 erano in cerca di prima occupazione. Il tasso di suicidi tra disoccupati è più di quattro volte superiore a quello tra gli occupati: 18,4% contro 4,1%.
In aumento anche i suicidi per ragioni economiche, che passano da 150 nel 2008 a 198 nel 2009, con una crescita del 32%.


imagecredit eures.it
Questa crisi, e i mancati e necessari interventi, ci stanno letteralmente uccidendo.

sabato 26 novembre 2011

Emozione, motivazione, frustrazione e suicidio

source environmentalet.org
Avevo pensato all'emozione come  a una motivazione [Bradley 2000, 2001] . Le emozioni creano una motivazione o forse semplicemente attivano un processo. Agiscono da sole? O hanno bisogno di un input esterno?
In realtà le emozioni (soprattutto quelle primarie), che sono strettamente correlate alla presenza di determinati neurotrasmettitori, presentano dei cicli che in qualche caso sono indipendenti dall'ambiente. Si pensi, per esempio, al ciclo veglia-sonno in cui, seppure la presenza o assenza di luce gioca un ruolo fondamentale, l'esecuzione del ciclo ne è virtualmente indipendente (si pensi a tutti i luoghi in cui si vive reclusi: in una grotta per un esperimento, in un sottomarino, luoghi in cui il ciclo comunque si compie).
Dopo di che ho pensato che non solo ci tiranneggiano nel costringerci a fare qualcosa ma ci tiranneggiano anche quando, non riuscendo a fare qualcosa, ci fanno sentire frustrati.
Impedire un'azione qualsiasi a qualcuno, umano o animale, genera quasi sempre frustrazione. Questa frustrazione è proporzionale (non so se direttamente o esponenzialmente) all'intensità dell'emozione che muoveva all'azione.
Mi spiego: più siamo motivati ad agire (per fame, desiderio sessuale, rabbia) più è frustrante l'intervento che impedisce di agire.
La frustrazione ha il compito di rafforzare o mantenere la motivazione?

source wps.prenhall.com
 Se noi potessimo esportare il linguaggio emotivo da un animale qualsiasi  su un robot, per esempio, potremmo ottenerne un comportamento simile a quello di un animale, pur se basato sulla sua struttura di robot?
Per esempio: una lesione dell'amigdala nei gatti provoca due generi di comportamenti, a seconda della porzione lesionata [Zagrodzka et al. 1983]. La lesione della parte dorsale dell'amigdala inibisce il comportamento predatorio in situazione sociale (e gli fa perdere il posto nella gerarchia)  ma non in quella non-sociale, mentre la lesione dell'amigdala mediale provoca inibizione di entrambi i comportamenti predatori.
Una lesione dell'amigdala  nelle scimmie rhesus rende il loro sonno sopra una sedia di restrizione (alla quale sono adattate) meno interrotto rispetto ai controlli non lesionati [Benca et al. 2000] , a dimostrazione di come l'amigdala abbia anche un ruolo di regolazione del riposo e di mediazione della risposta emotiva o stressoria durante il sonno.
(Mi rendo conto perfettamente della crudeltà di questi due esperimenti).
E' possibile riconoscere, pur nelle differenze tra specie, delle caratteristiche comuni di funzionamento al sistema emotivo di gatti e scimmie  che costituiscono l'impronta del meccanismo emotivo?

rodent basal ganglia and amygdala - source brain mind
La frustrazione è una routine secondaria, che interviene quando una routine primaria fallisce o è impedita.  Immaginiamo due maschi che si sfidano per la gerarchia: appena si vedono si attiva una intensa risposta di aggressione che spinge ad attaccare; l'esito dell'attacco è responsabile della prosecuzione della risposta, se cioè deve continuare la risposta aggressiva o si attiva la risposta di sottomissione. La sottomissione impedisce all'individuo di perdurare nel comportamento che potrebbe condurre alla morte, la frustrazione mantiene attiva la motivazione a quel comportamento, come un fuoco che cova sotto la cenere.

source animalfreedom
La frustrazione serve dunque a mantenere desta la motivazione, è un segnale che le cose non stanno andando come dovrebbero,  è un processo attivo che avverte che quel comportamento frustrato non deve essere abbandonato del tutto.
Quando però la situazione da fronteggiare non è costituita da un evento potenzialmente mortale o comunque nocivo, qual è il ruolo della frustrazione? Cioè, in tutti quei casi in cui non si è in pericolo di vita, la frustrazione è come un inutile orpello che diventa, momentaneamente, anche un handicap?

Si immagini, ad esempio, la frustrazione conseguente una mancata promozione. Se il soggetto la cui carriera fosse bloccata momentaneamente desse sfogo alla sua aggressività sul responsabile o abbandonasse completamente l'idea di fare carriera, probabilmente pregiudicherebbe per sempre i possibili sviluppi futuri. La frustrazione (involontaria) che sopravviene in seguito alla delusione, lo protegge da possibili perdite di motivazione, mantenendo desta un briciolo di volontà. La frustrazione, in questo caso, come anche nei casi sopra riportati, è un evento al quale il soggetto in quanto corpo emotivo non può opporsi e che ha una funzione adattiva.
Possiamo dire che la frustrazione interviene sempre quando un processo viene bloccato? Che questo processo sia lo stabilire la gerarchia tra due maschi (processo che richiede l'uso della violenza) o che sia il fantasticare sugli sviluppi della propria carriera (che richiede la cognizione), sempre c'è un evento frustrante che blocca il procedimento e causa  la frustrazione.

Possiamo vedere la frustrazione come un tentativo di mantenere la motivazione in corso d'opera. Evidentemente, affinchè si realizzi un processo, cioè affinchè un soggetto perduri nella sua motivazione ad agire, è necessario che questa motivazione/emozione sia totalizzante, lo prenda tutto, e che si mantenga finchè non si è raggiunto l'obiettivo o finchè non interviene un evento che può modificare motivazione: a quel punto, ci si oppone a quella modifica della motivazione appunto con la frustrazione.

Qual è il ruolo della cognizione durante la frustrazione? O, per meglio dire, siccome la cognizione interviene comunque, in quali modi lo può fare? O rinforzare l'aspetto frustrante (rimuginazione o ruminazione) oppure superarlo (distrazione o confabulazione). 
Per gli umani non è quasi mai possibile fare a meno di intervenire cognitivamente sugli eventi della vita. Ecco che la cognizione può avere il duplice effetto di aumentare o diminuire l'aspetto positivo della frustrazione. Ma se non intervenisse, se lasciasse la frustrazione a se stessa, che fine farebbe? 

Una delle possibili risposte a episodi frustranti duraturi è la depressione, e la perdita di motivazione. Una delle possibili conseguenze di questi stati è il suicidio. E' difficile  osservare il suicidio negli animali in natura, nel senso che non è facile osservarlo sul campo, forse anche perchè raro. Meno raro è il suicidio negli animali in cattività: sia in condizioni di super affollamento che in situazioni di improvvisa mancanza affettiva, come per esempio accade ai cani che si lasciano morire d'inedia alla morte del loro padrone [Preti 2005].
Mi sembrava un buon esempio dell'estremizzazione della frustrazione: in quei casi in cui gli eventi (nel caso di cani e altri animali domestici un evento come la morte del padrone) non sono più ripristinabili, cioè in cui la modifica comportamentale indotta dalla frustrazione non è nel senso di mantenere desta la motivazione, si perdono le motivazioni ad agire, anche quelle portate dalle emozioni primarie. Questo è forse dovuto al fatto che il rapporto uomo animale viene a costituire per l'animale un rapporto totalizzante, mancando il quale vengono meno tutte le motivazioni, non essendoci altro a cui l'animale può tendere.
E' da notare, però, che il lasciarsi morire per inedia dei cani che hanno perso il padrone potrebbe dipendere anche dal fatto che questi cani accettavano il cibo solo dal proprietario.
Rispetto a quello che avviene negli animali, mi sembra che il suicidio tra gli umani come conseguenza di eventi eccessivamente frustranti, in alcuni casi possa  vedersi come l'ultima azione attiva del soggetto, in un mondo che si vede ormai come totalmente privo di possibilità di intervenire. Mentre nell'animale subentra uno stato depressivo prima di lasciarsi morire nell'umano, in seguito all'intervento della cognizione, una categoria di suicidi è rappresentata dall'esecuzione dell'ultimo gesto attivo possibile che toglie, letteralmente, dall'impasse dell'inazione.
(Non ho evidentemente considerato i casi di animali marini spiaggiati, in cui la causa del presunto suicidio è da ricercarsi probabilmente in errori percettivi e di orientamento).
Per ora termino qui, però l'ultimo argomento è da riprendere.


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M Bradley, Emotion and motivation, in J. Cacioppo, L. Tassinary, G. Berntson (eds), Handbook of Psychophysiology, 2nd ed. Cambridge University Press 2000

Bradley, Margaret M.; Codispoti, Maurizio; Cuthbert, Bruce N.; Lang, Peter J., Emotion and motivation I: Defensive and appetitive reactions in picture processing, Emotion, Vol 1(3), Sep 2001, 276-298


J.  ZAGRODZKA,  Z.  &RUDNIAS-STEpOWSKA  a n d   E.  FONBER, IMPAIRMENT OF SOCIAL BEHAVIOR  I N  AMYGDALAR CAT, ACTA  NEUROBIOL. EXP. 1983,  43:  83-77



Ruth M. Benca , William H. Obermeyer , Steven E. Shelton , Jeffrey Droster , Ned H. Kali, Effects of amygdala lesions on sleep in rhesus monkey, Brain Research 879 (2000) 130–138


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