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giovedì 29 settembre 2011

C'è privacy sulla rete? Data mining e riservatezza nell'era di internet

In un articolo uscito sulla versione cartacea di Internazionale [1] dal titolo Chi ci segue sulla reteJoel Stein del Time affronta la questione della privacy su internet. Il sottotitolo recita
Ogni volta che visitiamo un sito o facciamo un acquisto online i nostri dati personali sono raccolti da aziende che poi li rivendono per scopi commerciali. Un business senza regole e poco trasparente. Che vale miliardi di dollari.
L'autore afferma di aver inviato nome ed email al sito reputation.com e di aver ricevuto in risposta il proprio numero di previdenza sociale, recuperato da qualche parte online. E non solo questo. Una vera  e propria biografia è possibile recuperare in rete su ognuno di noi, non importa se molto spesso inesatta, che le aziende recuperano dalle nostre visite ai siti, dai nostri  acquisti online, dalle nostre pagine sui vari social network, dalle foto che pubblichiamo. Insomma tutto contribuisce a formare un nostro identikit, soprattutto in chiave consumistica. Infatti sono altre aziende che richiedono questi dati, e cioè le nostre abitudini, ciò che ci piace, le nostre preferenze, i gusti, gli orientamenti, tutto fa informazione per chi deve venderti qualcosa.
Ma quello che ne viene fuori è, come detto, molto spesso inesatto.
Stein fornisce la propria testimonianza personale, delle varie descrizioni ottenute da diverse agenzie che si occupano di collezionare dati personali, aziende come
  • Preferenze annunci di Google
  • Yahoo
  • Alliance Data
  • eXelate
  • BlueKai
  • RapLeaf
  • Intellidyn
Data mining. Queste sono solo alcune delle società di informazione (o disinformazione, come dice Stein) in cui ogni descrizione dell'autore è diversa dall'altra: una persona diversa, con abitudini diverse, acquisti diversi, professioni diverse...anche se si tratta sempre dello stesso individuo!
Queste informazioni costano ciascuna 0,4 centesimi ai clienti, cioè le aziende alle quali interessa venderci qualcosa, che poi ci invieranno montagne di pubblicità, sia per posta che per e-mail.
Il proliferare di servizi e strumenti gratuiti su internet nasconde una realtà che a volte non immaginiamo: siamo merce importante dal punto di vista del marketing, per tutte le informazioni che forniamo sulle nostre preferenze. Un po' quello che succede con le varie carte fedeltà dei negozi o degli ipermercati, in cui si tiene traccia dei nostri acquisti.
Si chiama data mining, estrazione di dati, e negli Stati Uniti vale miliardi di dollari.
I dati personali sono dunque una risorsa preziosa, con i quali ripaghiamo i servizi che riceviamo gratuitamente.  John Kerry, senatore del Partito democratico ed ex candidato alla Casa Bianca, ha fatto una proposta di legge, in quello che anche oltre oceano è un settore ancora senza regolamentazione: permettere ad ogni utente, di cui una di queste aziende  possiede i dati, di intervenire a correggerli; consentirgli di rifiutare il tracciamento e obbligare le aziende a proteggere i dati dagli attacchi di malintenzionati.


Pubblicità mirata. A questo scopo la Federal Trade Commission, un'agenzia in difesa dei consumatori, ha preparato un rapporto che invita i produttori di browser a dotare i loro software di dispositivi che consentano agli utenti di decidere se le aziende possono raccogliere dati su di loro oppure no. In pratica, il sito nel quale avviene una transazione o un acquisto può continuare a trattare i dati dell'utente, ma non può trasmetterli a terzi senza consenso dell'utente.
La battaglia per la privacy data da lungo tempo. Ad esempio, alcuni dati, come racconta Stein, in America sono pubblici da sempre, ma prima dell'avvento di internet per poterli consultare ci si doveva armare di pazienza, recarsi sul posto dove erano conservati, compilare moduli e infine consultarli. Ora, con internet, sono sufficienti pochi istanti e i dati sono subito disponibili.
Una cosa che forse avrete osservato tutti quando, per esempio, si spedisce una mail non da un client di posta  sul proprio computer ma direttamente dall' account online è che, dopo aver spedito la mail, compare una pubblicità che riguarda, il più delle volte, quello che avevamo scritto nell' OGGETTO della mail. Sono le cosiddette pubblicità mirate. Stein le spiega così: esiste un'asta delle inserzioni pubblicitarie a seconda delle esigenze degli utenti. Il giornalista fa l'esempio di una mail indirizzata ad un suo amico a Houston in cui gli diceva che sarebbe andato a trovarlo. Questa informazione, cioè che un individuo sta per partire per Houston (senza il nome e cognome, quindi) è messa all'asta tra tutti gli inserzionisti cui interessa promuovere il loro prodotto collegato a Houston. In questo caso era una pubblicità di hotel a Houston. Per questo motivo c'è chi sostiene (Ryan Calo direttore del Consumer privacy project) che il data mining non può danneggiare nessuno perchè non fornisce profili completi ma solo informazioni parziali di quasi sconosciuti.
Anche l'amministratore delegato di una di queste aziende  di raccolta dati, chiarisce che loro non sono interessati a sapere chi si cela dietro un profilo utente, ma sono interessati solo ai comportamenti al fine di vendere pubblicità mirate.

Non troppo invasiva. L'insistenza eccessiva è sempre un rischio per chi vuole vendere qualcosa. Ne fa le spese una strategia nuova come il retargeting:  quando consultiamo, anche senza acquistare, un certo prodotto, la sua pubblicità ci segue anche quando andiamo su altri siti. Il riscontro però, come detto, è stato negativo. La gente si sente braccata in più, non gradisce che gli venga ricordato cosa ha consultato, specie se si tratta di cose intime e se il computer è usato da più persone. La strada, per i pubblicitari, è quella del suggerimento non troppo invasivo, della pubblicità suadente e discreta, come fa Amazon che se compri un certo titolo ti avvisa "chi ha comprato quel titolo ha preso anche..." informandoti sulle scelte di altri acquirenti. La sensibilità dei pubblicitari alla personalità dell'internauta è tale che, a quanto spiegano, per tranquillizzare chi non gradisce le pubblicità mirate (il 15% circa) danno la possibilità di rimuoverle. Questo stratagemma dà la sensazione all'utente di avere il controllo della situazione.
D'altronde, la situazione della privacy sulla rete non è chiara nemmeno a noi. Da una parte pubblichiamo informazioni e fotografie anche molto personali su social tipo Facebook mentre dall'altra esigiamo che le nostre abitudini o i nostri comportamenti su internet non vengano tracciati. L'esigenza del controllo è sempre presente. Ma questo comportamento ambiguo è usato dalle agenzie di data mining per giustificare la loro raccolta di dati. tra l'altro, una curiosità sulla sede di Facebook a Palo Alto: per visitarla occorre firmare un accordo di riservatezza che obbliga a non parlare di quello di cui si verrà a conoscenza durante la visita.
Anche Google possiede una banca dati su di noi piuttosto ampia. Sembra che la loro strategia di gestione dei dati in difesa degli utenti sia di tenerli separati: dati personali da una parte e dati del computer (che diventano anonimi dopo 9 mesi) da un'altra. Ma c'è chi dubita di questo loro intento, in considerazione di quella che è la loro mission: organizzare le informazioni a livello globale e renderle universalmente accessibili e utilizzabili.

Chi ci controlla. C'è un programma che permette di controllare quali aziende stanno tenendo traccia della nostra navigazione. Si chiama Ghostery. Stein nota che i siti che fanno pagare i loro servizi fanno un uso più limitato di tracciatori di data mining. Un'alternativa è quella di pagare per cancellare i propri dati personali sulla rete o, pagando un supplemento, cancellare tutti i dati negativi lasciando solo quelli positivi, pratica alla quale hanno fatto ricorso alcuni personaggi pubblici. 
Il problema però non è semplicemente confinato alla rete. Anche se sarebbe già sufficiente per allertare il nostro spirito critico, c'è  chi pensa che l'utilizzo dei nostri dati personali scaturito dalle nostre navigazioni in rete al di fuori della rete, per esempio in campo assicurativo o  nelle agenzie di collocamento oppure nell'accesso all'istruzione, possa costituire una seria invasione della nostra privacy e condizionare pesantemente tutta la nostra vita. Esempi, per ora più spesso americani, sono quelli di spokeo, che fornisce informazioni come professione, indirizzo, età e, grazie a Google street view, anche un'istantanea dell' abitazione. Molti utenti di Facebook hanno invitato i loro amici, che evidentemente facevano uso del servizio, a rimuovere il loro nome dalla lista. La difesa di questi giovani imprenditori è: è questione di abitudine. Se avessimo detto agli albori della rete voglio condividere le mie fotografie in rete ci avrebbero presi per pazzi. La rete è condivisione, affermano, senza limiti.

Privacy. In realtà, l'assenza di limiti pone inquietanti interrogativi. Se per un attimo ci dimentichiamo della rete e guardiamo alla nostra vita reale, notiamo che  un'ingerenza troppo spinta nella nostra vita potrebbe limitare di molto le nostre libertà e opportunità. Pensiamo soltanto a cosa succederebbe se assicurazioni o datori di lavoro sapessero che abbiamo una certa predisposizione genetica a una malattia, oppure siamo portatori sani di qualche patologia, oppure abbiamo gusti e preferenze in un qualunque settore ma che vogliamo tenere nascosti. Esistono decine di casi in cui informazioni personali su di noi potrebbero convincere qualcuno, senza reale motivo, a cambiare opinione, e a non concederci cose cui abbiamo diritto. Se i dati che ci riguardano diventano accessibili a tutti e vengono utilizzati anche al di fuori della rete, questo potrebbe creare dei pregiudizi che limitano o impediscono il nostro accesso ai servizi. La rete non è affatto riservata. Non dobbiamo immaginare che una password garantisca la riservatezza, perchè non è così. E' per questo motivo che occorre una vigilanza continua. Le aziende perseguono interessi privati e, se nessuno le obbliga, non spenderanno risorse o rinunceranno a opportunità solo per tutelare il nostro interesse alla riservatezza. Considerata l'estrema sensibilità alla privacy di commentatori e rappresentanti del governo del nostro paese, ci si aspetterebbe, prima o poi, una seria normativa sulla privacy su internet. Un elemento che potrebbe farci conservare la speranza che la privacy è comunque un concetto rispettato anche dalle aziende è il loro interesse a far si che l'utente non si spaventi dall'intrusione nella propria vita. Questa intrusione, dovuta all'incertezza del navigatore sulla tutela della privacy, limiterebbe l'acquisto online e si tradurrebbe in un effetto boomerang per le aziende che acquistano inserzioni. Però è sempre bene tenere gli occhi aperti.

Tanto per avere un'idea del giro d'affari, nel 2009, il budget delle 12 agenzie di pubblicità  americane più importanti su internet è stato di 3,3 miliardi di dollari, di cui la pubblicità mirata rappresenta  0,6 miliardi.


[1] Internazionale, n 896, maggio 2011, pag. 40 segg.

domenica 25 settembre 2011

Privacy, etica e politica: dalle intercettazioni alle richieste d'arresto

A volte mi capita di riflettere sulle cose dette, e cerco di farlo scordandomi di chi le ha dette e concentrandomi solo sulle parole. Questo perchè altrimenti ci può essere un effetto simpatia/antipatia rispetto a chi fa le affermazioni che disturba l'imparzialità del giudizio.
Per esempio: c'è Ferrara che tuona. L'ho sentito tuonare due volte, entrambe su questioni riguardanti Berlusconi.  In una intimava al povero conduttore di Tv Talk di non permettersi di accostare il premier a Strauss-Kahn, e in un'altra parlava in generale della privacy come di una delle conquiste democratiche da difendere più strenuamente.


Il rispetto per la carica istituzionale. Nel primo episodio Ferrara dice, giustamente, che Berlusconi, a differenza di Strauss-Kahn, non è stato accusato di violenza, ma non è questo punto che ci interessa. Con veemenza egli invita il conduttore ad avere rispetto per la figura istituzionale che Berlusconi rappresenta. Il che, ancora una volta è giusto. Vi sono figure istituzionali che vanno rispettate profondamente, perchè incarnano le lotte condotte per raggiungere la libertà, in quella forma di governo che ora riteniamo come sua migliore rappresentante, la democrazia. Tutti i cittadini sono tenuti a rispettare queste figure istituzionali, e non parlo solo delle prime quattro cariche dello Stato. Tutti. Compreso Berlusconi. Il Presidente del Consiglio deve tenere un comportamento degno dell'alto incarico che riveste. E' vero che nessuno di noi è un santo, come dirà ancora Ferrara, ma anche nel non esserlo (santo) ci sarà una gradazione: si potrà andare, per esempio, dalla scappatella alle feste sataniche. Allora, solo perchè uno è nella sua privacy sono permesse tutte le attività, purchè non illegali, e questo è ancora ascrivibile come rispetto per la propria carica? In più, Berlusconi, spesso e volentieri dà segno di non rispettare pienamente la magistratura, anche se parla sempre di parte della magistratura. Le ipotesi che fa sono talmente gravi che non si capisce perchè non abbia reagito nelle sedi più opportune, e cioè i tribunali stessi. Se è solo parte della magistratura che è politicizzata ce ne sarà un'altra parte, non politicizzata, che potrà smascherare il complotto: basta denunciare quei magistrati che indagano su di lui. Già da questi due fatti sembra emergere che quel rispetto giustamente chiesto per la Presidenza del Consiglio forse non è altrettanto dimostrato dal suo attuale inquilino, che si lascia andare, in pubblico, ad accuse gravi senza che seguano atti conseguenti e, in privato e a volte anche in pubblico, ad atteggiamenti che sollevano qualche perplessità.
Queste osservazioni per dire, banalmente, che Berlusconi è un inquilino temporaneo della Presidenza, ed è tenuto a rispettarla come tutti noi, o forse anche un po' di più. Posta l'equivalenza, spesso, nel sentire comune, di carica e rappresentante, la presenza di alcuni deputati della maggioranza sotto inchiesta della magistratura, insieme ad altri alti dirigenti pubblici, quella di un Ministro dell'Economia che afferma di pagare un affitto in denaro contante senza ricevuta, lo stesso Berlusconi che effettuerebbe dazioni in contanti senza rispettare la legge antiriciclaggio oppure la qualità di alcune persone di cui si circonda questo, unito a quello che emerge dalle intercettazioni (punto fondamentale: ma, sono lecite o no queste intercettazioni? si veda qui) sono tutti elementi che stridono con l'imperativo di rispettare i simboli della democrazia. La gente pensa: ma se non rispettano loro per primi (i politici) il ruolo che ricoprono, perchè dovremmo rispettarlo noi?
E non mi si venga a dire che i politici rispettano, loro per primi, il loro ruolo, perchè questa affermazione sarebbe la prova della presenza di ipocrisia. Dunque, la veemenza nell'esprimere queste opinioni va benissimo, però secondo me prima vanno indirizzate verso l'ambito politico.

La conquista della privacy. Sulla seconda questione: Ferrara si lamenta di questa intromissione, nella maggior parte dei casi sotto forma di intercettazione, nella privacy delle persone (leggi politici, perchè non mi risulta che si sia inalberato per intercettazioni di privati cittadini). A difesa degli intercettati invoca una verità lapalissiana: nessuno di noi è un santo, siamo tutti peccatori e se ci mettiamo a intercettare tutti quanti su ognuno si scopre qualcosa.
Mi deve essere sfuggito qualcosa perchè avevo la ferma convinzione che le intercettazioni fossero concesse in presenza di indizi nei confronti di qualcuno, cioè in presenza di indagini, dietro presentazione di una denuncia, insomma con qualche pezza d'appoggio e non così, tanto perchè i magistrati non sanno che fare e vanno alla ricerca di materiale per i giornali di gossip. Può capitare che durante le intercettazioni di un qualsiasi individuo, sotto le condizioni descritte sopra, si intercetti un parlamentare. Questa è una questione che ha interessato parecchio i rappresentanti del governo e della magistratura, nel tentativo di trovare delle normative più imparziali possibili (vi rimando al link segnalato sopra). Sta di fatto che esiste una procedura, che va rispettata, ma esiste anche un principio, che pure va rispettato, l'uguaglianza di fronte alla legge insieme a un'osservazione della Corte Suprema
 La distruzione di una prova legittimamente formata, che impedisca, di fatto, l’utilizzo delle intercettazioni anche nei confronti di terzi che, solo occasionalmente hanno interloquito con il parlamentare, ha rappresentato sino ad oggi “una immunità a vantaggio di soggetti che non avrebbero comunque ragione di usufruirne” [1]
La polemica sulle intercettazioni mi sembra sterile o meglio, viziata. Ognuno di noi, durante la sua giornata tipo, è soggetto a potenziali violazioni della sua privacy. Da parte delle varie videocamere sparse un po' ovunque, dal supermercato al distributore di benzina all'autovelox.  Pure internet non è immune da questo tipo di violazioni. Il più delle volte le accettiamo come prezzo da pagare per una maggiore sicurezza, altre volte le subiamo per difetto  delle normative. Perchè un parlamentare, quando non è messo in discussione l'esercizio delle sue funzioni (come avviene in ogni sistema democratico, si veda qui), dovrebbe considerarsi violato nella sua privacy mentre a noi questo privilegio non è concesso?  Vorrei ricordare, come piccolo esempio, che nel mondo anglosassone (scusate l'autocitazione)

 In Gran Bretagna (e in altri paesi) vige il cosiddetto Sistema Westminster, e cioè basato su un sistema di Governo Parlamentare democratico come quello inglese. Il termine viene da Westminster Palace, che è la sede del Parlamento. Quello che viene chiamato privilegio parlamentare, protegge il membro del Parlamento dalla responsabilità civile e penale per atti o dichiarazioni fatte nell'ambito dell'esercizio delle proprie funzioni, formula che troveremo sempre, come detto. Un aspetto particolare, conseguenza diretta di questa immunità, è che ai membri del Parlamento sono proibite certe parole o fare allusioni al fatto che un altro parlamentare stia mentendo
You can't say that!
Language and expressions used in the chambers must conform to a number of rules. Members may not:
  • accuse other Members of lying
  • use abusive or insulting language
  • refer to the alleged views of members of the royal family;
  • refer to matters before a court of law (except when discussing legislation) [1]
Però l'immunità parlamentare non si estende ai reati penali al di fuori dell'esercizio delle proprie funzioni. Inoltre, questi privilegi parlamentari sono controllati dal Comitato sulle Norme e i Privilegi, il quale, in considerazione di condotte disdicevoli, può revocarli. Due  motivi validi per   vedersi rimossi i privilegi o essere addirittura espulsi dalle Camere sono: falsa testimonianza in Parlamento e aver preso tangenti!
E' noto che, nei sistemi in cui vige la democrazia, il rispetto alla persona che ricopre una carica istituzionale (da rispettarsi sempre e comunque, la carica) è presente fintanto che la persona si comporta in maniera degna. Questo è uno dei requisiti della democrazia, contrariamente a quello che accade e accadeva nelle dittature, in cui il cittadino doveva chinare il capo di fronte ai governanti, qualunque cosa facessero. Se Dio vuole, in un sistema democratico, tutti i cittadini dovrebbero essere uguali di fronte alla legge.
Anche in questo caso Ferrara ha ragione se l'intercettazione è usata in assenza di gravi motivi così, tanto per vedere se scappa fuori qualcosa, perchè le intercettazioni o l'invasione massiccia della privacy era ed è tipica dei regimi dittatoriali. Ma se l'intercettazione si inscrive in un'indagine  dove esistono indizi e gravi motivi, proibirla significherebbe spuntare le unghie agli inquirenti. Anche qui, come nel caso di quella violazione della privacy minima o media che sopportiamo tutti noi per avere una maggiore sicurezza, noi accettiamo per lo stesso motivo le intercettazioni  purchè, in entrambi i casi (e non solo quando le questioni riguardano i politici) non si vada oltre un determinato segno, garantito dalla legge.
L'impressione generale che se ne trae è questa: quando quello che capita quotidianamente a tutti noi capita anche ai politici ecco che improvvisamente si mettono a urlare. Antepongono se stessi al ruolo che rivestono, la figura temporanea a quella duratura. Da altre parti non è così. Uomini politici anche soltanto  sfiorati da accuse molto meno impegnative delle nostre si dimettono in un batter d'occhio e non si alza nessun Don Chisciotte alla rovescia a difenderli. Poi magari si scopre che erano perfettamente innocenti e allora possono ritornare. Non so se accade questo e non so nemmeno se è possibile. Sta di fatto che si può trovare tranquillamente  una via di mezzo: il politico inquisito si dimette e viene sostituito pro tempore. Alla sentenza di primo grado o lo si reintegra o lo si sostituisce definitivamente.
Le battaglie per le grandi conquiste della democrazia è sbagliato farle nel nome di una piccola casta di individui. Questo contrasta con il sistema democratico in cui è più importante l'istituzione dell'uomo in carica, in cui una legge non facilmente modificabile (la Costituzione)  guida e limita i comportamenti dei governanti. Nelle dittature è il contrario: è l'uomo che ricopre una carica ad essere la cosa più importante, ancora più importante della carica stessa e che può fare e disfare le leggi a piacimento, senza nessuna limitazione. Vi sembra un motivo sufficiente?










[1] Intercettazioni indirette.

venerdì 28 maggio 2010

Privacy, intercettazioni e call center

Si sa che la privacy è una delle cose più importanti al mondo, uno dei diritti fondamentali, tutelato dalla Costituzione e oggetto della sensibilità di tanti o tantissimi politici.
Però si sa anche che non tutti subiscono la violazione della privacy allo stesso modo C'è chi è più sensibile e chi è meno sensibile. Se, per esempio, tu violi la privacy di uno meno sensibile, non è come violare la privacy di uno più sensibile. Quello meno sensibile nemmeno se ne accorge che gliel'hai violata, tutt'al più dà una scrollata di spalle e tira avanti, come se niente fosse. Quello più sensibile no, quello ci rimane male e ne soffre.
Mi sono accorto di essere tra quelli meno sensibili, e non lo sapevo.
C'è, per esempio, la piaga dei call center. Tutta brava gente che deve lavorare, senza dubbio, però ogni tanto uno si stanca. Così capita che rispondi in fretta, non appena senti il fatidico "il signor Tal dei tali?" e rispondi "grazie non mi interessa, non ho tempo, buongiorno!". Capita  anche  che, alle volte,  chi sta dall'altra parte del telefono si senta offeso da questo trattamento "sbrigativo" (ma non ineducato) e ti richiami non appena hai messo giù, per spiegarti come stanno le cose e...riattaccare prima che tu possa replicare. Con in più il fatto che lui/lei ha il tuo numero di telefono ma tu non hai il suo.
Qual è la morale di tutto questo?
Poche centinaia di persone sono stanche di essere, anche indirettamente, intercettate nelle loro estrose telefonate, con il rischio che siano pure compromettenti, e giustamente si prodigano per tarpare le ali ai violatori della privacy e causatori della loro sofferenza.
Più di cinquanta milioni di persone sono giornalmente tediate (e a volte maltrattate) da famelici call center instancabili, ma in questo caso non si rileva una violazione sufficiente a determinare turbativa (tanto le poche centinaia mica le ricevono quelle telefonate lì).
E pensare che credevo che la mia privacy fosse violata, a ogni telefonata del call center, e che la cosa mi desse fastidio. Come mi sbagliavo! E invece no: bisogna che mi faccia eleggere, per acquisire la necessaria sensibilità a essere turbato da siffatte telefonate.

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