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sabato 17 agosto 2013

I bagnanti che salvano i profughi e "fanno onore all'Italia" e il razzismo dal volto umano

Mi chiedo, dopo aver letto quello che Matteo Salvini ha scritto dopo le parole di Napolitano, se si può essere razzisti conservando la propria umanità, quel tanto o poco di fratellanza disinteressata che spinge ad aiutare gli altri quando sono in pericolo, e che a volte è pure costata la vita ai soccorritori. 



mercoledì 17 luglio 2013

Varie forme di razzismo: il razzismo verso i brutti. Una versione comica

La comicità non serve sempre e solo a far ridere, ma anche a riflettere ridendo. E' quello che accade con Doug Stanhope, cabarettista e attore che en.wikipedia definisce, a ragione, abrasivo. In questo suo pezzo molto ruvido, sottotitolato da quelli di Comedy Subs, ci illustra il diverso atteggiamento che abbiamo nei confronti dei differenti tipi di razzismo: dall'indignazione politically correct nei confronti dell'intolleranza razziale all'indifferenza, o quasi, riguardo a quella forma di larvato razzismo presente, per esempio, nell'atteggiamento nei confronti della bruttezza o della deformità fisica. Alle volte non è nemmeno un comportamento studiato quanto piuttosto una risposta quasi automatica, in assenza di una forte pressione dell'opinione pubblica che ci faccia riflettere. Di modo che se, per esempio, anche questa specie di razzismo verso i brutti diventasse argomento di moda e venisse stigmatizzato adeguatamente, potremmo sensibilizzarcene e cambiare il nostro modo di reagire. In realtà è quello che succede con tutti i nostri comportamenti, che spesso hanno bisogno di essere indirizzati anche in età adulta, un po' come accade durante l'età pediatrica. Una cosa però potrebbe e forse dovrebbe resistere, una forma di razzismo particolare sempre in bilico tra franco insulto e indispensabile libertà di critica anche feroce: la satira. 

Razzismo, società tradizionali, frammentazione etnica e conflitti: il caso Calderoli-Kyenge e altri

Nelle società tradizionali esistono, in genere,  tre categorie di persone: gli amici, i nemici e i forestieri. Lascio a Jared Diamond, grande geografo studioso di storia dell'umanità, il compito di chiarire i tre concetti [1]:
Gli "amici" sono gli altri membri della stessa banda o dello stesso villaggio, e delle bande o dei villaggi confinanti con cui in quel momento la banda stessa intrattiene i rapporti di pace.              I "nemici" sono i membri di bande e villaggi confinanti con cui in quel momento la banda intrattiene invece rapporti di ostilità.                                                                                           [...] La terza categoria  è quella dei "forestieri", singoli estranei appartenenti a bande lontane con cui la prima ha nulli o scarsi contatti. [...] Se nel proprio territorio ci si imbatte in un forestiero si parte infatti dal presupposto che debba essere un individuo pericoloso.[pp 50 sgg.] 

sabato 17 dicembre 2011

Firenze e Senegal uniti in un corteo contro il razzismo

Firenze e Senegal, ma insieme a loro tutta l'umanità, uniti contro il razzismo che ha provocato le ennesime vittime, Mor Diop e Modou Samb. Su video.sky un'intervista al ministro Cancellieri e altri video del corteo.



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lunedì 25 luglio 2011

Breivik, il mostro di Oslo e il razzismo nel mondo

Dietro il mostro di Oslo, a volte a nostra insaputa, si nasconde un mondo di odio razziale di inaspettata dimensione. Non so se esiste una mappa mondiale del razzismo so che ne esiste una dell'odio, che riguarda gli Stati Uniti. L'ha preparata il Southern Poverty Law Center (SPLC). Ecco la Mappa dell'odio degli U.S. Se cliccate sull'immagine e poi selezionate uno Stato vedrete la lista delle associazioni che promuovono l'odio razziale.


Nella lista di organizzazioni che diffondono l'odio, che l'associazione SPLC  ha preparato, figurano anche (tratta da Wikipedia)


  •  186 diversi gruppi del Klu Klux Klan (con 52 siti internet)
  •  196 gruppi neo-Nazisti (con 89 siti internet)
  •  111 gruppi di Nazionalisti bianchi (con 190 siti internet)
  •  98  gruppi Potere bianco skinhead (con 25 siti internet)
  •  39 gruppi Identità Cristiana (con 37 siti internet)
  •  93 gruppi neo-Confederati (con 25 siti internet)
  •  113 gruppi Separatisti neri (con 40 siti internet)
  •  159 gruppi Movimento patriottico 
  •  90 gruppi generici divisi in anti-gay, anti-immigrati, negazionisti dell'Olocausto e così via (con 172 siti internet)
In mezzo a tutte queste organizzazioni dell'odio vi sono gli anti-islamici o islamofobici, ai quali sembrerebbe appartenere anche il mostro di Oslo. L'islamofobia o anti-islamismo è un pregiudizio nei confronti di tutto il mondo islamico. Si ritiene che possa datare fin dalla fine degli anni 80 del secolo scorso (K. Annan 2004) ma è senz'altro esplosa dopo l'11 settembre.
Da un rapporto preparato dalla British Runnymede Trust, vi sono 8 fattori che contribuiscono ad alimentare l'islamofobia
  • L'Islam è visto come un blocco monolitico, statico, che non risponde al cambiamento.
  • E'  visto come una cosa separata, come "altro". Non ha valori in comune con le altre culture, non è influenzato da loro e non li influenza.
  • E' visto come inferiore all'Occidente, come barbaro, irrazionale, primitivo, e sessista.
  • E' visto come violento, aggressivo, minaccioso, di sostegno del terrorismo, e impegnato in uno scontro di civiltà.
  • E' visto come una ideologia politica, usata per scopi politici o militari.
  • Le critiche dei musulmani all'Occidente sono immediatamente rifiutate.
  • L'ostilità verso l'Islam è usata per giustificare pratiche discriminatorie nei confronti dei musulmani e la loro esclusione dalla società.
  • L'ostilità anti-islamica è vista come naturale e normale.
Anche The Atlantic prepara un'altra mappa, sempre sulla situazione americana, riguardo alla Geografia dell'odio, che segnala ad una prima occhiata la disposizione dei gruppi che fomentano l'odio razziale


Il quadro che ne viene fuori è quello, desolante, del proliferare di gruppi dediti all'odio, incuranti delle esperienze del passato e dei progressi della convivenza tra diverse etnie. Ma, come noto, spesso il passato non insegna a migliorarsi ma a peggiorarsi.


domenica 29 agosto 2010

L’ambulante e la difesa del più forte contro il più debole


La notizia è di questi giorni, è di cronaca e soprattutto è macchiata di razzismo e perciò è di strettissima attualità. In due parole i fatti. Un ambulante bengalese, in quel di Civitanova, dopo una giornata su e giù per la spiaggia, si siederebbe su una sdraio per riposare e verrebbe preso a insulti e anche a calci da un gruppo di ragazzini undicenni sotto lo sguardo divertito dei genitori.  Una giornalista vede tutto e scrive il pezzo (ma, a detta del sindaco di Civitanova, nemmeno muove lei stessa un dito). Il bengalese rinuncerebbe a denunciare l’accaduto. Questo il lancio che ne dà ADN Kronos, ripreso da qualche quotidiano come Il Resto del Carlino e Il Corriere della Sera.
Questi i fatti. Episodio, se vero, da ascrivere a sciatto razzismo, da condannare per certo.
Sta di fatto che leggendo in giro per blog l’episodio assurge a evento simbolico e i ragazzini a bulli incattiviti, i commenti si sprecano, con tanto di ceffoni o scappellotti, chi ai ragazzini chi ai genitori e così via. Una levata di scudi, come si dice. Lo stesso sindaco di Civitanova, pur non avendo altre prove del fatto, per stemperare il clima pensa a un pranzo riparatore per tutti gli ambulanti serviti da ragazzini.
Si cerca di ricomporre, riavvicinare, anche se magari non c’è stato allontanamento, ma sono comunque tentativi per combattere questa piaga del razzismo, dell’intolleranza, della discriminazione che, detto tra parentesi, non esiste solo su base razziale.
Tutte cose buone e giuste, come detto, però. C’è un però.
Il modo di operare dei bulli, dei violentatori, degli annoiati che cercano una vittima, insomma di tutti quelli che hanno voglia di far del male o di divertirsi alle spalle di qualcuno, è quello solito: molti contro pochi. Anzi, ancora meglio: molti contro uno massimo due. È anche il caso di recenti casi di aggressioni contro coppie omosessuali. C’è sempre un aspetto che si ritrova in questo genere di attacchi: bisogna essere in numero maggiore dell’avversario o, se non si hanno complici a portata di mano, bisogna interpretare il “pensiero corrente”. Essere interpreti del pensiero corrente ti dà un vantaggio, il vantaggio di quel numero di persone che la pensano come te (oppure sei tu che la pensi come loro, non cambia molto) che pur non essendo presenti ti danno forza, fanno numero nel tuo esserne rappresentante in un frangente qualsiasi della tua vita. Quel gruppo del quale condividi il pensiero rappresenta dunque un qualcosa che ti dà coraggio, che ti sprona e ti autorizza, insomma ti fa morale.
Noto che molto spesso anche le inveterate reazioni contro episodi come quello raccontato si materializzano contro soggetti “più deboli” (in questo caso ragazzini, ma è chiaro che le critiche sono anche per gli adulti presenti). Ma, sia come sia, ragazzini o adulti, sempre “soggetti deboli” sono. I soggetti deboli sono tutti quelli che non possono reagire alle tue critiche. Uno perché sei tu questa volta allineato col pensiero corrente, e quindi c’è la forza e l’autorevolezza del numero, come in questo caso (e lecitamente) il pensiero anti-razzista. Due perché comunque l’oggetto delle tue critiche è fuori portata, difficilmente può reagire e quindi si ha vita facile (per dire, sarebbero pochi a rivendicare violazioni di leggi islamiche in paesi islamici senza nessuna copertura).
Anche se solo per quanto riguarda la procedura di attacco o critica verso qualcuno, mi sembra che sia nel caso dei razzisti-violentatori-danneggiatori sia in quello di chi stigmatizza questi fatti ci sia un fattore comune: ci deve essere questa sproporzione tra chi attacca/critica e l’attaccato/criticato.  Casi diversi sono quelli legati a movimenti politici, che però qui non analizzeremo. Qui si parla solo di quei fenomeni definibili come movimenti di opinione pubblica, che non presentino connotazioni politiche.
Il parallelismo tra chi attacca e chi difende (in questo caso difende i neri, gli omosessuali e così via e però attacca i razzisti e gli intolleranti) non vi sembri sacrilego.
C’è una domanda che mi frulla in testa. In questi giorni c’è in visita di amicizia in Italia il leader (da 40 anni) libico Muammar Gheddafi. È l’anniversario del secondo anno del Trattato  di amicizia italo-libica. Come spiega Alfonso Desiderio su Limes, il Trattato è un risarcimento dei danni che la Libia ritiene di avere subito in epoca coloniale e ammonta a 5 miliardi di dollari da pagare in 20 anni. L’impegno dell’Italia è fatto di investimenti e cooperazione allo sviluppo. La Libia, dal canto suo, è uno dei nostri maggiori fornitori di petrolio e si appresta a diventarlo anche di gas, e sta facendo importanti investimenti in aziende italiane. L’Eni, inoltre, ha una posizione privilegiata fino al 2047 per l’estrazione di queste due fonti fossili.
In più, la Libia è diventata anche un argine all’immigrazione di extra-comunitari provenienti da tutta l’Africa e dal Medio-Oriente e ha anche ottenuto la cessazione delle sanzioni americane con conseguente riabilitazione internazionale.
Accanto a questo però, Amnesty International ci informa che ancora oggi la Libia mantiene e adotta pratiche considerate illiberali e anti-democratiche da tutti gli organismi internazionali. Per esempio, la punizione delle adultere a mezzo fustigazione, la detenzione a tempo illimitato e le violenze nei confronti degli immigrati di passaggio, la sparizione di dissidenti politici, la violazione dei diritti umani dell’Agenzia per la Sicurezza Interna, che può arrestare, interrogare e imprigionare, senza contatti con l’esterno e senza tutela giuridica, persone sospettate di terrorismo o di dissidenza politica.
Le riforme sono ferme, dice in definitiva questa pagina di Amnesty sulla Libia.
Ora, attraverso il legame economico Gheddafi, come già altri leader nel mondo, cerca di guadagnare dal punto di vista economico ciò che non vuole concedere dal punto di vista democratico. E, in effetti, la strategia dimostra di essere vincente. Il legame economico stempera l’assenza di diritti umani fondamentali, annacqua il ricorso a metodi poco ortodossi e nasconde l’assenza di pratiche francamente democratiche.
E allora io dico: saremmo disposti a rinunciare al petrolio e al gas libici, al filtro che questo paese fa all’immigrazione clandestina, solo per mantenere un atteggiamento coerente nei confronti di chi non rispetta i Diritti Fondamentali dell’uomo?
Ben consapevoli, del resto, che la pretesa di coerenza si pagherebbe in termini di perdita netta di petrolio, gas, filtro-immigrati e quindi anche di occupazione, costi energetici, spesa per la gestione e il rimpatrio degli immigrati e via dicendo.
Da un punto di vista del rispetto dei valori che noi facciamo mostra di difendere, criticando per esempio i comportamenti razzistici o discriminatori in qualunque forma, saremmo disposti a pagare il sicuro prezzo di una ritorsione economica, portando questo o quell’altro leader a rispondere “ufficialmente” delle sue violazioni?
A quanto è dato di vedere, almeno a livello istituzionale, questo non avviene. È vero, qualche ramo non economico delle associazioni tra Stati come l’ONU o qualche organismo non governativo che si occupa dei Diritti dell’Uomo muovono le loro critiche ma, in generale, sono tollerate da questi Stati inadempienti, come esibizione puramente dovuta all’opinione pubblica, anche se inefficace.
La verità, forse, è che nei confronti di Stati, come ad esempio la Libia, che hanno saputo intrecciare una fitta rete di relazioni economiche vantaggiose, non ci si trova più in condizione di vantaggio, né numerico (perché molti di quelli che ci fanno affari tenderanno a difenderli pubblicamente) né morale (perché, in questo caso, il flusso di opinione pubblica contrario viene o contrastato o ignorato).
Non vorrei che il nostro ergerci a difesa delle ingiustizie fosse solo quando è sproporzionato a nostro favore e che invece latitasse quando l’oppositore è altrettanto, se non più, forte.
Ma ancora più di quello, mi piacerebbe capire quanto è possibile pagare la coerenza del cosiddetto  politically correct. Perché una cosa è sicura, l’evoluzione in senso democratico e universale dei Diritti Fondamentali non è mai senza costo.

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