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domenica 26 gennaio 2014

La ricetta del governo per ridurre lo spread: deprimere la domanda interna

Chissà perchè, pensando alle recenti dichiarazioni di Letta sullo spread,  mi viene in mente quel vecchio adagio che dice: l'operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è morto. Forse perchè l'ultima vanteria del governo, quella sul beneficio dovuto alla diminuzione dello spread,  non è così reale come si vorrebbe far credere. Certamente, secondo i calcoli più realistici di Giannino (rispetto a quelli del governo), tra 2012 e 2013 c'è un risparmio di circa 2,7 miliardi negli interessi pagati sul debito, e questo senza dubbio si deve all'abbassamento dello spread (anche se occorre utilizzare il dato con cautela, almeno secondo quanto osservato alla nota 4 in un articolo della Voce, vedi citazione più sotto). Ma a che prezzo è stato ottenuto? Ecco intanto il botta e risposta tra ufficio stampa della Presidenza del Consiglio e Oscar Giannino sul risparmio:
Nel consuntivo "reale" 2012 è lo stesso Ministero dell'Economia ad aver precisato che l'esborso effettivo per la finanza pubblica in interessi sul debito pubblico fu di 86,7 miliardi.
Ergo se, come tutti speriamo, nel 2013 la cifra reale degli interessi confermerà le previsioni del governo Letta, 83,9 miliardi, avremo risparmiato poco più di 2,7 miliardi sul 2012, non 5.

lunedì 10 dicembre 2012

Le dimissioni annunciate di Monti e i mercati finanziari

Sarà forse l'effetto immediato dato dalle annunciate dimissioni del rigorista Monti, cosa che i mercati potevano immaginare e che era nella naturale sequenza degli eventi -a febbraio o marzo ci sarebbero comunque state le politiche- oppure l'incertezza legata alla composizione del prossimo Governo, non escluso l'effetto del ritorno del Cavaliere, sta di fatto che la Borsa e lo spread -il famigerato spread- l'hanno presa male. Proporzionata o sproporzionata che sia la reazione dei mercati, speriamo che siano solo scosse di assestamento e che quel poco di fiducia nell'Italia ritorni.



martedì 10 luglio 2012

La terza via per risolvere gli attacchi speculativi contro l'Italia: allungare le scadenze dei titoli

Sembra l'uovo di Colombo la soluzione proposta dagli studiosi della Duke University ripresa dal Financial Times e riportata infine dal Fatto: nè tagli nè  tasse ma solo una ristrutturazione del debito, sotto forma di un allungamento unilaterale delle scadenze degli interessi.
Il lavoro è del 9 maggio 2012 e si intitola A Mature Approach: Using a Unilateral or Voluntary Extension of Maturities to  Restructure Italian Debt (Un approccio maturo: ristrutturare il debito italiano usando una proroga unilaterale o volontaria delle scadenze).
Ricordo che l'ultima nazione che ha utilizzato una ristrutturazione del debito è la Grecia, che ha tagliato del 70% il valore delle obbligazioni private prorogandole, nel contempo, di 30 anni. Certo, la soluzione prospettata non sarebbe così drastica, però non credo che sarebbe comunque tanto gradita  dai creditori. Quella poca credibilità che abbiamo andrebbe persa ulteriormente e c'è chi potrebbe interpretarla come anticamera del default. Certo che, anche senza ristrutturazioni, sembra comunque che l'anticamera si avvicini, con questi spread in giro.

domenica 8 gennaio 2012

sabato 7 gennaio 2012

Monti, l'Europa e la credibilità perduta: i mercati odiano le manovre economiche

Hai voglia che giornali, analisti e politici ci rintronano con questa storia che Monti se ne va in Europa con una sacchetta piena di riforme insieme alle speranze mozzate degli italiani, non è l'Europa che ci deve comprare le obbligazioni (o almeno l'Europa, sotto forma di Bce, non lo fa più). Sono soprattutto i  mercati che devono riprendere fiducia nell'Italia. Alla Merkel interessa solo che mettiamo a posto i nostri conti. D'accordo, conseguenza dell'avere i conti in ordine dovrebbe essere maggiore fiducia dei mercati, ma la Merkel e i mercati non ragionano allo stesso modo.
Ci vorrebbe proprio che qualcuno ritrovasse per strada la credibilità italiana, come ha fatto quella donna di Prato, e la restituisse al nostro paese, perchè altrimenti finiamo male. Ma dove sarà andata la credibilità italiana se pure la Spagna, che sta messa forse peggio di noi, ne ha di più? Perchè i  mercati non devono credere che l'Italia possa restituire i crediti, tipo fra 10 anni?
Prima di tutto dobbiamo cercare di capire di chi sia la colpa: è colpa dei nostri politici oppure la cosa riguarda il paese nella sua interezza?
Ancora una volta, il lento ritorno dello spread ai valori berlusconiani dovrebbe dirci che i mercati non si curano più di tanto della classe politica al governo, almeno non quanto l'Europa stessa che invece ha subito dimostrato, con i due paesi più influenti, di gradire il cambio.
Dunque è l'Italia intera che è poco credibile?
E perchè mai? Se i mercati immaginassero o sapessero che siamo riusciti ad entrare nel gotha dell'economia internazionale pur con la palla al piede di una classe politica e una burocrazia ipertrofiche e con uno dei più bassi indici di occupazione, altro che riprendere fiducia nel nostro paese, ci coprirebbero d'oro, per questo  strabiliante risultato raggiunto con l'handicap detto.
E allora? Nè l'uno nè l'altro.
Quando compro un libro, spesso la prima occhiata, le prime righe, mi dicono molto del contenuto generale. E questo ci accade anche quando incontriamo le persone, quando frequentiamo un posto, quando vogliamo iniziare una relazione. E' un buon sistema, ma non funziona sempre, a volte ci si sbaglia. E' la cosiddetta euristica intuitiva. E' questo sistema di giudizio che usano i mercati: danno un'occhiata all'Italia e non sono convinti. Così, di primo acchito, gli sembra insicura, incerta del suo futuro, non c'è coesione, intento comune. Insomma storcono il muso, per dirla in modo tecnico. Ci sta anche che ci sia un po' di speculazioncina, non dico di no,  si compra e vende nel giro di 24 ore anche per margini ridottissimi che, grazie agli enormi volumi, generano comunque grandi guadagni. Ma se l'Italia fosse credibile comprerebbero e non venderebbero, come fanno per la Germania.
Allora se non sono i politici e non è l'Italia da cosa dipende questa mancanza di fiducia? In un post di qualche mese fa notavo che l'improvviso balzo in avanti dello spread, fino a quel momento nella norma, coincideva con la prima delle manovre economiche di Tremonti, quella da 47 miliardi. Il mercato evidentemente mal digeriva quella manovra, e ho idea che mal digerisca ogni manovra perchè fare manovre correttive significa che non ci sono soldi e se non ci sono soldi significa che l'economia non tira e se non tira l'economia non c'è da fidarsi. Il mercato è così, è spietato. Non t'aiuta se hai bisogno, t'aiuta se non hai bisogno, se stai bene. 


imagecredit bloomberg


Lo stesso è accaduto il 4 dicembre, giorno della presentazione della manovra economica Monti. In prossimità di quei giorni lo spread si era molto abbassato, sui 375 punti, con i mercati speranzosi che la manovra fosse leggera, quasi diafana. Invece non è stato così e i mercati hanno compreso che l'Italia è ancora in pericolo, che lo Stato non incassa con le imposte che già ci sono perchè l'economia non tira e occorre metterne altre e allora meglio stare alla larga, specie nel lungo periodo.
I mercati odiano le manovre economiche. Quasi meglio non farle.





giovedì 24 novembre 2011

30 miliardi in interessi per i titoli di Stato 2012. Un'infografica

Sul Sole 24 Ore si fanno delle stime: i costi per interesse, a tassi costanti come adesso (ma speriamo proprio che calino), rispetto alle tipologie di emissione dei Titoli di Stato, che ammontano a circa 420 miliardi nel 2012, ripartiti in circa 210 miliardi in Bot al 6,5% e Btp al 7,3%, fanno all'incirca 30 miliardi di euro. Chiaro che sono le ipotesi peggiori, che tutti gli italiani si augurano si modifichino in meglio al più presto, intanto però la simulazione fa paura perchè, sommata alla previsione di crescita ritoccata al ribasso dalla UE, comporta una manovra aggiuntiva, con tutto quel che segue. Con due conti, si arriva a questi 30 miliardi di euro di interessi che, anche se non si dovranno trovare tutti adesso, pesano comunque sui nostri bilanci e sulla nostra credibilità futura.
In questa infografica, il confronto tra titoli italiani e tedeschi (fonte Il Sole 24 Ore cit.).







martedì 1 novembre 2011

Debito pubblico, spread e manovre economiche: quale relazione?

Osservando questo grafico interattivo dell'andamento dello spread sui titoli pubblici italiani su Bloomberg si vede che c'è un momento in cui vi è uno stacco netto tra un differenziale di rendimento con i bund tedeschi nella norma e l'inizio di una costante salita: inizio del mese di luglio 2011.
Cos'è successo nelle immediate vicinanze di quel periodo per giustificare quest'aumento?

imagecredit bloomberg
L'andamento del debito pubblico secondo quanto riporta la Banca d'Italia nel suo ultimo Bollettino Statistico (14 ottobre 2011) non conosce particolari impennate in quel periodo, anche se si nota un'inversione di tendenza tra marzo e aprile, da un mini trend al ribasso a uno al rialzo.


Invece a fine giugno usciva la prima bozza della manovra economica (modificata altre due volte, in seguito) da 47 miliardi, di cui 7 in questa legislatura e il resto nella prossima. Le prime reazioni dell'opposizione, con Bersani, erano
"siamo alla farsa drammatica". Se la scaglionatura della manovra in vista del pareggio di bilancio, come sembra emergere dal vertice di Palazzo Grazioli, concentrerà il grosso sul biennio 2013-2014, "è una presa in giro colossale per l'Italia" perché "significa esporre il Paese a un messaggio privo di ogni credibilità"

e con Casini
 "Se fosse così, sarebbe una prova di irresponsabilità totale: scaricare sull'anno elettorale, sul 2013, tutto il peso e l'onere di una manovra, rischia di essere sleale e rischiamo di pagare molto cara questa furberia già dai prossimi giorni. Noi abbiamo detto al governo che sosteniamo la manovra se è fatta di scelte impopolari, se mette in sicurezza i conti pubblici... A fronte di una disponibilità di una parte dell'opposizione a sostenere la manovra, prevalgono le furberie" 
Il periodo era però atteso anche dagli investitori internazionali, specialmente  quelli legati ai credit default swap, ovvero il rischio assicurativo sul default di un paese. Un recente lavoro segnala che questo mercato è in continua ascesa dal secondo semestre del 2008 in poi



Niente di strano allora ipotizzare che, attesa al varco della manovra nel giugno 2011, i mercati valutassero le probabilità di default degli Stati e che, in conseguenza dei nuovi dati a disposizione, agissero nel senso di favorire i loro interessi, pro-default o anti-default. 
Chiaro che a queste manovre degli investitori si unisce anche la perdita progressiva di credibilità, che si accompagna sempre a un aumento dei tassi di rendimento, perdita di credibilità che probabilmente risente dell'influsso di alcuni fattori come entità del debito, crescita economica, rapporto debito/Pil e via dicendo.

E' un mercato piuttosto fruttifero quello dei CDS, soprattutto unito alla tecnica dello short selling e alle vendite allo scoperto, cui l'UE vuole dare una stretta,  come si legge sul Sole 24 Ore, e se non intervengono normative a tutela degli Stati, probabilmente questi ultimi, e soprattutto i cittadini, pagheranno prezzi ben al di là delle proprie colpe

In una recente ricerca dell'Edhec-Risk Institute, salta fuori che proprio la strategia sullo short selling è stata la più profittevole: in settembre, gli hedge focalizzati sulle vendite allo scoperto hanno messo a segno una performance dell'8,14 per cento; da inizio anno, invece, il ritorno sull'investimento è del 13,4 per cento. Si tratta di performance nettamente migliori rispetto a quelle legate, per esempio, ai mercati emergenti (-6,7% in settembre), ad asset problematici (-4,12%) o arbritaggi con bond convertibili (-2%).

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