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venerdì 23 settembre 2011

Il discorso di Benedetto XVI al Bundestag sul ruolo dell'etica nella politica: riferimenti alla vita politica italiana?

Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace.
Con queste parole, commentando la propria citazione di un versetto del Primo Libro dei Re, il papa Benedetto XVI inizia il suo discorso al Parlamento tedesco. Come spesso accade, si ha l'impressione che si dica a nuora perchè suocera intenda, cioè si fa questa introduzione perfettamente in linea con il luogo in cui avviene, augurandosi però che sia recepita anche da altre parti. E ancora
Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia.
Sant'Agostino
Non è singolare che il papa intervenga in questi termini riguardo  questioni che attengono la politica. Certo, si dirà, non è difficile inanellare una serie di concetti condivisibili da tutti, in fondo i politici, specialmente quelli nostrani, lo fanno da tempo immemorabile. Cos'è allora che rende, eventualmente, diverso il discorso del papa da un qualunque discorso di un qualunque politico, poniamo, italiano?
Benedetto XVI si riallaccia a Sant'Agostino. Più di 1600 anni fa, Agostino d'Ippona, secondo quanto riporta il papa, sentenziò 
 “Togli il diritto – e allora che cosa  distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” 
Origene
Il che è valido allora come ora. Nel prosieguo, Ratzinger dispone le cose in modo da identificare due stadi. Uno è quello del diritto esercitato dalla maggioranza, la quale può governare una buona parte delle umane cose; l'altro è il diritto  regolato dal processo interiore, il quale giudica là dove si annida la dignità dell'uomo, e cita Origene
 “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…”

Ma come si forma o costruisce questo processo interiore? Come si decide cosa è giusto? Una prima risposta recita così
 Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto.
L'idea è quella del percorso di un'armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, che altro non è che la versione romantica del giusnaturalismo e del giuspositivismo, eterni alleati e concorrenti. Vi è, inoltre, l'esplicito riconoscimento, insieme all'affermazione delle basi cristiane del giusnaturalismo, che è proprio grazie ai primi teologi e filosofi di influenza cristiana che il contributo
 per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.
Hans Kelsen
Su queste basi si  fonda il presupposto della fusione di natura e coscienza, vero pilastro di tutto il comportamento umano. E' la base del pensiero di Benedetto XVI. Ed è anche ciò che il papa riconosce essere una forma di pensiero caduta in disuso, al giorno d'oggi, nell'ambito accademico. L'origine di questa diaspora è chiaramente il pensiero positivistico, che distingue tra essere e dover essere: dal primo, che rappresenta la natura, non discende nessun dovere, perchè la natura rappresenta, per dirla con Kelsen citato dal papa
– “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti"
e da essa non può essere tratta nessuna indicazione etica. E' il classico cavallo di battaglia di Ratzinger, anche se non propriamente  contro certamente in opposizione al positivismo, imperante nelle nostre società. 
Intendiamoci: non sono affatto allineato su gran parte delle posizioni o degli atteggiamenti del mondo clericale, nè mi sostiene una fede se non quella della ragione (ma non solo) però, nel discorso, per certi versi così restauratore, del papa, intravedo un pensiero che non mi è estraneo. Oltre la ragione positivistica vi è un altro elemento che concorre alla formazione di una umanità dai tratti auspicabili o desiderabili: l'etica.

L'ingresso dell'etica nella politica o, in generale, nella vita degli uomini, ha senso? 
Vi è una straordinaria difficoltà a capire cosa sia questo ethos, quali debbano essere le sue caratteristiche per garantire assenza di fanatismo e conservare quelle di guida ai comportamenti accettabili in una comunità.
L'etica ha probabilmente a che fare con l'empatia, la capacità di vivere i sentimenti altrui. Anche se alcuni studi hanno fallito nel delineare l'etica come una condizione diffusa nella vita animale, sappiamo che la sua presenza è essenziale al mantenimento delle società umane, che non possono basarsi unicamente sulla legge. Questa falsa convinzione, che segue quella che il consumatore adotti sempre una decisione razionale, non tiene in debito conto che la componente emotiva gioca un ruolo da protagonista nelle scelte. Ma non sempre le decisioni basate sulle emozioni sono giuste anzi, spesso sono proprio indesiderabili o sbagliate. L'etica è una componente diversa, o almeno è una componente complessa, dotata di molti aspetti. Di sicuro, però, nella mia opinione, l'etica fa in modo di trasformare l'empatia, che è un modo di rivivere le emozioni altrui, in un codice comportamentale. Il fatto che questa trasformazione necessiti della presenza della ragione è un fatto accessorio e attiene alla capacità del linguaggio verbale di trasformare l'ambiente delle cose impossibili nell'ambiente delle cose virtuali (dal quale può discendere un ambiente delle cose possibili). Probabilmente l'etica agirebbe comunque, solo che con la ragione riesce a vedere al di là del puro comportamento.




Fonti
versione originale testo di Benedetto XVI al Bundestag (La Stampa)

domenica 10 luglio 2011

Dio esiste?

Vi è chi passa tutta la vita a cercare di confutare (e penso vi riesca) l'esistenza di Dio sulle basi che ne offrono le religioni praticate al giorno d'oggi, tra le quali le due più grandi religioni monoteistiche, il Cristianesimo e l'Islam.
La maggior parte delle volte la confutazione poggia direttamente sugli elementi fondanti della dottrina delle religioni, che sono stati scritti in massima parte circa 2000 anni fa. E' naturale che la visione della vita e della natura, la conoscenza dei fenomeni e le regole di convivenza sociale erano parecchio diverse dalle attuali e, per quanto concerne le conoscenze dei fenomeni naturali, estremamente lacunose.
Io non so se questi confutatori si pongono il problema durante il loro lavoro di confutazione, ma io me lo pongo:  come mai il credente, di fronte a ragionamenti stringenti, alla logica impeccabile che distrugge i capisaldi della sua dottrina, non cede di un millimetro, facendosi scivolare di dosso le critiche ragionate come fossero acqua fresca?

In linea generale, non conosco molta gente che non crede a niente.
Come detto, il credente o fedele, crede in un Dio, crede ai Libri sacri, crede ai sacerdoti, ha rispetto dei riti e della sacralità, ha, in buona sostanza, un corpus di credenze che forma la sua personalità e nelle quali si riconosce. Egli crede solo nella misura in cui glielo consente la sua fede. Molto spesso, infatti, la credenza è unita alla superstizione, di cui probabilmente è figlia. Si crede per timore della vendetta o punizione divina, oppure si crede per ringraziare di essere stati accettati (da Dio). Qualunque sia il motivo, il credente comunque ne ha uno, fosse pure la convenienza sociale di essere accettato nella comunità.

Come accennato, vi è una contiguità tra religione e superstizione, che si incontra nel riconoscimento comune di poter influenzare l'andamento degli eventi, spesso solo scongiurando quelli negativi, che sono sempre lì pronti a intervenire. Quindi, comportarsi bene non garantisce cose buone, perchè spesso quelle dipendono molto da se stessi e dagli altri, ma non garantisce nemmeno dalle cose cattive, tranne quelle aggiuntive che potrebbero venire dall'alto. Anche la superstizione si compone di un insieme di riti per scongiurare eventi che potrebbero verificarsi, e che spessissimo servono a evitare guai. In questo modo, la mente umana cerca di difendersi dall'imponderabile, dalla sorte o malasorte, da tutto quello che è al di fuori del suo controllo, di tutti quegli eventi che sfuggono alla sua volontà. I fenomeni meteorologici e climatici innanzitutto, i fenomeni naturali, le malattie, le carestie, tutto quello che è difficile o impossibile da affrontare bisogna guadagnarselo ingraziandosi le entità che controllano tutti questi eventi, Dio incluso.

Questo per quanto riguarda chi fa un utilizzo intensivo del contributo emotivo al modo di conoscere il mondo. Ma in chi usa la ragione? E' presente un modo alternativo di risolvere l'enigma umano, e cioè la conoscenza e il poter influenzare l'andamento degli eventi, o costoro riescono a farne a meno? 

Perchè il segreto, per me, è questo: il controllo degli eventi. La nostra mente ha un disperato bisogno di controllare gli eventi, così come il corpo ha bisogno di controllare lo spazio nel quale si muove. E allora, se questa è un'esigenza che appartiene alla specie, indipendentemente dalla strategia che si utilizza, lo scopo è sempre quello? Supertizione, Dio e scienza sono tre modi di controllare l'imponderabile. Detto grossolanamente dei metodi di superstizione e religione cercherò di illustrare per sommi capi il metodo utilizzato dalla scienza. Il Dio della scienza è il riconoscimento dei fenomeni invarianti, delle regolarità: scomponendo poi i fenomeni  nei loro elementi essenziali, invarianti e regolari, la scienza è in grado di assoggettare il casuale, l'aleatorio e anche l'irreversibile al controllo, anche se virtuale, della conoscenza. Ed è stato dimostrato che, se uno sa a cosa andrà incontro nel breve futuro, sarà soggetto a minore stress. Dunque, così come la superstizione e la religione, anche la scienza cerca le regolarità: la superstizione lo fa opponendo a un certo evento sempre lo stesso rituale (per esempio versare il sale, versare l'olio, come si vede molte di queste pratiche sono legate anche all'idea implicita di scongiurare l'evento, perchè costoso economicamente), e così pure la religione, con le sue pratiche (il battesimo, le funzioni, i rituali ripetuti) e così la scienza (il metodo, la statistica). 
L'idea di controllo degli eventi implicita nella conoscenza scientifica dei fenomeni naturali è paragonabile a quella presente nella religione? Per me  si. Si obietterà che la scienza, molto più spesso della religione, descrive la natura ed è in grado di fare previsioni che si avverano, contrariamente a quasi ogni altra forma di previsione non scientifica. Non è però qui in discussione l'efficacia predittiva di uno dei metodi di conoscenza e controllo degli eventi: interessa, per ora, verificare se, dietro entrambi questi modelli di conoscenza del mondo si cela l'antico tentativo di controllare e prevedere i fenomeni naturali.

Questo fatto, cioè l'apparente uguaglianza dell'esigenza di fondo tra religione e scienza, potrebbe significare che è sempre possibile un passaggio da un versante all'altro, purchè sia conservata la capacità predittiva per il soggetto? Cioè, se la scienza, per un dato individuo, presenta valore predittivo n, nel passaggio alla conoscenza religiosa, se il valore rimane inalterato, possiamo dire che la sua ricerca di controllo è ugualmente soddisfatta? Probabilmente si, ma affermare questo non significa dire che sia facile o possibile passare da un metodo all'altro. In alcuni casi, i due metodi convivono senza apparente contraddizione all'interno del soggetto, a dimostrazione della regolazione fine e molto specifica di ogni ambito: è come se emozione e ragione richiedessero un loro tributo individuale, tale da permettere, per esempio, la possibilità di utilizzarli entrambi, contemporaneamente, senza problemi.

Sto per finire perchè i pezzi lunghi nessuno li legge, su internet.
Nello scienziato credente, ad esempio, ipotizzo che la ricerca che deve esaudire la parte emotiva è legata non tanto al controllo e previsione dei fenomeni naturali quanto ai fenomeni umani e sociali, ai quali fa seguito, come corollario, l'ipotesi di un'entità di riferimento astratta, necessaria per non lasciarsi tormentare dal dubbio.
Mi spiego. In chi cerca il sostegno religioso al proprio agire, che nel caso del cattolicesimo implica anche un certo atteggiamento nei confronti degli altri,  spesso molto costoso, è necessario avere un sistema di riferimento costante, che non sia soggetto a degrado. Questo si spiega facilmente prendendo ad esempio proprio il sistema scientifico: se improvvisamente il metodo utilizzato universalmente in tutte le ricerche scientifiche in tutti i più disparati campi di ricerca fallisse, non sarebbe un colpo micidiale? Il metodo non può fallire (a meno che non sia sostituito da uno migliore), così come le geometrie non euclidee sostituiscono le euclidee là dove le euclidee falliscono, così in ogni campo dell'umana conoscenza vi è bisogno di certezze sulle quali edificare tutto il resto.

Per concludere (solo questo articolo, non il discorso) mi piacerebbe investigare un altro aspetto ancora: se ognuno di noi ha, diciamo, una quantità di emozione e un'altra quantità di ragione da sistemare, in coloro che scelgono di sistemare solo la quantità emotiva (religione) o solo la quantità di ragione (scienza) che accade dell'altra quantità non sistemata? Non sarà per caso che accade che si formano i cosiddetti credenti con velleità di spiegare la fede in maniera razionale o scienziati convinti della scienza in maniera fanatica, fideistica?

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