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sabato 14 luglio 2012

"Te lo do io il bosone!" il lato oscurantista di chiesa e cristianesimo

Un florilegio tra eccessi dottrinari e impressionanti ingenuità. La chiesa non rinuncia al suo interiore arcaismo, alla crudeltà delle origini, all'intolleranza del fanatismo, rendendo ancora una volta di più impressionante il divario tra il messaggio amorevole racchiuso in parte della sua dottrina e la durezza con la  quale alcuni vorrebbero imporlo. Per non parlare dell'ingenuità, a volte ai limiti del patologico, di chi si sorprende di quelli che non credono al diavolo o al soprannaturale. 
E' la dottrina la fonte del rispetto e dell'amore per gli altri oppure è una conseguenza del proprio essere? Nel primo caso si danno, spesso, gli eccessi e le intemperanze nel secondo, spesso, si mettono da parte le differenze religiose e si guarda all'uomo in sè.

domenica 10 luglio 2011

Dio esiste?

Vi è chi passa tutta la vita a cercare di confutare (e penso vi riesca) l'esistenza di Dio sulle basi che ne offrono le religioni praticate al giorno d'oggi, tra le quali le due più grandi religioni monoteistiche, il Cristianesimo e l'Islam.
La maggior parte delle volte la confutazione poggia direttamente sugli elementi fondanti della dottrina delle religioni, che sono stati scritti in massima parte circa 2000 anni fa. E' naturale che la visione della vita e della natura, la conoscenza dei fenomeni e le regole di convivenza sociale erano parecchio diverse dalle attuali e, per quanto concerne le conoscenze dei fenomeni naturali, estremamente lacunose.
Io non so se questi confutatori si pongono il problema durante il loro lavoro di confutazione, ma io me lo pongo:  come mai il credente, di fronte a ragionamenti stringenti, alla logica impeccabile che distrugge i capisaldi della sua dottrina, non cede di un millimetro, facendosi scivolare di dosso le critiche ragionate come fossero acqua fresca?

In linea generale, non conosco molta gente che non crede a niente.
Come detto, il credente o fedele, crede in un Dio, crede ai Libri sacri, crede ai sacerdoti, ha rispetto dei riti e della sacralità, ha, in buona sostanza, un corpus di credenze che forma la sua personalità e nelle quali si riconosce. Egli crede solo nella misura in cui glielo consente la sua fede. Molto spesso, infatti, la credenza è unita alla superstizione, di cui probabilmente è figlia. Si crede per timore della vendetta o punizione divina, oppure si crede per ringraziare di essere stati accettati (da Dio). Qualunque sia il motivo, il credente comunque ne ha uno, fosse pure la convenienza sociale di essere accettato nella comunità.

Come accennato, vi è una contiguità tra religione e superstizione, che si incontra nel riconoscimento comune di poter influenzare l'andamento degli eventi, spesso solo scongiurando quelli negativi, che sono sempre lì pronti a intervenire. Quindi, comportarsi bene non garantisce cose buone, perchè spesso quelle dipendono molto da se stessi e dagli altri, ma non garantisce nemmeno dalle cose cattive, tranne quelle aggiuntive che potrebbero venire dall'alto. Anche la superstizione si compone di un insieme di riti per scongiurare eventi che potrebbero verificarsi, e che spessissimo servono a evitare guai. In questo modo, la mente umana cerca di difendersi dall'imponderabile, dalla sorte o malasorte, da tutto quello che è al di fuori del suo controllo, di tutti quegli eventi che sfuggono alla sua volontà. I fenomeni meteorologici e climatici innanzitutto, i fenomeni naturali, le malattie, le carestie, tutto quello che è difficile o impossibile da affrontare bisogna guadagnarselo ingraziandosi le entità che controllano tutti questi eventi, Dio incluso.

Questo per quanto riguarda chi fa un utilizzo intensivo del contributo emotivo al modo di conoscere il mondo. Ma in chi usa la ragione? E' presente un modo alternativo di risolvere l'enigma umano, e cioè la conoscenza e il poter influenzare l'andamento degli eventi, o costoro riescono a farne a meno? 

Perchè il segreto, per me, è questo: il controllo degli eventi. La nostra mente ha un disperato bisogno di controllare gli eventi, così come il corpo ha bisogno di controllare lo spazio nel quale si muove. E allora, se questa è un'esigenza che appartiene alla specie, indipendentemente dalla strategia che si utilizza, lo scopo è sempre quello? Supertizione, Dio e scienza sono tre modi di controllare l'imponderabile. Detto grossolanamente dei metodi di superstizione e religione cercherò di illustrare per sommi capi il metodo utilizzato dalla scienza. Il Dio della scienza è il riconoscimento dei fenomeni invarianti, delle regolarità: scomponendo poi i fenomeni  nei loro elementi essenziali, invarianti e regolari, la scienza è in grado di assoggettare il casuale, l'aleatorio e anche l'irreversibile al controllo, anche se virtuale, della conoscenza. Ed è stato dimostrato che, se uno sa a cosa andrà incontro nel breve futuro, sarà soggetto a minore stress. Dunque, così come la superstizione e la religione, anche la scienza cerca le regolarità: la superstizione lo fa opponendo a un certo evento sempre lo stesso rituale (per esempio versare il sale, versare l'olio, come si vede molte di queste pratiche sono legate anche all'idea implicita di scongiurare l'evento, perchè costoso economicamente), e così pure la religione, con le sue pratiche (il battesimo, le funzioni, i rituali ripetuti) e così la scienza (il metodo, la statistica). 
L'idea di controllo degli eventi implicita nella conoscenza scientifica dei fenomeni naturali è paragonabile a quella presente nella religione? Per me  si. Si obietterà che la scienza, molto più spesso della religione, descrive la natura ed è in grado di fare previsioni che si avverano, contrariamente a quasi ogni altra forma di previsione non scientifica. Non è però qui in discussione l'efficacia predittiva di uno dei metodi di conoscenza e controllo degli eventi: interessa, per ora, verificare se, dietro entrambi questi modelli di conoscenza del mondo si cela l'antico tentativo di controllare e prevedere i fenomeni naturali.

Questo fatto, cioè l'apparente uguaglianza dell'esigenza di fondo tra religione e scienza, potrebbe significare che è sempre possibile un passaggio da un versante all'altro, purchè sia conservata la capacità predittiva per il soggetto? Cioè, se la scienza, per un dato individuo, presenta valore predittivo n, nel passaggio alla conoscenza religiosa, se il valore rimane inalterato, possiamo dire che la sua ricerca di controllo è ugualmente soddisfatta? Probabilmente si, ma affermare questo non significa dire che sia facile o possibile passare da un metodo all'altro. In alcuni casi, i due metodi convivono senza apparente contraddizione all'interno del soggetto, a dimostrazione della regolazione fine e molto specifica di ogni ambito: è come se emozione e ragione richiedessero un loro tributo individuale, tale da permettere, per esempio, la possibilità di utilizzarli entrambi, contemporaneamente, senza problemi.

Sto per finire perchè i pezzi lunghi nessuno li legge, su internet.
Nello scienziato credente, ad esempio, ipotizzo che la ricerca che deve esaudire la parte emotiva è legata non tanto al controllo e previsione dei fenomeni naturali quanto ai fenomeni umani e sociali, ai quali fa seguito, come corollario, l'ipotesi di un'entità di riferimento astratta, necessaria per non lasciarsi tormentare dal dubbio.
Mi spiego. In chi cerca il sostegno religioso al proprio agire, che nel caso del cattolicesimo implica anche un certo atteggiamento nei confronti degli altri,  spesso molto costoso, è necessario avere un sistema di riferimento costante, che non sia soggetto a degrado. Questo si spiega facilmente prendendo ad esempio proprio il sistema scientifico: se improvvisamente il metodo utilizzato universalmente in tutte le ricerche scientifiche in tutti i più disparati campi di ricerca fallisse, non sarebbe un colpo micidiale? Il metodo non può fallire (a meno che non sia sostituito da uno migliore), così come le geometrie non euclidee sostituiscono le euclidee là dove le euclidee falliscono, così in ogni campo dell'umana conoscenza vi è bisogno di certezze sulle quali edificare tutto il resto.

Per concludere (solo questo articolo, non il discorso) mi piacerebbe investigare un altro aspetto ancora: se ognuno di noi ha, diciamo, una quantità di emozione e un'altra quantità di ragione da sistemare, in coloro che scelgono di sistemare solo la quantità emotiva (religione) o solo la quantità di ragione (scienza) che accade dell'altra quantità non sistemata? Non sarà per caso che accade che si formano i cosiddetti credenti con velleità di spiegare la fede in maniera razionale o scienziati convinti della scienza in maniera fanatica, fideistica?

venerdì 13 agosto 2010

Effetto placebo e suggestione: esclusione o inclusione


Vi sono cose che mantengono celato il loro funzionamento a lungo e non danno mostra di essere facilmente spiegabili. Una di queste è il famoso effetto placebo, che esiste anche nella versione dannosa e si chiama effetto nocebo.
Un aspetto particolare di questo tipo di suggestione è che ne sono coinvolte più le donne degli uomini, causa la loro maggiore emotività.
Allora mi sono chiesto una cosa. Se anche fosse vero che le donne sono più emotive o suggestionabili perché si fanno maggiormente coinvolgere o perché sono più creative, in poche parole perché adoperano di più la componente emotiva, rispetto agli uomini che utilizzerebbero di più quella razionale, se non vi fosse di mezzo questa componente cosiddetta razionale, l’effetto placebo/nocebo sarebbe uguale nei due sessi?
E in più: in cosa consisterebbe inoltre questo maggior utilizzo emotivo femminile, dato che non sembrano, le donne, il genere più “scalmanato” o aggressivo?
Cosa sarebbe questa emozione che le fa empatizzare ma non (almeno statisticamente) eccedere in quelli che sono i corollari tipici di una risposta con maggiore impegno emotivo, e cioè attenzione, aggressività, prontezza e via dicendo.
La realtà, penso, dovrebbe stare in questi termini. La presunta minore risposta emotiva degli uomini, risposta generica agli stimoli ambientali, è una balla. Quello che si può dire è che, sempre statisticamente, i due generi rispondono emotivamente indirizzando le risposte su versanti diversi, ma il livello di impegno emotivo dovrebbe essere più o meno simile.
Dunque, in cosa consisterebbero questi due versanti?
Consideriamo questi due semplici panorami comportamentali: esclusione e inclusione.
Il comportamento di esclusione tende a allontanare qualcosa dal sé. Spesso questa cosa è un altro vivente. Il fatto di allontanarla la definisce chiaramente e inequivocabilmente come altro da sé e in questo modo può essere affrontata o ignorata. L’esclusione diremo quindi che comporta una doppia risposta, genericamente parlando: è importante per l’organismo comprendere che una serie di stimoli identificabili con un ente unitario sono altro da sé, perché questa constatazione permette di agire sull’ente oppure di ignorarlo. In linea generale, se l’ente non ha queste caratteristiche di esclusione significa che riguarda, probabilmente, l’organismo stesso e, nella maggior parte dei casi la risposta non può contemplare ignorare o disinteressarsi degli stimoli, perché uno stimolo che insiste sul nostro sè è sempre importante.
Ecco che allora l’inclusione comporta una presa in considerazione, un interesse, nei confronti di un gruppo di stimoli riferibili a un ente unitario. Non che l’esclusione, in uno dei due casi possibili, non comprenda interesse verso l’ente. Però una risposta possibile è anche il disinteresse. Io affermo che nell’inclusione non è possibile ignorare il segnale proveniente dall’ente perché questo insiste a ridosso del sé anzi, tenta di entrarne a far parte, e, in linea generale, non è possibile ignorare se stessi.
Questi due atteggiamenti generici, che non vorrei rivestire di eccessivo carattere psicoanalitico, rappresentano due sistemi di risposta agli stimoli, le prime risorse disponibili quando si profila un nuovo insieme di stimoli o un insieme di stimoli importanti per la sopravvivenza.
L’esclusione permette l’attacco, l’uccisione, la cacciata, in genere tutti quei comportamenti aggressivi che servono all’organismo per sopravvivere, e quindi per cibarsi, abbeverarsi,  avere un territorio e così via. Permette anche l’utilizzo, il poter essere mangiato di un ente, bevuto, graffiato, come accade al cibo di vari animali, sia erbivori che carnivori, o come succede a un tronco sul quale ci si arrota le unghie, o come capita al terreno sul quale si poggiano zoccoli o cuscinetti.
L’inclusione permette l’accudimento, la difesa, la pulizia (grooming) , la riproduzione e in genere l’aiuto. Questo accade perché l’ente viene vissuto come vicino a sé, come incluso o quasi incluso a sé e questa vicinanza o inclusione inibisce l’azione come caratterizzata sopra per l’esclusione.
Sono in pratica due modelli di azione molto generici sui quali poi si instaurano le varianti comportamentali generate dalla complessità degli stimoli e degli ambienti.
Questi modelli sono legati a ricostruzioni emotive (affettive) collegate a ricostruzioni spaziali. Solo un accenno per ora a questa cosa: ricostruzione emotiva (affettiva) e ricostruzione spaziale.
La ricostruzione emotiva impegna la definizione di fattibilità esclusiva o inclusiva: serve a distribuire correttamente l’impegno motorio, per non escludere chi bisogna includere, come per esempio i figli, sui quali si deve agire in maniera intensa ma non come se si volesse ucciderli, e anche per non includere chi invece bisogna escludere, perché un predatore, tanto per restare in tema, non è un figlio da accudire.
La ricostruzione spaziale impegna la definizione di fattibilità fisica: serve a comprendere lo spazio fisico in termini di spazio che può essere agito dal punto di vista motorio in relazione alla propria struttura muscolo-scheletrica.
Ma, come vi renderete conto, queste due definizioni, per quanto forse corrette, sono comunque certamente insufficienti. Infatti la ricostruzione emotiva non potrebbe aver luogo senza una ricostruzione spaziale dell’ente, a cui vogliamo dare finalmente un nome, che potrebbe essere dunque un predatore. La ricostruzione spaziale, definendo gli atti motori permessi e necessari sia dall’ambiente che dal predatore, dovrebbe già includere in sé inclusione e esclusione, come somma di atti permessi o negati. Ma le emozioni esistono, e esistono emozioni uguali che possono dar luogo a atti diversi, dunque la cosa è sicuramente più complessa di come l’ho ipotizzata, ma sul fatto, pragmaticamente accertato, che esistono emozioni e capacità geometriche anaffettive, dovrebbe esserci un sostanziale accordo.

mercoledì 30 giugno 2010

Emozione come azione

In realtà le cose sono leggermente diverse. L'intuizione fa  uso dell'emozione facendola entrare all'interno del "ragionamento intuitivo". Se per esempio la mia ragazza non risponde subito al mio sms e io comincio a pensare male (che si sia stancata di me, che sia impegnata in "altre faccende") ecco che sto usando un'emozione come un ragionamento anzi, per dir meglio, sto convertendo un'emozione in un ragionamento, forzandone la logicità alle mie esigenze di sospetto. Ma, per usare la logica, che devo fare, non avere emozioni?
Sembrerebbe quasi che quello che si prova dal punto di vista emotivo poi viene "giustificato" nella sua ricostruzione razionale, e che tanto più inizialmente ci sia emozione tanto più il nostro ragionamento si allontani, per esempio, dal rigore della logica formale. Abbiamo quindi spostato sull'intima natura del soggetto la responsabilità dell'atteggiamento che si terrà nei confronti di un qualsiasi evento: sono un tipo emotivo?, reagirò spesso emotivamente, quindi se dovrò scegliere tra una spiegazione che implica emozione e una che non la implica sceglierò la prima e piegherò le mie giustificazioni al mio atteggiamento innato; sono un tipo freddo?, siccome non carico di emozione il mio vissuto ho più capacità di far andare la spiegazione razionale.
Ecco che allora entra in ballo un nuovo soggetto, una struttura che ricostruisce il mondo all'interno del cervello in funzione delle azioni permesse e che distribuisce l'emozione a seconda di quanto atto motorio deve essere compiuto. Questa struttura distribuisce la comprensione del mondo a sistemi che possono agire sul mondo stesso, altrimenti non servirebbe a niente: questi sistemi, in maniera grossolana, sono il sistema motorio e il sistema sostituto motorio. A seconda della quantità di risposta necessaria a rispondere verrà attivata la via più adeguata: a livelli alti di risposta richiesta è elevata anche la produzione dei mediatori dell'emozione, dal che risulterà che la risposta è spostata sul versante motorio; mano a mano che la risposta al mondo ha bisogno di meno mediatori dell'emozione subentra e compete con quella motoria anche la risposta sostituto motoria, che poi sarebbe quella simbolica della parola e del ragionamento (logos).
Per esempio: se vedo una bella ragazza, l'emozione che proverò servirà per vincere la naturale timidezza e approcciarla, i comportamenti che terrò sono simili a quelli del pavone che fa la ruota; se vedo un pericolo, ugualmente si attiverà un sistema che mi permetta di agire alla svelta e con intensità,  darmela a gambe levate, per esempio, e così via. Sembra quasi che più grande è l'emozione e più grande, proporzionalmente è l'ostacolo che l'organismo deve superare, attraverso la via motoria, e tanto maggiore la probabilità che venga scelta questa via. E' possibile ragionare nei momenti concitati? Si, quanto più si riesce a soffocare l'istintiva risposta motoria che non può non fare a meno di considerare noi stessi la cosa più preziosa del mondo.

martedì 29 giugno 2010

Cos’è la poesia?

La poesia è un testo scritto in uno stato emotivamente carico? In generale il testo scritto o la parola hanno (tra gli altri)  questo ruolo di valvola di sfogo da una situazione stressante quando non è possibile agire dal punto di vista motorio.
Perché la poesia, più della prosa, è capace di raccogliere il portato emotivo proprio nel momento in cui questo si manifesta?

Ora, è bene chiarire che il ruolo che definisco per la poesia non le è sempre appartenuto e direi che si basa soprattutto su considerazioni empiriche che cerco di estendere verificando la loro applicabilità generale. Questa modifica del punto di osservazione del poeta e del suo prodotto la colloco, genericamente, nell’abbandono della metrica per l’utilizzo del verso libero. Questa perdita di alcuni vincoli formali libera il verso dall’obbligatorietà che limita anche gli atti motori nell’ambiente e con ciò stesso gli assegna una maggiore libertà di inglobare il portato emotivo.

Perché?

Nel rispetto formale dei vincoli metrici il verso perde parte della sua immediatezza, della sua ispirazione senza lacci perché deve sottostare al limite, deve essere inquadrato e rispettare la lunghezza del verso, la rima, e per questo motivo è sottoposto a maggiore cura rispetto al verso libero, che raccoglie invece “a volo” l’immediatezza di quanto provato emotivamente. Questo suo essere maggiormente pensato lo priva del portato emotivo, la carica emozionale si “scarica” nel meccanismo mentale che sottopone a revisione e critica ogni verso, che lima e aggiusta, vanificando in parte la forza della spontaneità del sentire immediato. Direi che proprio meccanicamente attraverso la maggiore cura stilistica il pensiero disperde il grumo emotivo che fa originare la poesia, è un po’ come fermarsi a riflettere sulle cose, è un contare fino a cento prima di parlare: sono notoriamente pratiche che fanno “sbollire”.

E ecco per finire una o due considerazioni ulteriori sul ruolo e significato della poesia. Il ruolo per il poeta, almeno per quel poeta del verso libero, è quello di convogliare qualcosa che sente e che non può essere espresso per altra via. L’atto di scrivere versi è un sostituto di qualcosa che non si è potuto compiere. Ma perché il verso libero dovrebbe essere miglior raccoglitore di questo portato emotivo più di quanto non possa fare la prosa?

La risposta che fornisco ha a che fare con le regole grammaticali e sintattiche, che imbrigliano l’espressione emotiva, che  invece è esplosiva e immediata. Il tempo impiegato a costruire la frase e il concetto, a rispettare la grammatica e la sintassi, sottrae energia all’emozione originaria, la disperde, la distribuisce. Ma un’emozione distribuita è meno forte, così dispersa in numerosi rivoli di una concentrata in un’unica direzione e per questo motivo in misura minore è in grado di indurre stati emotivi nel lettore. Il verso che mantiene la sua quantità emotiva è un insieme di istantanee, dei flash emotivi che aprono paesaggi e sensazioni, non necessariamente quelli provati dall’autore, ma di sicuro qualcosa traspare, come da un viso di una persona che si autodefinisce imperturbabile, e che invece parla con l’inconsapevole linguaggio del suo corpo.

Razionalità e intuizione

Spesso osservo che anche un discorso ragionato può essere espresso con fervore, purchè i due momenti (fervore e estensione dello scritto) non siano sovrapposti? Si può concepire un ragionamento in stato di alterazione emotiva?
La cosa non è di semplice soluzione.
Vi è di sicuro un'interferenza tra uno stato di collera e la soluzione di un gioco logico. Ma vi è anche interferenza tra uno stato di completa assenza emotiva, come la depressione, e la volontà di risolvere un gioco logico. Qual è dunque la relazione corretta tra emozione e razionalità, tra disposizione emotiva di un individuo (il suo stato dell'umore, la sua motivazione) e capacità di ragionare?
E poi, è sempre vero che scegliere razionalmente è la scelta migliore? Abbiamo visto che non è così, qui, che le decisioni richiedono una sorta di mix dei due aspetti. Però c'è un fraintendimento: emozione e intuizione non sono la stessa cosa. Si può avere un'intuizione anche in assenza di euforia.
Per provare a fare ordine separo quindi i due aspetti: c'è l'emozione da una parte e l'assenza di emozione dall'altra. Euforia e depressione sono due termini che riassumono efficacemente i due concetti.
Poniamo che in assenza di emozione sia difficile anche aver voglia di ragionare. Il che è empiricamente vero.
Resta che aver voglia di ragionare, in qualsiasi termine cioè, sia intuitivamente che razionalmente, necessita di un qualche grado di emozione, di volontà diremo.
Ora, altra cosa empiricamente osservata è che nel pieno dell'enfasi emotiva non siamo così bravi a ragionare. Ne potrebbe conseguire che bassi livelli emotivi (ma non tanto bassi da essere depressi) sono migliori per il ragionamento. Ma, per l'intuizione? Per quel tipo di attività cognitiva così spesso utilizzato nelle nostre decisioni quotidiane, qual è il livello ottimale di emozione?
Un'idea potrebbe essere questa: in realtà l'emozione motiva all'azione e una maggior quantità di emozione sposta l'azione dal reparto verbale a quello motorio. Cioè, è come se dovessimo avviare un'utilitaria o un tir. Per il tir ci vuole una quantità di motore o di avviamento maggiore di quello necessario per l'utilitaria. Il tir, l'apparato motorio, è mastodontico e ha bisogno di strade bel definite mentre l'utilitaria può prendere anche stradine di campagna, poco battute.
Quindi, parzialissima conclusione, dalla stessa parte del livello "giusto" di emozione (nè troppo nè poco) stanno sia la razionalità che l'intuizione. Ma allora, cosa le differenzia?


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