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venerdì 19 agosto 2011

Alla ricerca di una definizione fisica di Dio

credit it.wikipedia
Quando si parla di cosa c'era prima del Big Bang (prima dell'inizio) forse fisica e metafisica pari sono. A volte però la filosofia esagera. Ce ne dà un'idea un filosofo, Antony Flew, famoso ateo convertito alla fede  che nel suo libro Dio esiste  a un certo punto raccoglie i pensieri di un altro filosofo, Richard Swinburne, professore emerito di filosofia ad Oxford
C'è una buona probabilità che Dio, se ne esiste uno, capirà qualcosa dello stato circoscritto e della complessità di un universo. E' molto improbabile che possa esistere un universo non causato ed è invece alquanto più probabile che possa esistere un Dio non causato (grassetto mio). Quindi, la tesi che va dall'esistenza dell'universo all'esistenza di Dio è una buona argomentazione per l'induzione di tipo C.
Mi sembra che il ragionamento in grassetto della citazione qui sopra sia piuttosto difettoso: perchè un universo dovrebbe essere causato mentre un Dio no? Probabilmente perchè un universo deve sottostare a leggi fisiche, scoperte o da scoprire, mentre Dio non sottosta mai a nessuna legge fisica. E' per questo che si può affermare che dove si mette in mezzo Dio, termina la ricerca. Si può agevolmente notare che una spiegazione à la Dio può essere invocata in qualsiasi situazione nella quali ne manchi una: è la risposta buona per tutte le domande, il jolly universale.
Però, dico io, se Dio deve essere, proviamo a ipotizzare che specie di Dio dovrebbe essere. Dico dovrebbe nel senso di identificare qualcuno o qualcosa che sia in grado di dare origine all'universo, con tutto quello che vi è dentro, materia, energia e leggi fisiche. In fondo, i fisici non possono dire di non stare cercando qualcosa di simile, sia con la Teoria della grande unificazione, detta anche Gut, per quel che riguarda l'unificazione delle tre forze fondamentali elettromagnetica, debole e forte, sia con la Teoria del tutto (Toe), che cerca di combinare alle precedenti anche la gravità sia, a maggior ragione, con le teorie riguardanti quello che c'era prima dell'inizio, cioè prima del Big Bang.
Il problema con Dio, però, non è solo legato alla definizione di parametri sufficienti a spiegare l'universo (pur con i limiti stabiliti da Godel, che alcuni ritengono validi anche per la fisica) ma vi è anche il problema riguardante la logica sottostante alla vita, uomo compreso. Perchè,  se molto sbrigativamente i sostenitori di Dio si affrettano ad affermare e Dio creò l'universo, per quanto riguarda invece certe caratteristiche inerenti l'interazione tra umani e per la fede in Dio, sono portati ad essere molto meno sbrigativi e a riempire le loro affermazioni di corpose disquisizioni? Certo, le disquisizioni non riguardano mai i postulati fondamentali ma solo le risposte da dare alle legittime domande dei fedeli, quando questi ultimi scorgono una certa qual discordanza tra i dettami della fede e gli eventi della vita, più o meno drammatici.
E' per questo motivo che non è senza senso cercare di definire un Dio possibile sia dal punto di vista fisico che da quello comportamentale, finendo poi magari per unire le due questioni. 
Anche se i fisici si limitano a considerare solo i fenomeni osservabili e sperimentabili e diffidano di tutto quello che non può essere misurato, la questione di cosa c'era prima dell'universo prende anche loro e non solo i filosofi. 
credit astronomy.swim.edu.au
Per quel che ne sappiamo Dio potrebbe essere proprio quella parte dell'inizio che i fisici chiamano singolarità. Se la singolarità è quello stato in cui la gravità è infinita e se questo stato noi possiamo associarlo (con tutte le cautele) a quello di un egoismo estremo, allora il Big Bang, ovvero l'aprirsi all'esistenza, potrebbe essere visto come una forma di altruismo estremo, un darsi per favorire l'esistenza (degli altri) concetto  in linea con alcune definizioni  di Dio.

giovedì 11 agosto 2011

La forza del pensiero

Un leitmotiv di chi crede in una intelligenza superiore o nello spiritualismo o di chi, in genere, non si accontenta della cruda materia, è il ritenere il pensiero come qualcosa di molto potente. Anche nel concetto di altra vita dopo la morte o in quello di anima è contemplato un giudizio sul pensiero o su ciò che è incorporeo e immateriale come estremamente forte e dalle enormi possibilità.
Solitamente non siamo tanto bravi a concepire forme di vita e modi di vivere diversi dal nostro. Non parlo solo di altri umani o, al limite, del mondo animale tout court. Parlo, per esempio, della vita di un'idea.
Anche un'idea ha una sua propria vita della quale, ogni singolo umano che contribuisce a diffonderla, potrebbe rappresentare una forma della sua fisiologia o una parte del suo metabolismo. Non dobbiamo farci influenzare dalla diversità dei meccanismi e dell'ambiente. In più, un'idea ha una potenziale immortalità che nessuna vita animale possiede ed è possibile ingrandirla, accumulare altre idee insieme a quella originale, farla diventare gigantesca. Si pensi solo,  a titolo d'esempio, alle religioni monoteistiche, a quali mastodonti siano diventate.
Dunque un'idea è una forma di vita, nè più nè meno di qualsiasi altra forma di vita animale o vegetale.

credit university tubingen
Vi è però da fare un'altra considerazione: secondo tutte le evidenze, le forme di vita che noi chiamiamo idee, pur potendo essere potenzialmente immortali, non potrebbero esistere o sopravvivere in assenza di un altro genere di organismi: gli umani. Potremmo definirle organismi parassitari anche se, a onore del vero, pur non potendo sopravvivere in assenza degli umani possono dare anche molto, a quegli stessi umani.

Fatte queste superficiali osservazioni potremmo anche notare un'altra cosa. Nonostante tutto quello che ne pensano coloro che credono in un'Intelligenza superiore o nell'anima, le cose incorporee come l'intelligenza e l'anima, sembrerebbero non riuscire ad interagire direttamente con il nostro mondo materiale (almeno a quello che ci è dato sapere). Hanno bisogno di un corpo materiale per farlo. Questo appare evidente se si considerano gli esempi riportati sopra, cioè le religioni, e si riflette su come sia sempre indispensabile l'agire umano perchè le idee possano imporsi o sopravvivere. E questo accade in ogni ambito, dalle idee politiche alle teorie scientifiche, dal ricordo di una persona cara alle riflessioni sulla nostra vita.
Allora, se le idee vivono e agiscono solo attraverso gli umani, come possono essere alla base della creazione del mondo, tanto per dire? E' chiaro che la domanda ha senso solo se ipotizziamo che tutte le idee sono fatte della stessa materia. Possiamo anche ipotizzarle come agenti in un altro mondo, parallelo o perpendicolare al nostro, nel quale possono agire direttamente, ma per agire nel nostro devono per forza passare attraverso corpi materiali.
Sta di fatto che sembrano dipendere troppo dalla materia del nostro mondo per poter vantare quella indipendenza necessaria, per esempio, a costruirne le leggi. Nel nostro tipo di universo le idee non possono fare nulla direttamente. Anche se gran parte di, se non tutto, quello che ci ha portato la tecnologia lo si deve al mondo delle idee, è solo attraverso la mediazione dei corpi materiali che lo si è potuto realizzare. 
In questo senso, l'intelligenza superiore, segue e non precede il nostro universo.

Queste caratteristiche del mondo delle idee, nel quale è contenuto tutto ciò che non è materiale (si, lo so, è una definizione imprecisa, ma accontentiamoci), e  in cui le singole idee possono sopravvivere anche se il loro creatore originario è morto (a patto che qualcun altro le adotti), sono compatibili con quelle presenti in un qualsiasi ambiente ecologico? E le interazioni tra le idee, sono possibili sempre e solo attraverso la mediazione di cervelli umani?

A un primo e sommario esame sembrerebbe che le idee non godano di autonomia decisionale. Sono, in tutto e per tutto, dipendenti da un ospite, presso il quale o si radicano o vengono combattute o subiscono una qualsiasi altra modifica. Pure, finchè restano nel loro mondo delle idee, non sembrano avere nessuna influenza sul nostro mondo. Per poter agire e sopravvivere devono essere dette o scritte o agite. Non c'è verso.  E anche quando vengono dette, scritte o agite, hanno la stessa intensità della realtà?

Una cosa interessante da osservare è che hanno un comportamento diverso a seconda dei casi (il che, non è che sia una scoperta eccezionale). Per esempio, difficilmente potremmo descrivere a parole il sapore di un alimento o il profumo di un fiore. In questo caso, le idee hanno molta meno intensità della realtà che vogliono descrivere. Però, se la realtà che vogliono descrivere non esiste, la loro intensità sarà paragonabile alla realtà. Per esempio, se volessi parlare dell'anima, essendo una cosa che nessuno ha mai visto o sperimentato in altro modo (almeno credo), una descrizione ben fatta potrebbe avere la stessa intensità di un'esperienza reale.

Ecco che allora le stesse idee possono assurgere a realtà, sempre che non abbiano un omologo reale con il quale confrontarsi, perchè in quel caso perderebbero la sfida. Ma noi sappiamo che le idee possono smuovere i popoli, avere un impatto fortissimo sul reale. Questo non è sorprendente se si adotta il medesimo metodo evidenziato sopra: quando idee e realtà vanno nella stessa direzione (si pensi, ad esempio, alle idee rivoluzionarie in periodi di grande carestia), si alimentano a vicenda; quando idee e realtà vanno in direzioni diverse, solitamente vince la realtà (si pensi, per esempio, ai consigli salutistici o a quelli intesi a far smettere di fumare), e quando vi sono solo le idee perchè quella realtà manca al nostro repertorio di esperienze, allora ovviamente le idee hanno vita facile (penso, per esempio, a tutte quelle idee sulla presunta superiorità razziale).

Queste striminzite casistiche non esauriscono tutto il repertorio ma, con un po' di buona volontà, molti casi apparentemente più complessi possono essere ridotti a questi tre. In linea generale, quando idee e realtà sono in contrasto, vince la realtà. La realtà è più reale delle idee e noi abbiamo una innata preferenza per la realtà.

Per concludere, vi lascio con un paradosso: se una persona volesse, al medesimo tempo, smettere di vivere e continuare a vivere e, per realizzare questo suo desiderio, chiedesse di poter essere messo in una specie di stato vegetativo o, se vi fa meno brutto, in una specie di letargo, nel quale avere un certo controllo del proprio mondo onirico e così letteralmente vivere dentro il proprio sogno, la potremmo chiamare ancora vita?
Per aiutare a raccapezzarcisi dirò che, secondo me, una vita è quella nella quale si può sognare sia ad occhi aperti che ad occhi chiusi e in cui non tutti gli eventi dipendono dal soggetto. Ora, in un sogno a occhi aperti tutti gli eventi dipendono interamente dal soggetto e dunque vivere in un sogno a occhi aperti non è vivere come lo intendiamo noi. Però, vivere in un sogno a occhi chiusi non ti dà il controllo degli accadimenti (anche se lo si può avere) e dunque, se non accadessero cose strampalate o incoerenti, potremmo non accorgerci che stiamo solo sognando e continuare a credere di vivere nella realtà. In quel caso, con le correzioni dette sopra, vivere perfettamente rifornito dal punto di vista biologico con tutte le necessità e vivere la nostra vita mentale (o intellettuale) e di relazione dentro un sogno, dal punto di vista del soggetto, non sarebbe come vivere nella realtà? 



domenica 10 luglio 2011

Dio esiste?

Vi è chi passa tutta la vita a cercare di confutare (e penso vi riesca) l'esistenza di Dio sulle basi che ne offrono le religioni praticate al giorno d'oggi, tra le quali le due più grandi religioni monoteistiche, il Cristianesimo e l'Islam.
La maggior parte delle volte la confutazione poggia direttamente sugli elementi fondanti della dottrina delle religioni, che sono stati scritti in massima parte circa 2000 anni fa. E' naturale che la visione della vita e della natura, la conoscenza dei fenomeni e le regole di convivenza sociale erano parecchio diverse dalle attuali e, per quanto concerne le conoscenze dei fenomeni naturali, estremamente lacunose.
Io non so se questi confutatori si pongono il problema durante il loro lavoro di confutazione, ma io me lo pongo:  come mai il credente, di fronte a ragionamenti stringenti, alla logica impeccabile che distrugge i capisaldi della sua dottrina, non cede di un millimetro, facendosi scivolare di dosso le critiche ragionate come fossero acqua fresca?

In linea generale, non conosco molta gente che non crede a niente.
Come detto, il credente o fedele, crede in un Dio, crede ai Libri sacri, crede ai sacerdoti, ha rispetto dei riti e della sacralità, ha, in buona sostanza, un corpus di credenze che forma la sua personalità e nelle quali si riconosce. Egli crede solo nella misura in cui glielo consente la sua fede. Molto spesso, infatti, la credenza è unita alla superstizione, di cui probabilmente è figlia. Si crede per timore della vendetta o punizione divina, oppure si crede per ringraziare di essere stati accettati (da Dio). Qualunque sia il motivo, il credente comunque ne ha uno, fosse pure la convenienza sociale di essere accettato nella comunità.

Come accennato, vi è una contiguità tra religione e superstizione, che si incontra nel riconoscimento comune di poter influenzare l'andamento degli eventi, spesso solo scongiurando quelli negativi, che sono sempre lì pronti a intervenire. Quindi, comportarsi bene non garantisce cose buone, perchè spesso quelle dipendono molto da se stessi e dagli altri, ma non garantisce nemmeno dalle cose cattive, tranne quelle aggiuntive che potrebbero venire dall'alto. Anche la superstizione si compone di un insieme di riti per scongiurare eventi che potrebbero verificarsi, e che spessissimo servono a evitare guai. In questo modo, la mente umana cerca di difendersi dall'imponderabile, dalla sorte o malasorte, da tutto quello che è al di fuori del suo controllo, di tutti quegli eventi che sfuggono alla sua volontà. I fenomeni meteorologici e climatici innanzitutto, i fenomeni naturali, le malattie, le carestie, tutto quello che è difficile o impossibile da affrontare bisogna guadagnarselo ingraziandosi le entità che controllano tutti questi eventi, Dio incluso.

Questo per quanto riguarda chi fa un utilizzo intensivo del contributo emotivo al modo di conoscere il mondo. Ma in chi usa la ragione? E' presente un modo alternativo di risolvere l'enigma umano, e cioè la conoscenza e il poter influenzare l'andamento degli eventi, o costoro riescono a farne a meno? 

Perchè il segreto, per me, è questo: il controllo degli eventi. La nostra mente ha un disperato bisogno di controllare gli eventi, così come il corpo ha bisogno di controllare lo spazio nel quale si muove. E allora, se questa è un'esigenza che appartiene alla specie, indipendentemente dalla strategia che si utilizza, lo scopo è sempre quello? Supertizione, Dio e scienza sono tre modi di controllare l'imponderabile. Detto grossolanamente dei metodi di superstizione e religione cercherò di illustrare per sommi capi il metodo utilizzato dalla scienza. Il Dio della scienza è il riconoscimento dei fenomeni invarianti, delle regolarità: scomponendo poi i fenomeni  nei loro elementi essenziali, invarianti e regolari, la scienza è in grado di assoggettare il casuale, l'aleatorio e anche l'irreversibile al controllo, anche se virtuale, della conoscenza. Ed è stato dimostrato che, se uno sa a cosa andrà incontro nel breve futuro, sarà soggetto a minore stress. Dunque, così come la superstizione e la religione, anche la scienza cerca le regolarità: la superstizione lo fa opponendo a un certo evento sempre lo stesso rituale (per esempio versare il sale, versare l'olio, come si vede molte di queste pratiche sono legate anche all'idea implicita di scongiurare l'evento, perchè costoso economicamente), e così pure la religione, con le sue pratiche (il battesimo, le funzioni, i rituali ripetuti) e così la scienza (il metodo, la statistica). 
L'idea di controllo degli eventi implicita nella conoscenza scientifica dei fenomeni naturali è paragonabile a quella presente nella religione? Per me  si. Si obietterà che la scienza, molto più spesso della religione, descrive la natura ed è in grado di fare previsioni che si avverano, contrariamente a quasi ogni altra forma di previsione non scientifica. Non è però qui in discussione l'efficacia predittiva di uno dei metodi di conoscenza e controllo degli eventi: interessa, per ora, verificare se, dietro entrambi questi modelli di conoscenza del mondo si cela l'antico tentativo di controllare e prevedere i fenomeni naturali.

Questo fatto, cioè l'apparente uguaglianza dell'esigenza di fondo tra religione e scienza, potrebbe significare che è sempre possibile un passaggio da un versante all'altro, purchè sia conservata la capacità predittiva per il soggetto? Cioè, se la scienza, per un dato individuo, presenta valore predittivo n, nel passaggio alla conoscenza religiosa, se il valore rimane inalterato, possiamo dire che la sua ricerca di controllo è ugualmente soddisfatta? Probabilmente si, ma affermare questo non significa dire che sia facile o possibile passare da un metodo all'altro. In alcuni casi, i due metodi convivono senza apparente contraddizione all'interno del soggetto, a dimostrazione della regolazione fine e molto specifica di ogni ambito: è come se emozione e ragione richiedessero un loro tributo individuale, tale da permettere, per esempio, la possibilità di utilizzarli entrambi, contemporaneamente, senza problemi.

Sto per finire perchè i pezzi lunghi nessuno li legge, su internet.
Nello scienziato credente, ad esempio, ipotizzo che la ricerca che deve esaudire la parte emotiva è legata non tanto al controllo e previsione dei fenomeni naturali quanto ai fenomeni umani e sociali, ai quali fa seguito, come corollario, l'ipotesi di un'entità di riferimento astratta, necessaria per non lasciarsi tormentare dal dubbio.
Mi spiego. In chi cerca il sostegno religioso al proprio agire, che nel caso del cattolicesimo implica anche un certo atteggiamento nei confronti degli altri,  spesso molto costoso, è necessario avere un sistema di riferimento costante, che non sia soggetto a degrado. Questo si spiega facilmente prendendo ad esempio proprio il sistema scientifico: se improvvisamente il metodo utilizzato universalmente in tutte le ricerche scientifiche in tutti i più disparati campi di ricerca fallisse, non sarebbe un colpo micidiale? Il metodo non può fallire (a meno che non sia sostituito da uno migliore), così come le geometrie non euclidee sostituiscono le euclidee là dove le euclidee falliscono, così in ogni campo dell'umana conoscenza vi è bisogno di certezze sulle quali edificare tutto il resto.

Per concludere (solo questo articolo, non il discorso) mi piacerebbe investigare un altro aspetto ancora: se ognuno di noi ha, diciamo, una quantità di emozione e un'altra quantità di ragione da sistemare, in coloro che scelgono di sistemare solo la quantità emotiva (religione) o solo la quantità di ragione (scienza) che accade dell'altra quantità non sistemata? Non sarà per caso che accade che si formano i cosiddetti credenti con velleità di spiegare la fede in maniera razionale o scienziati convinti della scienza in maniera fanatica, fideistica?

mercoledì 5 gennaio 2011

Dio e i linguaggi: considerazioni sulla fallibilità della comunicazione umana

rotoli del mar Morto
Forse l'unico modo che ha, o vuole usare, Dio per parlare con noi è utilizzare un linguaggio che comprendiamo. Se fosse qui, vicino a noi, e noi non fossimo in grado di accorgercene, servirebbe a poco, almeno per quanto riguarda farci sapere che c'è. Per questo tutti i messaggi che lo riguardano risentono della debolezza del linguaggio umano e anche dell'umano sentire.
Ogni comunicazione Dio-uomo avviene tramite via umana: può essere quella del linguaggio verbale oppure quella del linguaggio affettivo. Ma ognuno di questi linguaggi presenta sacche di ambiguità e incomprensione. Come noto, anche le emozioni vogliono trovare casa. Un'emozione non correlata a niente di fisico, cioè senza un riferimento a un oggetto o qualcosa, è un'emozione monca. Ne segue che in questo accoppiamento emozione-correlato si può annidare lo stesso tipo di errore che si annida in ogni abbinamento.
Solitamente gli stati d'animo altrui, quando intensi, sono facilmente individuabili. Così, riusciamo quasi sempre a comprendere lo stato d'animo di una persona, triste, allegra o arrabbiata, se non fa niente per mascherare la cosa.
E ancora, solitamente, noi siamo in grado di assegnare una certa emozione a un evento: abbiamo vinto al gratta e vinci, ci hanno fatto una multa per eccesso di velocità, queste sono situazioni facilmente connotabili, per noi, dal punto di vista emotivo. Altre situazioni lo sono meno.
Alcune volte noi non riusciamo a identificare correttamente lo stato d'animo altrui, vuoi perchè ambiguo o mascherato, vuoi perchè altri segnali ci fuorviano. A maggior ragione questo avviene con il linguaggio verbale: incomprensioni e ambiguità sono all'ordine del giorno. Esiste poi anche un'abitudine di cui fa uso la maggior parte delle persone: e cioè interpretare le situazioni e le parole, adattandole a quello che ci aspettiamo. Quanto volte sarà capitato di dire: ma io avevo capito che..., ma io immaginavo che tu...?
Si completa cioè il messaggio dell'altro dando per scontate cose che in realtà non lo sono. Si sfrutta la consuetudine, nostra, e l'abitudine, pure nostra, per completare il messaggio altrui, a questo punto chiaramente incompleto.
Queste cose, e cioè la fallibilità del linguaggio verbale, assodata e certa, più quella emotiva, seppure di tono minore, porta a una considerazione generale: qualsiasi linguaggio animale presenta un grado variabile di ambiguità e fallibilità. Questa fallibilità probabilmente cresce con il crescere della complessità del linguaggio.
Per esempio: il linguaggio binario usato dai computer è un linguaggio a bassa complessità perchè formato solo da 0 e 1 e, anche se presenta una considerevole complessità sintattica, questa è regolata in maniera ferrea. Una conseguenza di questi fatti è che, solitamente, gli organismi che presentano queste due caratteristiche, bassa complessità rappresentazionale e elevata complessità sintattica, non possiedono autonomia decisionale.
Il computer non si accende da solo; se si accendesse da solo però non saprebbe cosa fare a meno che non ci fosse un  programma che gli dice cosa fare; in più, qualsiasi elemento rappresentazionale non compreso nella sua rappresentazione del mondo non sarebbe preso in considerazione.
Cosa voglio dire? Per esempio: se uno si rivolgesse a noi in questi termini -Appropìnquati, o villico, e accorciami la staffipèndolo, che per il troppo equitare mi s'è alquanto prolissato-[1] quantunque forse faremmo fatica a comprenderlo del tutto pure, domandando una o più volte riusciremmo infine, con tutta probabilità, a intenderlo. Qual è la differenza tra noi e un computer? Noi abbiamo una elevata complessità rappresentazionale (26 simboli alfabetici e 10 simboli numerici, per non parlare degli operatori) ma una bassa complessità sintattica: per esempio, una frase come -qual è la differenza tra noi e un computer?- può essere espressa anche così -qual è tra noi e un computer la differenza?- un po' arcaico e affettato ma comprensibile, oppure ancora -qual è tra noi la differenza e un computer?- sgrammaticato ma ancora intelligibile. Diciamo quindi che, pur essendo vincolante dal punto di vista grammaticale,  ma non così vincolante  dal punto di vista della comprensione, il posizionamento delle parole all'interno di una frase è soggetto a variazione senza perdita di dati. Il più delle volte, però, questo non avviene per un computer: disporre i comandi in maniera disordinata rimanda, il più delle volte, un messaggio di errore.  Diciamo allora che la complessità sintattica, cioè la presenza di regole rigide che vanno scrupolosamente osservate, facilità la comunicazione ma pone il problema della soluzione degli errori.
In più: la complessità rappresentazionale del linguaggio umano, rispetto a quella dei computer, pur dando luogo a una comunicazione più lenta e meno efficace, salva da errori di trasmissione. Per esempio, una frase come quella sopra -qual è la differenza tra noi e un computer?- è leggibile e comprensibile anche dopo alcuni errori -qual è la diffrenz tra noi e un compter?-. Chiaro che se si aumentano gli errori di trasmissione anche questo messaggio diventa incomprensibile, però c'è un limite fino al quale mantiene la sua intelligibilità.
Questo raramente avviene nei computer: provate a digitare un indirizzo internet in cui sia sbagliata una sola lettera e, se non sarà stato previsto dal programmatore,  il computer rimanderà un messaggio di errore (google, per esempio, completa spesso la battitura delle nostre query di ricerca, ma lo fa sfruttando un database di termini già conosciuti, e infatti non funziona con termini a lui sconosciuti).

Torniamo a Dio. Non c'è il rischio per Lui, adottando questi linguaggi così, sommariamente, soggetti ad errore, di non farsi capire? Non c'è la possibilità di un nostro fraintendimento del Suo reale messaggio?
Per me questo problema sussiste. Tanto intensamente che prevedo un suo inutilizzo da parte di Dio. Dio non può utilizzare il linguaggio degli uomini per trasmettere i suoi messaggi: c'è il rischio di una incomprensione, e la possibilità che questa incomprensione abbia gravi conseguenze (ah, già successo?).
Posta allora l'esistenza di Dio, e accettato che Lui abbia necessità di comunicare o trasmettere qualcosa alle Sue creature, affinchè agiscano in un certo modo, qual è il sistema migliore, esente quanto più possibile dall'errore?
Non è vero in assoluto che c'è sempre la possibilità dell'errore all'interno di un messaggio qualsiasi. Se è vero che ogni messaggio umano o di una macchina è comunque soggetto ad errore, non è altrettanto vero che è impossibile trasmettere un qualsivoglia messaggio senza errori. Basta trasmetterlo in maniera ridondante, fugando ogni immaginabile dubbio, tanto per dirne una. Ma è un sistema oneroso, che richiede sforzi ed energie e mal si accorda con un messaggio che si ritiene proveniente da Dio. Infatti, un messaggio proveniente da Dio non può essere composto di tanti distinguo e chiarimenti, perderebbe in autorevolezza.
Ritengo quindi come possibile alternativa quella della comprensione interiore degli eventi. La comprensione interiore delle esperienze è un formidabile sistema per apprendere e formare le convinzioni. Pur essendo soggetta, a volte, come tutto, a dimenticanza, la comprensione interiore può però essere fissata in parole scritte e rievocare, quando letta, in parte l'intensità emotiva originaria.
La comprensione interiore degli eventi ha sempre un costo emotivo, che rende la comprensione stessa più autorevole. Per comprendere però come agisca su di noi senza restare vittima dell'errore insito in ogni linguaggio umano, dobbiamo analizzare questioni legate al ruolo delle comprensioni generali rispetto a quelle che guidano materialmente gli atti. Le prime sono responsabili dell'atteggiamento generale, le seconde delle singole risposte.
(continua...)




[1] Max G. Rusca - Tano Parmeggiani, Scappa scappa galantuomo, p.94

mercoledì 29 dicembre 2010

Se io fossi Dio

Si dice spesso, con un velo di amarezza: nessuno fa niente per niente! Ed è vero. 
Nemmeno chi si cura di te nell'infanzia, i tuoi genitori, lo fa senza alcun motivo. Ciò che li spinge è la forza dei geni, il retaggio filogenetico, che li obbliga a prendersi cura di qualcosa su cui si è investito così tanto. Per parte sua, il piccolo, non è che se ne sta indolente a non far nulla per ottenere queste cure: già l'aspetto fisico contribuisce, per non parlare dei sorrisi e di tutto il repertorio infantile, che sono strategie ottime per avvincere coloro che devono accudirti. E infatti, nei casi più difficili, quando per qualche patologia il piccolo non stimola l'accudimento se non con il solo aspetto fisico, come nel caso dell'autismo, i genitori spesso devono essere aiutati.
Non chi serve al ristorante nè chi visita nel suo ambulatorio, e nemmeno chi ti patrocina davanti al giudice. Ma neanche chi ti ha sposato, chi ti ritrova per parente, o chi è diventato tuo amico: nessuno di costoro, tu compreso, fa niente per niente.
Però, è giusto così. Non è una cosa da "umani", è una cosa naturale. Anche chi presta gratuitamente la sua opera in aiuto ai bisognosi lo fa per un motivo, motivo definibile come altissimo, ma pur sempre per un motivo. Quindi, non dobbiamo scandalizzarci, anche se l'affermazione iniziale "nessuno fa niente per niente" è da noi intesa nel senso che la gente, di solito, agisce per un interesse materiale, e quasi mai agisce per un moto dell'animo, per un impulso solidale. A dirla tutta, questa non è una verità al 100%. Ci si avvicina molto, ma non lo è al 100%, perchè si trova sempre qualcuno che, magari senza ragionare, agendo d'impulso, pure si getta nel pericolo per aiutarti. Pochi, ma ve ne sono.
Lo scettico ha la risposta anche a questo. E' la conseguenza indesiderata di un tratto comportamentale: l'altruismo. Come dire: una conseguenza dell'essere molto alti è la difficoltà di trovare abbigliamento su misura e così una conseguenza dell'essere altruisti è aiutare gli altri, anche se magari non sono tuoi parenti.
Anche in questo caso si può dire: uno che è altruista di suo, se gli capita un fatto che stimola questo suo tratto, agisce generosamente. E' come la madre col suo piccolo: non lo sa, ma molto del suo amore è una questione di come siamo fatti, è una disposizione adattiva, in quelle specie che accudiscono la prole.

Ora,  a costo di apparire blasfemo, mi viene da dire che neanche il concetto più spirituale che possediamo, Dio, fa niente per niente. Egli vuole il nostro amore e il nostro rispetto. Vuole essere pregato per intervenire in nostro favore, si comporta con noi come noi ci comportiamo con gli altri, e chiede che il Suo nome venga pronunciato con rispetto, non invano. Insomma sembra come un genitore un po' severo, con tante regole da rispettare, ma in fondo buono. Egli desidera essere ubbidito, anche se la punizione, molto spesso, è rimandata. Però, nella Sua severità, è anche generosissimo, perchè basta che ti penti -sinceramente- e Lui si scorda tutto.
Egli dunque vuole una dedizione totale a Sè.

Se io fossi Dio però, non vorrei amore per me. Forse neanche questo Dio cristiano lo rivendica a Sè, forse è solo un modo che Lui adotta affinchè prevalga in senso orizzontale l'amore tra gli uomini: obbligare ad amarLo per amare in realtà tutti quanti gli altri. Sta di fatto che molto della dottrina che i suoi rappresentanti in Terra diffondono implica anche un rispetto e un amore personali, riferiti cioè a Lui, come ricompensa dovuta.

Se io fossi Dio desidererei solo il rispetto tra gli uomini, che è un parente alla lontana dell'amore, ma è pur sempre un parente. Però non so dire esattamente perchè vorrei così. Cioè, da umano lo so: ogni cosa che porta beneficio, seppure indiretto, a me è desiderabile. Diffondere rispetto e solidarietà giova a tutti, indistintamente. Nei panni di Dio però, che ovviamente  da questa diffusione non trae nessun giovamento -inteso sia come beneficio indiretto che come beneficio diretto- mi rimane un po' difficile comprendere perchè dovrei farlo. Per quale motivo dovrei volere il bene di tutti, nei panni di Dio? Già altre volte avevo discusso dell'impossibilità di definire il bene assoluto, stante l'evidenza che a volte il bene mio può trasformarsi nel male tuo. E mi chiedevo se si dessero casi in cui potesse esistere un bene assoluto, che non causa cioè nessun danno. Quella volta risposi no.
La diffusione di un rispetto e un amore orizzontale tra gli uomini serve a uno scopo: posto che a volte il bene di uno si trasforma nel male dell'altro, contribuire a diffondere la capacità di sopportare un male lieve in favore di un bene altrui rende la vita migliore. In attesa di scoprire che esiste una vita oltre la morte dobbiamo occuparci della vita prima della morte e cercare di non trasformarla in una lenta agonia. In questo senso, la sopportazione di un piccola privazione a favore dell'altro diffonde uno spirito.
Ma perchè Dio dovrebbe volere l'aumento della felicità generale tra tutti gli uomini? Perchè dovrebbe volere questa diffusione di spirito caritatevole? L'unica cosa che posso pensare, per ora, è questa: evidentemente Egli non vuole (o non può) intervenire direttamente nelle umane cose. Desiderando il bene diffuso quanto più possibile e non volendo intervenire direttamente, Egli potrebbe diffondere questo sentimento nelle menti degli uomini in maniera indiretta, affinchè siano loro stessi a migliorare le loro condizioni.
Resta comunque da capire perchè creare un genere di biologia che non contempla il bene assoluto, in cui mors tua vita mea. Poi, perchè creare un organismo che è in grado di rendersene conto? In fondo, l'ipotesi dell'inesistenza di Dio, seppure meno conveniente a livello individuale (come diceva Pascal), stante queste considerazioni è la cosa più logica da pensare. Ci sono molti meno problemi se si toglie di mezzo Dio, nel senso che non si deve rispondere a così tante domande, a tante altre sì, ma non a queste.
Per concludere, un'ipotesi sulla necessità dell'esistenza di Dio. L'esistenza di una relazione tra eventi che ci capitano e nostri comportamenti è una cosa nota, alla quale indulgono tutti, più o meno. C'è bisogno di una spiegazione ultima, e Dio, nella sua inspiegabilità, lo è.  Ma, come si noterà, ogni popolo crea il suo Dio. E così, il Dio degli ebrei è diverso da quello dei cristiani, che è diverso da quello dei mussulmani che è diverso da quello degli indù e così via. La situazione storica influisce pesantemente sulle caratteristiche divine. Così, il Dio ebraico  è quello della terra promessa, perchè gli ebrei cercavano una terra nella quale crescere senza subire invasioni, quello cristiano è quello degli ultimi, perchè, inizialmente, vi aderirono gli ultimi (gli ultimi saranno i primi Matteo 20, 1-16) eccetera.
fonte comicbookmovie.com
Dio è dunque una ricostruzione mentale del futuro desiderato. Ciò a cui noi tendiamo. Se rimanesse nel suo mondo immaginario servirebbe solo per un attimo, un piccolo frangente di vita, in cui darebbe un po' di sollievo e poi si tornerebbe alla triste realtà. Se invece lo si trasporta nel mondo reale, cercando di sottoporlo alla decisione, allora il suo effetto benefico sarà più duraturo. Come tutte le cose fantastiche portate nella realtà, c'è il problema di mantenere la stessa capacità di essere convincente. Un sogno, per esempio pensare di essere superman, trasportato nella realtà, dove non siamo superman, comporta, per continuare ad essere convincente, che noi confabuliamo, cioè ci auto-convinciamo, dandoci spiegazioni a volte inverosimili, che noi siamo veramente superman ma non ci manifestiamo perchè altrimenti scateneremmo il panico, e così via. Chi confabula nega una realtà discretamente obiettiva per una realtà che conosce lui solo. Se questa realtà che conosce lui solo si riesce a trasferirla ad altri, questo aumenterà la sua credibilità, portando a pensare che questo mondo immaginario, nel quale non si può decidere, per il fatto che tanti altri lo vedono sia in definitiva reale. E così nasce Dio. E così si capisce anche perchè Dio vuole ciò che vuole: perchè così vuole chi lo ha immaginato.





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mercoledì 16 giugno 2010

Dio e i film

Non vorrei che l’accostamento risultasse offensivo, perché non v’è intenzione. Però è importante per me riflettere su questo accostamento. Chi di voi, nell’entrare in un cinema, non sa benissimo che quello che guarderà non è nient’altro che un film? Ma chi di voi, se il film  piace, non si immedesimerà con la storia che racconta?
Perché?

Per farla breve ritengo che vi siano due “osservatori” in ognuno di noi, uno per ciascuna coscienza che abbiamo. Una coscienza primaria, del corpo motorio e una coscienza secondaria, del corpo etereo, che sarebbe poi il linguaggio verbale.

Ora propongo la mia teoria in termini semplici saltando immediatamente alle conclusioni. Andando avanti cercherò di spiegare come vi sono giunto.

Il corpo motorio usa le emozioni come un alfabeto. Allo stesso modo in cui noi abbiamo bisogno delle lettere per parlare o scrivere, così il corpo motorio ha bisogno di un alfabeto, e questo è costituito dalle emozioni.

Avevo definito le emozioni una quantità: ebbene, questo alfabeto non è qualitativo, come quello verbale composto di 26 lettere, ma è quantitativo, composto di più o meno emozione.

Bene, direte voi, ma come si spiega che noi proviamo emozioni diverse a seconda delle situazioni? Per me, la situazione ambientale in cui ci si trova, è l’innesco dell’atto motorio e funzionerebbe più o meno così: c’è un predatore, ho imparato a temerlo e quindi a reagire scappando, il predatore dispone il mio stato mentale in modo tale che io sarò contento di scappare, anche se nel medesimo istante avrò paura.



Durante il film, la nostra coscienza primaria è all’opera tanto quella secondaria ma, rispetto a questa, capisce ben poco. La coscienza primaria è strutturata per reagire direttamente agli eventi, e non a una loro innocua rappresentazione. Anche se anche la coscienza primaria è in grado di empatizzare (recente dimostrazione sui topi), lo fa solo nei confronti di soggetti con i quali ha stabilito una relazione, di parentela, di gabbia e così via.

Per riuscire a capire qualcosa del film e emozionarsi, quindi, la coscienza primaria ha bisogno di qualcuno che traduca per lei quelle cose incomprensibili (se non per  l’intonazione) che sono le parole.

A questo punto faccio due ipotesi. In una, noi non reagiamo emotivamente al significato delle parole, ma alla loro intonazione. La modulazione della voce rappresenta un linguaggio corporeo, di basso livello se confrontato con quello verbale, ma pur sempre in grado di estendere l’ampiezza dei significati possibili. Nell’altra uso il mediatore verbale per tradurre le parole in un linguaggio comprensibile alla coscienza primaria: da questa ipotesi discende anche che sia la coscienza primaria che quella secondaria fanno riferimento a un qualcosa che è la comprensione organica del mondo, e che trova nelle due coscienze due diversi modi di manifestarsi, non esaurendosi però in nessuna delle due .



La sostanza del ragionamento propende dunque per una visione contrastante delle due coscienze, con quella primaria che sembrerebbe avere partita vinta (sempre che il film ci piaccia).



Ma cos’è dunque questa coscienza secondaria, così algida e incapace di affetto, a mio dire, come si rappresenta il mondo, se non lo fa con le quantità che usa l’altra e inoltre, perché le parole, a volte, sono così cariche di emozione, pur se sono “semplici parole”?

Io penso che la coscienza secondaria sappia benissimo che esistono due coscienze, ma siccome questa conoscenza non è associata con niente di emotivo per la coscienza primaria, non si trasforma in conoscenza per quest’ultima. Ma, la schizofrenia, allora?

Nella schizofrenia non si duplica ciò che è già duplice in tutti noi (cioè le due diverse coscienze, diverse perché usano linguaggi diversi) ma solo la coscienza secondaria. Quest’ultima è unitaria in ognuno di noi e quando si duplica allora si perde la correlazione biunivoca coscienza primaria-coscienza secondaria e la nuova coscienza secondaria viene vissuta, dalla primaria, come un altro individuo. Come? Pazienza.

Ho detto che la coscienza secondaria è consapevole dell’esistenza delle due coscienze, però non potendo provare nulla, di per sé, non si cura della cosa. In effetti, penso che la coscienza secondaria si curi soltanto della coerenza all’interno dei suoi sistemi di riferimento.

Quali sarebbero questi sistemi?

Si può affermare che la conoscenza, intesa come le cose che può conoscere un qualsiasi organismo, è unitaria e che quello che si manifesta con le varie coscienze non ne è che una parte, filtrata dal tipo di linguaggio utilizzato?

In questo modo, di una frase del tipo: “lei è un perfetto deficiente!” la coscienza secondaria non si curerebbe, perché non viola nessun parametro che utilizza, se non fosse che il termine “deficiente” attiva una conoscenza del termine che non è solo verbale, è “organica” e come tale può essere fatta propria dalla coscienza primaria.

Perché tutti non reagiscono allo stesso modo a un’ingiuria?

Le differenze sostanziali sono due: valore della conoscenza in ingresso, dipendente dal valore di chi la profferisce, e soddisfazione nel grado di risoluzione del conflitto (per via verbale o per via motoria).

Ho immaginato il linguaggio verbale come la possibilità di uscire dalla dimensione in cui avviene il fatto fisico. E per me, l’evento fisico avviene in un mondo di superfici bidimensionali. In questo mondo uno schermo non traslucente occlude la visuale di quello che c’è dietro, anche se l’umano, dopo una certa età, sa che dietro lo schermo l’oggetto c’è ancora. Il linguaggio verbale non ha problemi a impararlo. La conoscenza del fatto che dietro uno schermo l’oggetto esiste ancora, non è però né della coscienza primaria né di quella secondaria, è dell’organismo, è una conoscenza organica, la quale si manifesta, con diversi gradi di utilizzo, nei due tipi di coscienza.



Ma torniamo al film. Per la coscienza primaria, le emozioni sono quindi lettere dell’alfabeto, con le quali può manifestarsi la sua conoscenza del mondo, su base motoria.

Il tuffo al cuore che proviamo in una situazione di paura, o il languore sperimentato in una piacevole sono dunque i segnali per farci muovere, su nostra scelta e non in automatico come in un riflesso miotatico. Sembrerebbe quindi che la natura preferisca la mediazione della “volontà” del soggetto, anche se il linguaggio emotivo è un linguaggio forte.

Il problema è che se si rimane all’interno di quel linguaggio motorio, non si può scorgere ciò che c’è al di là del puro fenomeno osservato. Che è invece ciò che fa il linguaggio verbale. Andare al di là del momento fisico, dell’immediato.

(continua)

lunedì 14 giugno 2010

Dio è logica o emozione?

Mi ero chiesto, tempo fa, se Dio esiste e vuole parlarmi, farmi sapere qualcosa, come potrebbe fare? La questione non è solo uno stucchevole passatempo, anche se gran parte degli scienziati ritiene che entrambe le posizioni, quella del credente e quella dell’ateo, siano solamente opinioni personali, non essendo la cosa  facilmente studiabile con i normali strumenti a disposizione della scienza.
Però, dall’interrogarsi sul modo di pensare e di intendere che gli viene attribuito, dal tipo di organizzazione vigente in questo universo, e da tanti altri piccoli aneddoti, può venir fuori una specie di modello di Dio, del suo modo di essere, di quello che cerca e di come si manifesta in questo nostro mondo.

Prima cosa: qual è il metodo migliore di comprendere Dio, l’emozione o la ragione, intese qui come contrapposti modi di conoscere?

Dicono che possedere la capacità di immedesimarsi con il dolore altrui, cioè empatizzare, sia una caratteristica cognitiva che aiuta a comprendere Dio. In questo caso, quando noi empatizziamo con una persona sofferente, che non conosciamo, usiamo questa famosa euristica del fast and frugal e deduciamo immediatamente che costui soffre e, se ne siamo capaci, proviamo una stretta al cuore per la sua condizione. Dicono che questa sia una specie di sensazione che prova Lui quando noi compiamo un peccato, quando ci comportiamo male, a prova della capacità di infliggere dolore del nostro comportamento erroneo.

Ma non è solo l’emozione a regolare la comprensione del divino. Se fosse solo quella noi non saremmo nemmeno in grado di elaborarne l’esistenza. In effetti occorre un modo di ragionare più algido, più freddo, come quello della ragione, qualità che molti si affrettano a far provenire direttamente dall’alto.

Dunque, si comprende Dio e con l’emozione (quel qualcosa di inspiegabile che ci fa provare il credere veramente) e con la ragione (tutta la dottrina sulla quale è edificata l’escatologia cristiana), anzi si tende sempre, da parte di chi crede, a prendere il meglio delle due categorie, sì da farne un insieme omogeneo e coerente, almeno dal punto di vista della “logica emotiva”.

C’è un qualcosa di grandioso e misterioso nelle nostre convinzioni, qualcosa di veramente divino, se uno considera la difficoltà di riuscire a scalfirle, dall’esterno. Messi di fronte a prove logiche della inconsistenza delle affermazioni sull’esistenza di Dio, sull’assenza di prove, sulla contraddittorietà di chi propala la fede e così via, costoro di dimostrano più tetragoni al cambiamento del tentativo di unificare relatività e quanti.

La cosa, se ci penso, mi sembra analoga a ciò che avviene, per esempio, con i fenomeni detti illusioni ottiche. Queste illusioni ottiche sono ben note a tutti quanti e possiedono anche una proprietà particolare: anche di fronte alla conoscenza che si tratta di un fenomeno illusorio, noi non smettiamo di “percepire” l’illusione.

I nostri sensi si ribellano alla ragione, vogliono ragionare per conto loro e, ostinatamente e in maniera imperterrita continuano a vedere quello che vogliono. Hai voglia tu a cercare di convincerli che è solo un’illusione: niente da fare.

La cosa bella è anche questa: dietro una percezione si forma una convinzione. Noi in realtà siamo capaci, una volta scoperto il trucco, di guardare con occhio disincantato questi fenomeni, di razionalizzarli e trattarli con sufficienza, relegandoli nel novero dei fenomeni meno evoluti, dal punto di vista cognitivo. Ma è davvero così?

C’è differenza, per voi, tra l’appassionarsi a un film o un romanzo, o l’appassionarsi a un enigma logico? Perché appassionarsi e calarsi nei panni del personaggio di un film o di un romanzo quando sappiamo benissimo che è finzione? Che sono solo attori o personaggi inventati, esistenti solo sulla carta, tutt’al più nella mente dello scrittore?

Perché ci piace la storia, ci appassiona l’intreccio, parteggiamo per questo o quello proprio come accadrebbe nella vita reale e, se queste cose accadono, diciamo che il film ci è piaciuto o che si tratta di un bel romanzo?

Quello che io penso è che in tutti questi casi, nel credere in Dio, nel credere nelle illusioni ottiche e  nel credere ai film, colui che crede sia la nostra coscienza primaria, l’antica, quella che possiedono quasi tutti gli organismi dotati di movimento. Per questa coscienza l’emozione è il modo di dare importanza agli atti, di fare la differenza tra una grattatina e la fuga per la sopravvivenza. L’emozione è il modo che hanno, per esempio, madri e figli di riconoscersi e accettarsi completamente, per il periodo delle cure parentali. È una ragione senza logica perché così è e così deve essere, che crea collegamenti tra due fatti solo perché sono contemporanei, che ci motiva a agire senza bisogno di spiegazioni.

E chissà perché la natura così ha scelto? Almeno per una madre, forse questo è comprensibile. Subito dopo il parto, in un momento di grande sensibilità percettiva, la madre incontra i segnali del figlio, l’odore, la forma, il suono, e l’enorme quantità di neuromodulatori fissa il ricordo per il tempo necessario.

Basterebbe sottrarre il figlio alla madre perché non si compia il miracolo e invece di una stretta relazione avremmo, in molti casi, una fredda indifferenza; oppure potremmo, crudelmente, scambiare il figlio vero con un altro piccolo appena nato, e osservare verificarsi l’imprinting.

Sono prove sufficienti per deciderci a giudicare l’emozione un’attività illogica, anche se spesso funzionale?

(continua)

sabato 8 maggio 2010

Se Dio esistesse e volesse parlarmi, come farebbe?


Premetto che non sono credente, almeno nel Dio delle scritture, vendicativo e selezionatore di buoni, però questa domanda ha un suo fascino.
Ho scartato subito le apparizioni o il sentire le voci, perché facilmente le scambierei per allucinazioni, troppo condizionato forse dai miei studi per credere a questo genere di cose. Forse sulle prime ne rimarrei sorpreso, probabilmente, ma nel seguito elaborerei la cosa rubricandola come allucinazione. Ho studiato troppo a lungo il cervello per lasciarmi convincere dalle possibilità allucinatorie  della mente.
Al tempo! non ho mica detto che non sarei colpito dall’apparizione di una figura divina! Ne sarei colpito, eccome! Ma, con tutta probabilità, in assenza di (ma anche in presenza di) una ripetizione, finirei con il considerarla un parto della mia mente, e non un’entità esterna che mi si palesa.
No, se questo Dio fosse onnipotente e onnisciente, userebbe un sistema diverso.
Un buon sistema sarebbe: facciamolo arrivare da solo, con le sue gambe, dove voglio che arrivi. Lasciamogli sbattere il muso, come si dice.
A questo punto prevengo una possibile critica: ehi bello, ma chi ti credi di essere, perché proprio te pensi di essere il destinatario di un messaggio divino, ti sarai mica montato la testa?
Non pretendo affatto di essere questo prescelto, sto solamente ipotizzando le strategie che dovrebbe utilizzare “quello” per ottenere il suo scopo. Dico questo perché sembra che spesso qualcuno di lassù, o Dio in persona o qualche angelo o santo o la Madonna, ogni tanto si manifesta alle persone, spesso umili, dice qualcosa e poi sparisce. Allora, questo per me significa che all’obiezione che qualcuno potrebbe fare “ma Dio, se vuole, ti fa essere quello che desidera, senza bisogno di tante comunicazioni”, si può rispondere “ma allora perché ogni tanto questi personaggi sentono il bisogno di parlare con noi quaggiù, non potrebbero far essere, quelle persone che decidono di incontrare, perfettamente a conoscenza dei fatti pur senza vederli, tanto gli scettici saranno scettici in ogni caso?”
Questo per me pone un’ipoteca sul fatto che, onnipotenti che siano, e anche secondo quanto riportano le scritture, Dio e gli altri vogliono parlare con gli umani, e i modi preferiti sono o la visione diretta o l’apparizione in sogno, sempre però con la mediazione dei sensi.
Faccio un’altra ipotesi, a questo riguardo.
Mi è capitato di scrivere che persino Dio non può sfuggire alla corruzione del collasso fisico e che quindi un suo gesto perderebbe la caratteristica di assolutezza (nel senso di bontà) ogni qual volta entra in contatto con il nostro mondo fisico, mondo, del resto, da lui costruito. Da ciò dedurrei la sua preferenza per un tipo di azione indiretta, cioè mediata dagli uomini. Anche se mi sfugge il fine ultimo, la trovo una soluzione più credibile.
Prima di approfondire questa ipotesi un’altra premessa, doverosa: la conoscenza attualmente si realizza in due modi –per via logico-deduttiva (scientifica) e per via intuitiva (emotiva). Il secondo metodo, è quello usato più spesso dagli uomini nella loro vita di relazione, e spesso anche in lavori scientifici. L’altra, quella logico-deduttiva, è tipicamente quella della scienza, in cui non si deve valutare in base alle proprie emozioni, ma secondo basi di giudizio stabili e non influenzabili dallo stato d’animo.
Ma non è detto che il modo di conoscere emotivo sia da scartare in senso assoluto sempre e comunque. Anzi. Nel mondo animale si utilizza solo questo metodo. Dunque, al di là di quello che si può pensare (per esempio, un computer utilizza solo il metodo logico per decidere, ma nonostante tutto siamo ancora noi a costruire i computer e non loro noi) il metodo di conoscenza intuitivo ha una sua valenza e importanza, e forse è l’integrazione dei due metodi, più ancora che l’utilizzo di ognuno di essi singolarmente, che conferisce grandi opportunità.
E ora l’ipotesi: se Dio volesse fami conoscere qualcosa me la farebbe provare come esperienza di vita, come evento o fenomeno della mia esistenza, cosa della quale non dubiterei mai, della sua veridicità in  quanto accadimento, della sua irreversibilità, e di tutto quello di collegato che si prova.
Io, ovviamente, non distinguerei in quello che mi accade una mano divina, se non in seguito come ipotesi piuttosto azzardata, però non ne avrei la certezza. Però avrei la sicurezza di agire nei confronti di una realtà che è quella vera, quella del mondo, che esiste indipendentemente da me. Perché la realtà, il nostro mondo, esistono indipendentemente da noi e a nessuno di noi farebbe piacere di sapere che, per dire, la comunicazione della vincita di un bel premio non è un fatto reale ma è avvenuto solo nella nostra testa. Noi alle volte abbiamo bisogno di sognare e di immaginare una realtà diversa da quella che è, per sopportarla meglio, ma vivere nel sogno è vivere in maniera menzognera. Ciò che accade nella ricostruzione mentale deve essere il più aderente possibile al reale, a suo modo per ogni tipo di organismo, pena la errata valutazione dei fenomeni e l’errore nell’output.

Non nego che qualcun altro reagirebbe meglio a un’apparizione. La strategia migliore la lascio a Lui, che ovviamente la conosce (come dire, conosce i suoi polli). Resta evidentemente l’utilizzo di strategie diverse, con inclusa annessione di piccola importanza a questo microbo chiamato uomo.
Spunti di ricerca prossimi.
È possibile vivere come essere umano utilizzando solo la conoscenza e il linguaggio logico-deduttivi?
Il post non è concluso, manca ancora la parte relativa al significato di credere di vivere eventi reali oppure di credere veri eventi irreali.
(to be continued…)

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