Anche se per ora non sono completamente note le cause e possano essere invocati numerosi fattori è importante considerare la depressione una malattia alla stregua di tutte le altre, non frutto del capriccio personale ma, come succede per le altre patologie, con precise origini biologiche. In questo filmato di ASAP science si fa un piccolo riassunto su quanto si conosce della malattia insieme a un buon numero di risorse, compreso un video sulla depressione nei cani (e in altri animali). Sottotitolato in italiano da Simone Gastaldon.
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martedì 2 settembre 2014
mercoledì 22 febbraio 2012
Depressione e invecchiamento (cellulare): un legame
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| imagecredit blogscienze.com |
I telomeri sono sequenze di DNA non codificante poste al termine dei cromosomi. Durante la duplicazione cromosomica per la codifica di una proteina, per esempio, siccome la DNA polimerasi non riesce a duplicare fino alla parte terminale del cromosoma, se questa parte che va persa non fosse non codificante si perderebbero a ogni duplicazione importanti parti di DNA codificante. Infatti i telomeri, ad ogni duplicazione, si accorciano. Quando la sequenza telomerica finisce la cellula invecchia e muore.
E' proprio un accorciamento anomalo quello che hanno trovato Wikgren et alii [2012] e pubblicato su Biological Psychiatry.
Hanno verificato che i soggetti depressi, rispetto ai controlli, presentano sia una ridotta risposta dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HTA), asse che svolge un ruolo fondamentale nella risposta stressoria (ipocortisolismo) che un accorciamento della lunghezza dei telomeri leucocitari (277 base pairs, p = .001). Il livello di risposta allo stress è stato misurato con il dexamethasone suppression test (DST), un test con un soppressore dell'asse HTA, e con un test di autovalutazione.
I risultati sono quelli detti: maggiore accorciamento dei telomeri leucocitari e ipocortisolismo sono le due condizioni riscontrate nei soggetti depressi in misura significativa rispetto ai controlli.
E' da considerare, inoltre, che l'ipocortisolismo è associato con una esposizione cronica allo stress fatto che, unito all'altra scoperta sui telomeri, dispone a una minore risposta allo stress e a un maggior tasso di invecchiamento cellulare.
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Mikael Wikgren, Martin Maripuu, Thomas Karlsson, Katarina Nordfjäll, Jan Bergdahl, Johan Hultdin, Jurgen Del-Favero, Göran Roos, Lars-Göran Nilsson, Rolf Adolfsson, Karl-Fredrik Norrback, Short Telomeres in Depression and the General Population Are Associated with a Hypocortisolemic State, Biological Psychiatry - 15 February 2012 (Vol. 71, Issue 4, Pages 294-300, DOI: 10.1016/j.biopsych.2011.09.015)
venerdì 24 dicembre 2010
L'affettività e le parole, alcune considerazioni tecniche
E così, basta dire a chi è ansioso: ma non preoccuparti! oppure a chi è depresso: ma non ci pensare! pensa piuttosto a goderti la vita! ed è fatta. E invece non è fatta per niente. Non è così facile cambiare, non con semplici parole. Anche se, le semplici parole, possono cambiarci moltissimo, a volte. Ma non quando qualcuno vuole convincerci a modificare il nostro stato d'animo. Forse è perchè quello stato d'animo è il nostro, e anche se ci fa stare male, non vi rinunciamo, perchè sarebbe come rinunciare a una parte di noi stessi. E noi, nonostante tutto, ci vogliamo bene, anche per quello che siamo, anche se siamo così, fatti in modo da farci stare male.Meglio sarebbe, allora, a chi è preoccupato o a chi è triste dire altre cose. Per esempio, spiegare come si affronta personalmente la cosa, parlare, se esistono, delle proprie ansie e dei piccoli stratagemmi per superarle, oppure dire qualcosa di positivo e sentito sull'altro. Diventare umani e fallibili davanti a lui, rappresentare il prototipo di tutti gli altri, non supereroi ma mortali, non infallibili ma fallibili e impauriti.
Forse questo potrebbe essere un modo di aiutare un amico che vediamo triste o preoccupato, oppure triste e preoccupato. Non è portando lui alla nostra altezza ma è scendendo noi alla sua che lo si aiuta, gli si dimostra che la sua non è una bassezza ma un'altezza come tutte le altre, solo, magari, diversa. Perchè queste altezze, queste cose che contrassegnano l'affettività delle persone, non si misurano col metro nè con la bilancia. Però si misurano. Far sentire gli altri diversi non è male, ma deve essere di una diversità uguale, perchè ognuno così vuole essere: diverso da tutti gli altri (cioè con la propria personalità) ma uguale a tutti gli altri (in tutto e per tutto, specie certe persone).
E' solo da quello che il soggetto si auto-costruisce, dal mondo che si auto-spiega che deriva l'infelicità, non dai fatti veri e propri. Ed è in base a queste ricostruzioni che, piano piano, si forma la struttura dei nostri pensieri, quello che pensiamo di noi, del mondo, degli altri. Non è il singolo fatto negativo a ferirci, ma come lo inseriamo nella nostra costruzione, e come ci immaginiamo il suo proseguimento.
A questo insieme di cose si può ovviare, in parte. Se la persona si auto-giudica inferiore agli altri occorrerà farla sentire superiore, almeno in qualcosa, a quasi tutti gli altri, di modo che lei ricostruisca dentro di sè il nuovo mondo con il nuovo sè dentro. Una tecnica è quella ipotizzata sopra e, in generale, funziona meglio con chi non conosciamo bene, per la ripulitura dalle interferenze dovute alla familiarità. Infatti, la familiarità attenua i giudizi, sia in positivo che in negativo.
Da notare che questa della familiarità sarebbe una tecnica eccellente: familiarizzare con le cose sgradevoli porta ad una attenuazione dell'effetto, ma è molto costosa in termini affettivi e difficilmente si riesce ad applicarla da soli.
L'altra tecnica è quella di scendere all'altezza della persona, mostrando come le sue difficoltà appartengono un po' a tutti e che l'unica differenza tra lui e altri è data solo dalla strategia con cui si affrontano gli eventi.
L'insieme delle due tecniche è per me migliore che non ciascuna tecnica da sola. E' chiaro che vi è un notevole gradino emotivo da superare e che l'esecuzione di queste tecniche è pure fondamentale per poter sortire qualche effetto. Così a volte, servono più due parole dette da qualcuno che non ci conosce e non sa niente di noi, che quelle dette con il preciso scopo di aiutarci. Perchè se comprendiamo che ci si vuole aiutare, beh, allora l'effetto benefico diminuisce.
Noi ricostruiamo il mondo in nostra funzione e sappiamo di avere un controllo limitato sugli eventi. Se gli eventi si dimostrano, di loro, benevoli con noi, senza forzature, il loro effetto sarà positivo o più positivo che non se ci scorgiamo un intento, quantunque benevolo. Il fatto di scoprire che qualcuno fa qualcosa per aiutarci ci fa senz'altro piacere, e modifica certamente l'opinione che noi abbiamo di chi ci aiuta, però non ci aiuta a modificare il concetto che abbiamo di noi stessi nel mondo. "Ecco" pensiamo, "X è proprio una brava persona, per fortuna che esistono individui così" ma non sposterà di molto l'idea che ci siamo costruiti su di noi, sul nostro significato e ruolo nel mondo. Per poter cambiare l'idea che abbiamo di noi devono intervenire modifiche strutturali, che ridisegnino il nostro ruolo. Chi ha frequenti episodi di tristezza e ansia, tende a giudicare se stesso in funzione di come si verificano gli eventi su di lui: se sono avversi si tenderà a ritenersi inetti e inadatti, se sono a favore si otterrà un pieno di fiducia. Il problema è che, passando il tempo, il modo di ricostruire il mondo si rinsalda, e se è negativo influenzerà in questo senso il giudizio sugli eventi accidentali. L'aspettativa negativa crea dunque una facilitazione all'etichetta che noi mettiamo a un fatto: è strano, perchè sembrerebbe valere l'ipotesi fatta sopra, ed effettivamente reale, e cioè che il familiarizzare con certi fatti tende a spogliarli del loro carico negativo. Ma in questo caso è diverso: a subire un deterioramento è l'opinione che noi abbiamo di noi stessi. Questo avviene probabilmente perchè certi soggetti sono portati a prolungare gli eventi ben al di là della loro effettiva durata, attraverso il rimuginio.
Allora si potrà forse dire questo: mentre noi possiamo abituarci fisicamente ad alcuni stimoli, aumentandone l'esposizione gradualmente, questo non avviene se lo stimolo prosegue il suo effetto al di là della sua estinzione. La presenza costante dello stimolo anche quando è cessato fisicamente, mantiene il soggetto in uno stato di allerta continuo che non consente i processi di riparazione che permettono l'aumento di resistenza.
Occorre spezzare quel circolo vizioso. E così siamo tornati all'inizio.
Come si fa a modificare questo atteggiamento, che fa parte della personalità del soggetto, senza forzare il soggetto contro se stesso?
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lunedì 1 novembre 2010
Il gioco della Torre di Hanoi o Torre di Londra
Classico gioco di logica, la Torre di Hanoi o Torre di Londra, in cui bisogna trasferire dei blocchetti di varie misure da una torre a un'altra, senza metterne uno grande su uno più piccolo. Per giocare, selezionate un blocchetto e poi la torre sulla quale volete spostarlo. Cliccare playgame per cominciare.
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| (fonte TheBrain) |
Molti lavori clinici realizzati con l'ausilio della diagnostica per immagini hanno evidenziato che durante l'esecuzione di questo gioco vi è una importante attivazione delle aree frontali e specialmente della corteccia prefrontale.
Si tratta quindi di un test utile per verificare l'eventuale compromissione anteriore in soggetti con traumi cerebrali, con depressione o autistici.
Divertitevi.
sabato 23 ottobre 2010
La depressione e la decisione
Il Beck Depression Inventory (BDI) è un test di valutazione del grado di depressione sviluppato dallo psichiatra americano A.T. Beck.Beck è uno dei fondatori della cosiddetta Terapia Cognitiva, un metodo di cura che si basa sul coinvolgimento del paziente e sulla sua interazione con lo psicoterapista, utilizzando la comprensione cognitiva del proprio stato, della distorsione delle proprie idee o del proprio vissuto emotivo e così via. Il BDI si inscrive appunto in quest’ottica ed è diventato presto uno dei questionari di valutazione del grado di severità della depressione più usati.
Si basa su 21 item
- Sadness
- Pessimism
- Past Failure
- Loss of Pleasure
- Guilty Feelings
- Punishments Feelings
- Self-Dislike
- Self-Criticalness
- Suicides Thoughts or Wishes
- Crying
- Agitation
- Loss of Interest
- Indecisiveness
- Worthlessness
- Loss of Energy
- Changes in Sleeping Pattern
- Irritability
- Changes in Appetite
- Concentration Difficulty
- Tiredness or Fatigue
- Lost of Interest in Sex
martedì 29 giugno 2010
Razionalità e intuizione
Spesso osservo che anche un discorso ragionato può essere espresso con fervore, purchè i due momenti (fervore e estensione dello scritto) non siano sovrapposti? Si può concepire un ragionamento in stato di alterazione emotiva?
La cosa non è di semplice soluzione.
Vi è di sicuro un'interferenza tra uno stato di collera e la soluzione di un gioco logico. Ma vi è anche interferenza tra uno stato di completa assenza emotiva, come la depressione, e la volontà di risolvere un gioco logico. Qual è dunque la relazione corretta tra emozione e razionalità, tra disposizione emotiva di un individuo (il suo stato dell'umore, la sua motivazione) e capacità di ragionare?
E poi, è sempre vero che scegliere razionalmente è la scelta migliore? Abbiamo visto che non è così, qui, che le decisioni richiedono una sorta di mix dei due aspetti. Però c'è un fraintendimento: emozione e intuizione non sono la stessa cosa. Si può avere un'intuizione anche in assenza di euforia.
Per provare a fare ordine separo quindi i due aspetti: c'è l'emozione da una parte e l'assenza di emozione dall'altra. Euforia e depressione sono due termini che riassumono efficacemente i due concetti.
Poniamo che in assenza di emozione sia difficile anche aver voglia di ragionare. Il che è empiricamente vero.
Resta che aver voglia di ragionare, in qualsiasi termine cioè, sia intuitivamente che razionalmente, necessita di un qualche grado di emozione, di volontà diremo.
Ora, altra cosa empiricamente osservata è che nel pieno dell'enfasi emotiva non siamo così bravi a ragionare. Ne potrebbe conseguire che bassi livelli emotivi (ma non tanto bassi da essere depressi) sono migliori per il ragionamento. Ma, per l'intuizione? Per quel tipo di attività cognitiva così spesso utilizzato nelle nostre decisioni quotidiane, qual è il livello ottimale di emozione?
Un'idea potrebbe essere questa: in realtà l'emozione motiva all'azione e una maggior quantità di emozione sposta l'azione dal reparto verbale a quello motorio. Cioè, è come se dovessimo avviare un'utilitaria o un tir. Per il tir ci vuole una quantità di motore o di avviamento maggiore di quello necessario per l'utilitaria. Il tir, l'apparato motorio, è mastodontico e ha bisogno di strade bel definite mentre l'utilitaria può prendere anche stradine di campagna, poco battute.
Quindi, parzialissima conclusione, dalla stessa parte del livello "giusto" di emozione (nè troppo nè poco) stanno sia la razionalità che l'intuizione. Ma allora, cosa le differenzia?
martedì 11 maggio 2010
Psicoterapia al telefono nella depressione
In uno studio che ha coinvolto 30 persone con una recente diagnosi di depressione maggiore, la psicoterapia condotta al telefono ha lo stesso effetto di quella nello studio del terapeuta. Le telefonate avevano una durata che andava da 21 a 52 minuti e per tutto il periodo i soggetti non assumevano antidepressivi.
Comparati con un gruppo che effettuava la terapia psicologica di persona, i soggetti che la seguivano al telefono, dopo sei mesi di follow-up, dovevano ricoverarsi nel 42 % di casi, contro il 50 % degli altri.
Dice Diane Spangler, co-autrice dello studio, che l'utilizzo del telefono e magari anche della webcam, è più amichevole, presenta maggior flessibilità rispetto al metodo classico, e in più non ha controindicazioni.
Non tutti sono disponibili per questo genere di terapia. Un terzo di quelli eligibili ha declinato. Ma per quelli che hanno accettato vi sono risparmi economici e non dover aspettare in sala d'attesa.
Anche se il campione è ristretto, i risultati sono in linea con uno studio precedente.
Riferimento:
Steve Tutty, Diane L. Spangler, Landon E. Poppleton, Evette J. Ludman, Gregory E. Simon. Evaluating the Effectiveness of Cognitive-Behavioral Teletherapy in Depressed Adults%u2606. Behavior Therapy, 2010; 41 (2): 229 DOI: 10.1016/j.beth.2009.03.002
Fonte:
Brigham Young University (2010, May 10). Telephone therapy for depression? Study says yes. ScienceDaily. Retrieved May 11, 2010, from http://www.sciencedaily.com /releases/2010/05/100510141729.htm
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