Più d'ogni altro, la patologia o il disturbo che riguarda la sfera mentale/comportamentale, anche se riconosce cause neurologiche, è oggetto di una, a volte consapevole o molte volte inconsapevole, discriminazione. La caratteristica che ci distingue macroscopicamente dagli altri animali è anche un forte segnale sociale di inclusione, mancando la quale mancano spesso gli attributi necessari al pieno riconoscimento reciproco. E' per questo motivo che proprio queste patologie o disturbi devono essere conosciuti dal grande pubblico e ricondotti nell'alveo di tutte le altre malattie, senza un particolare disvalore. L'autismo è uno di quei disturbi della sfera comportamentale che pur riconoscendo cause probabilmente neurologiche, anche se tra i sospettati vi solo cause acquisite, viene generalmente incluso nelle patologie mentali, che hanno appunto lo stigma della malattia indicibile, che non si può dire. E' ovvio che non è spostando l'autismo dalle patologie psichiatriche a quelle neurologiche che gli si riconosce uno status migliore, appunto perchè non vi può e deve essere disitnzione tra i due ambiti. Ma conoscere è un bene sia per la ricerca, perchè può precludere alla cura, sia per la popolazione in generale, perchè spesso ciò che si conosce fa meno paura.
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mercoledì 2 aprile 2014
lunedì 8 novembre 2010
L'interazione sociale inizia già nel grembo materno
Si chiama ecografia quadridimensionale (4D) ed è un'evoluzione della classica ecografia 2D e dell'ecografia 3D. Permette di osservare oggetti tridimensionali in movimento, rispetto a quella 3D che consente solo la visione tridimensionale statica. In questo caso è stata usata da ricercatori italiani per osservare l'interazione fetale all'interno dell'utero materno di feti di circa 14 settimane di vita. Feti di gemelli.
Lo studio, pubblicato su PlosOne, è stato condotto da U. Castiello et al. (2010) ed ha verificato quella che era già una cosa conosciuta (cioè che il feto si muove e interagisce), della quale però non si sapeva ancora se erano movimenti casuali o il risultato di un atto pianificato, insomma una ricerca attiva di contatto. Si è potuto osservare che questi movimenti fetali sono il risultato di atti motori pianificati, una perlustrazione attiva. Questa ricerca dell'interazione avviene, nel caso studiato, verso l'altro gemello, mentre nei feti singoli la perlustrazione è rivolta alle pareti uterine. Si è anche notato che nei gemelli questa interazione, questo movimento finalizzato inizia prima rispetto ai feti singoli, quasi come se la presenza dell'altro agisse da stimolatore all'interazione.
Una possibile applicazione di questi studi, che testimoniano dell'interazione sociale precoce, è anche quella di verificare se l'interazione fetale finalizzata, nel caso dei bambini autistici, possa essere ritardata o mancare del tutto.
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lunedì 1 novembre 2010
Il gioco della Torre di Hanoi o Torre di Londra
Classico gioco di logica, la Torre di Hanoi o Torre di Londra, in cui bisogna trasferire dei blocchetti di varie misure da una torre a un'altra, senza metterne uno grande su uno più piccolo. Per giocare, selezionate un blocchetto e poi la torre sulla quale volete spostarlo. Cliccare playgame per cominciare.
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| (fonte TheBrain) |
Molti lavori clinici realizzati con l'ausilio della diagnostica per immagini hanno evidenziato che durante l'esecuzione di questo gioco vi è una importante attivazione delle aree frontali e specialmente della corteccia prefrontale.
Si tratta quindi di un test utile per verificare l'eventuale compromissione anteriore in soggetti con traumi cerebrali, con depressione o autistici.
Divertitevi.
giovedì 8 luglio 2010
Subitizzare come discrimine emotivo-razionale
Gli autistici spesso possiedono una elevata capacità di subitizzare. Allora mi chiedo se esiste una relazione tra preminenza del versante emotivo e ridotta capacità di subitizzare e preminenza di quello razionale nella elevata caratteristica di subitizzare. Dal punto di vista emotivo, sapere che di fronte a te ci sono tre o dieci avversari, cambia poco. Tre sono pericolosi come dieci, basta saper subitizzare fino a quella cifra per innescare un comportamento fortemente emotivo. L’aumento degli elementi subitizzati senza bisogno di contare può significare un minore impegno del comparto emotivo. Se il segnale invece di andare direttamente alla corteccia motoria per l’azione, si ramifica nella stazione precedente, quella che subitizza fino a pochi elementi, allora c’è più spazio per sapere istantaneamente e conseguentemente si riduce la possibilità di azione.
Dal punto di vista filogenetico, per tutte quelle specie che subitizzano, non vi è molta differenza tra i pochi subitizzati e i molti contati, soprattutto se è richiesta una reazione veloce: l’impegno emotivo presente nella rilevazione subitizzata impedisce al segnale pre-motorio di propagarsi concentrando le risorse per l’azione. Questa specificità rimane probabilmente anche in quei casi in cui non vi è un pericolo di vita e sarebbe accettabile anche una risposta dilazionata, ma facilmente il sistema anziché complicarsi rischiando magari di commettere errori rimane nella condizione conosciuta che garantisce sempre risposte rapide. È quella che potremo definire una conseguenza dell’attenzione continua richiesta alla maggioranza degli animali per salvarsi la vita.
Extrastriato medio occipitale e aree intraparietali sono le zone coinvolte sia nel subitizzare che nel contare rilevate alla PET da Piazza et alii (Piazza et alii 2002). Una differenza osservata tra le due attività è la maggior estensione dell’attivazione delle aree occipito-parietali nel contare rispetto al subitizzare (da 6 a 9 vs da 1 a 4). Questi risultati sono quindi a favore dell’utilizzo delle medesime aree cerebrali nei due procedimenti, con variazione solo dell’ampiezza dell’area attivata in un caso rispetto all’altro.
È nota l’abilità di alcuni savants di subitizzare un elevato numero di elementi o di sapere istantaneamente che giorno della settimana sarà la data del tuo compleanno tra ventisei anni oppure di individuare i numeri primi superiori a sei cifre. Per testare se questo effetto può essere indotto in soggetti normali, Snyder et alii (Snyder et alii 2006) li hanno sottoposto alla condizione che normalmente proverebbero i savants, inibendo il lobo temporale anteriore sinistro con una stimolazione magnetica transcranica ripetuta (rTMS). Dei dodici soggetti sottoposti, dieci hanno migliorato la loro capacità di subitizzare subito dopo la stimolazione e otto di questi hanno peggiorato la loro capacità di subitizzare non appena gli effetti della stimolazione sono spariti.
È bene chiarire che tra autismo e savant non c’è questa biunivocità completa. Circa il 50% dei savants è anche autistico, mentre tra gli autistici solo un 10% possiede le capacità dei savant (Hiles 2002).
(continua)
Riferimenti bibliografici.
Manuela Piazza, Andrea Mechelli, Brian Butterworth, Cathy J. Price, Are Subitizing and Counting Implemented as Separate or Functionally Overlapping Processes?, NeuroImage, Volume 15, Issue 2, February 2002, Pages 435-446, ISSN 1053-8119, DOI: 10.1006/nimg.2001.0980.
(http://www.sciencedirect.com/science/article/B6WNP-4575RMW-D/2/36398300c991eb7e6f0b570aaa4414a7)
Snyder A, Bahramali H, Hawker T, Mitchell D J, 2006, "Savant-like numerosity skills revealed in normal people by magnetic pulses" Perception 35(6) 837 – 845
Dave Hiles , 2002 http://www.psy.dmu.ac.uk/drhiles/Savant%20Syndrome.htm
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domenica 23 maggio 2010
Regolarità
Il concetto di regolarità mi è venuto in mente leggendo, per l’ennesima volta, quest’altro concetto, ubiquitario e onnipervasivo: teoria della mente, e del fatto che, per esempio, agli affetti da autismo o meglio agli affetti da disturbi dello spettro dell’autismo, manchi una teoria della mente.
Pensavo questo: se la teoria della mente è un metodo per estrarre delle regolarità da quello che sembra caotico e disordinato, allora è possibile che gli autistici manchino di questa possibilità e per tale motivo il mondo relazionale con gli altri che loro vedono è troppo disordinato e irregolare, per essere “gestito” convenientemente, e quindi per loro incomprensibile, e dunque se ne ritirano?
Cosa succederebbe se le nostre “regolarità” cognitive crollassero?
Se, per esempio, invece della certezza miliardaria (nel senso che dura da 4,5 miliardi di anni) che il sole sorge ogni mattina e tramonta ogni sera, ci fosse una sorta di lotteria, in cui fino all’ultimo non si sa se l’indomani mattina sorge oppure no, come la prenderemmo? Se a ogni risveglio, invece del “rassicurante” contenitore che ci ospita sin dalla nascita trovassimo un altro corpo, magari dell’altro sesso, oppure di un attore ricco e famoso oppure quello di un carcerato condannato all’ergastolo, con tutto il portato esistenziale e di relazione della nuova situazione, cosa proveremmo? Sicuri che non ci faremmo prendere dall’ansia per quello che il prossimo risveglio potrebbe portarci?
Anche io cerco regolarità. Quando un comportamento manifestato come risposta a uno stesso stimolo si presenta, in individui diversi, un numero di volte superiore alla pura casualità, ci troviamo di fronte a una regolarità, e la regolarità ha un significato.
Per tornare agli autistici, se noi osservassimo che ogni autistico ha un suo proprio insieme di sintomi, diverso da quello di tutti gli altri, ecco che ci troveremmo di fronte a una non malattia, perché mancando l’elemento di regolarità, che può essere trattato (come dato), confrontato, se ne può fare un grafico, una statistica e così via, ecco che non si potrebbe fare nulla del genere, ci troveremmo di fronte a tante descrizioni sintomatologiche quanti sono i pazienti sicuri, la prossima volta, di averne una ancora diversa.
Però questo fatto della regolarità intra-autistica, mi fa riflettere che ogni raggruppamento possiede una regolarità, sia quello degli autistici che quello dei “normali”. Da questo deduco che la regolarità circoscrive qualcosa che può essere studiato, ma non ci dice molto sul fatto che una qualunque regolarità sia una cosa desiderabile o meno.
(continua)
lunedì 17 maggio 2010
Autismo e neuroni specchio: cade l'ipotesi di una disfunzione?
In un recente articolo su Neuron [1] alcuni ricercatori hanno cercato di verificare se l'ipotesi del malfunzionamento del sistema dei neuroni specchio sia una caratteristica degli autistici. Come noto, l'ipotesi era stata fatta sia dal gruppo di Rizzolatti [2], da Ramachandran [3], da Iacoboni [4] e appariva come una spiegazione pertinente per una delle disfunzioni tipiche di questa patologia, la ridotta o assente interazione sociale.
Il risultato di questo studio è però in disaccordo con questa ipotesi, non rilevando differenze tra controlli e autistici. Entrambi sono stati sottoposti a test di verifica dell'attivazione delle aree dei neuroni specchio (aIPS -solco intraparietale anteriore- vPM -area ventrale premotoria-) per mezzo della fMRI: i soggetti dovevano osservare passivamente dei movimenti della mano in un esperimento e eseguirli attivamente in un altro.
E' stata inoltre verificato anche l'adattamento selettivo al movimento, che significa che un'area sottoposta a una ripetizione continua e monotona riduce la sua frequenza di scarica. Anche in questo caso non si è trovata differenza tra i due gruppi.Che implicazioni può avere questa scoperta sul presunto ruolo dei neuroni specchio nel deficit interattivo degli autistici? L'assenza di una diversità di risposta induce a ritenere che siano altre le cause che co-occorrono nel manifestare i sintomi oppure che il ruolo dei neuroni specchio nell'interazione sociale è assente?
Propendo per la prima ipotesi.
Anche se si ritenesse che il sistema dei neuroni specchio è identico nei due gruppi troppo forti sono le prove a favore di un suo coinvolgimento nella "comprensione" degli stati e atti motori altrui per negargli un ruolo essenziale. Piuttosto può essere coinvolta la "risposta" a tali comprensioni, che riguarda tutti gli atti e gli atteggiamenti da esibire per interagire con gli altri. I neuroni specchio effettuano una comprensione motoria, alla quale deve essere affiancata una quantità emotiva necessaria alla realizzazione degli atti.
Se quest'ultimo sistema è compromesso, il risultato potrebbee essere quello osservato nell'autismo.
[1]Ilan Dinstein, Cibu Thomas, Kate Humphreys, Nancy Minshew, Marlene Behrmann, David J. Heeger, Normal Movement Selectivity in Autism, Neuron, Volume 66, Issue 3, 461-469, 13 May 2010
[2] Rizzolatti, G., Fabbri-Destro, M., and Cattaneo, L.,Mirror neurons and their clinical relevance,. (2009) Nat. Clin. Pract. Neurol. 5, 24–34
[3] Oberman, L.M., and Ramachandran, V.S., The simulating social mind: the role of the mirror neuron system and simulation in the social and communicative deficits of autism spectrum disorders,(2007) Psychol. Bull. 133, 310–327
[4] Iacoboni, M., and Dapretto, M., The mirror neuron system and the consequences of its dysfunction(2006) Nat. Rev. Neurosci. 7, 942–951
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martedì 20 aprile 2010
Immagini del cervello nell'autismo
Grazie a una nuova combinazione di tecniche di neuroimmagine, che dicono mai provata, si scopre che le persone autistiche presentano delle differenze neuroanatomiche rispetto ai controlli, nelle aree cerebrali coinvolte nella cognizione sociale, nella comunicazione e nella ripetitività. Le due tecniche sono la cortical thickness (CT) una misura dello spessore corticale e la voxel-based morphometry (VBM) cioè la morfometria basata sull'indagine voxel (pixel volumetrici).
Queste differenze strutturali riguardano soprattutto un aumento di materia grigia sia nelle aree sopra dette sia in quelle relative alla percezione visiva e uditiva. Già quest'altro studio del 1999 mostrava un aumento di materia grigia nelle aree peri-amigdaloidi, nel cervelletto e nel gyrus medio temporale.
Gli autori interpretano questi dati strutturali come un correlato dell'atipicità visiva e uditiva dei soggetti autistici e come supporto del modello dell'aumento percettivo di Mottron.
Uno spunto che vorrei aggiungere è questo: questi autori sembrano quasi ventilare l'ipotesi che un aumento di alcune capacità, il cui correlato sarebbe il parallelo aumento (o, a volte, una diminuzione) di materia grigia (corpo dei neuroni non mielinizzati) e che esita in quella che noi definiamo una patologia, può essere visto come una maggiorazione di alcune funzioni, tra le quali quelle legate all'amigdala, per esempio, comportano una maggiore elaborazione nel campo della sensazione di paura legata a qualsiasi evento, o, per quelle legate alla percezione visiva, sottraendo energie che potrebbero essere impiegate per la gestione del contatto emotivo.
Uno spunto che vorrei aggiungere è questo: questi autori sembrano quasi ventilare l'ipotesi che un aumento di alcune capacità, il cui correlato sarebbe il parallelo aumento (o, a volte, una diminuzione) di materia grigia (corpo dei neuroni non mielinizzati) e che esita in quella che noi definiamo una patologia, può essere visto come una maggiorazione di alcune funzioni, tra le quali quelle legate all'amigdala, per esempio, comportano una maggiore elaborazione nel campo della sensazione di paura legata a qualsiasi evento, o, per quelle legate alla percezione visiva, sottraendo energie che potrebbero essere impiegate per la gestione del contatto emotivo.
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