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martedì 26 giugno 2012

La credibilità dei giornalisti (ovvero l'Espresso e il Movimento 5 Stelle)

Ricordo un celebre film dal titolo Quarto Potere, la storia di un magnate che acquista un giornale, l'Inquirer, fino a farlo diventare "un impero che dominava un impero", sottinteso un impero della stampa che dominava l'impero degli imperi, quello americano.
Anche se il titolo originale del film non richiamava espressamente il potere della carta stampata, senza dubbio il riferimento era al genere di  influenza che l'editoria può ottenere nei confronti della società. Quarto potere è quello che viene, per estensione, dietro la tripartizione classica dei poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ora, senza pretendere per questo genere di attività umana (il giornalismo) lo status di potere vero e proprio è sufficiente però annettergli il ruolo di cane da guardia della democrazia, nel senso di agire da controllore degli altri tre poteri, di fare da mediatore tra istituzioni e opinione pubblica, senza lasciare che i cittadini ascoltino solo la voce istituzionale, che alle volte può essere edulcorata.
Fatta questa veloce premessa, e posto come condizione essenziale che sono gli oggetti stessi da controllare che hanno bisogno di essere controllati, perchè il potere ammalia e sconvolge i buoni sentimenti, ci si aspetta come minimo che questi cosiddetti mastini della democrazia, questi segugi dell'inciucio, questi scopritori di magagne siano, come minimo, onesti nei confronti di coloro che rappresentano il punto di riferimento del loro operare, i cittadini-lettori, perchè la verità è un bene in se stessa.

sabato 31 marzo 2012

Calearo: con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo da 12.000 euro al mese

Questi sono i nostri parlamentari: non vanno in Parlamento perchè non vogliono essere quelli che premono solo un pulsante, ma chiaramente lo stipendio lo prendono. E intanto  l'onorevole Calearo, per sua stessa ammissione alla Zanzara su Radio 24, con quello stipendio si paga il mutuo della nuova casa da 12.000 euro al mese. Gentilmente offerto dal popolo italiano.


mercoledì 4 gennaio 2012

Non solo stipendi parlamentari: può uno stenografo del Parlamento guadagnare come il Re di Spagna?

presa della Bastiglia
Piano piano ecco che vengono fuori le verità nascoste, trasformate in diritti acquisiti e intoccabili, che non riguardano solo la parte elettiva dei dipendenti pubblici ma anche quella assunta. E così, sul Corriere, grazie al solito duo Rizzo-Stella, si apprende che dopo gli attacchi da destra e da sinistra (dell'opinione pubblica) sugli stipendi dei parlamentari, il Questore leghista Paolo Franco si lascia andare a pesanti commenti
«Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto»
Ma chi li ha fatti questi contratti? Non saremo stati per caso noi, senza saperlo? Non era lui stesso al governo fino a qualche mese fa? Sentite come proseguono Rizzo e Stella
Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.
Ma non è finita qui. Sentite
 Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l'Espresso, 485 mila euro l'anno. Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica. 
Come è possibile continuare a mantenere questi assurdi privilegi e, peggio ancora, come è stato possibile arrivare a questi obbrobri, quando  la gente si toglie la vita perchè non ha più soldi? E' uno scandalo enorme, taciuto e nascosto che ora viene fuori solo perchè i politici sono aggrediti dall'opinione pubblica. Alzi la mano chi non si sente scandalizzato da questi trattamenti mentre il popolo è affamato. Occorre una rivoluzione, pacifica, ma occorre una rivoluzione. Questo governo dei tecnici non è in grado di farla, si vada subito alle elezioni e si spazzi via la classe politica che ha dato origine a tutti questi disgustosi privilegi per questa parte di dipendenti pubblici. Si metta subito una pesante tassa su questi stipendi da nababbi e si ponga immediatamente fine a questi anacronistici privilegi di supercasta. Ma nè questo  Governo nè questo Parlamento vogliono farlo. Per una volta ha ragione la Lega: elezioni subito.

venerdì 26 agosto 2011

L'antipolitica, le altre caste e il diritto-dovere di critica

Peppino Caldarola su Linkiesta fa notare che quegli stessi giornalisti che strepitano per i pasti parlamentari a pochi euro, mangiano in realtà anche loro a quella mensa.
Peccato che nessun giornale abbia scritto che questi ristoranti sono frequentati dal ghota del giornalismo italiano e da quasi tutti i cronisti parlamentari. è buffo che si siano accorti dei privilegi, di cui hanno goduto, solo ora e che nessuno abbia scritto che il pasto del parlamentare aveva lo stesso costo di quello del cronista che ne riportava fedelmente il pensiero.
Anche sul versante pensioni Caldarola ha un pensiero critico
 Peccato che tutti i grandi gruppi editoriali, anche quelli che più si scandalizzano, hanno fatto ricorso, e ne faranno, ancora ai pensionamenti anticipati mandando a casa fior di cronisti, inviati e commentatori ben prima del compimento dei sessantanni. 
E dunque? Il suo pensiero nasce dalla constatazione che
I giornali, praticamente tutti, anche quelli di destra, sono diventati i megafoni dell'antipolitica.
Ed è vero. Anche giornali tendenzialmente filogovernativi mettono giù i loro carichi: scrivere male dei politici e della politica fa vendere copie e regala popolarità. Si chiama seguire l'onda. E fa bene Caldarola a stigmatizzarlo.
Dico a Caldarola che la sua osservazione è giusta,  però bisogna considerare che non è al giornalista che si chiede la coerenza tra quello che dice e come si comporta, almeno finchè non è pagato con soldi pubblici. Solo a quelle categorie pagate con soldi pubblici, e massimamente a chi decide, io chiedo coerenza tra le parole e i fatti. Il giornalista che approfitta di un menù a bassissimo prezzo adotta un comportamento umano, anche se disdicevole. Ma non è stato lui a creare le condizioni per quei ristoranti a prezzi bassissimi. Le condizioni le hanno create i politici. La battaglia della carta stampata sull'allungamento dell'età pensionabile si scontra, come racconta, con una prassi che è tutto il suo contrario. Ancora una volta è vero. Ma chi le ha fatte quelle norme? Chi ha permesso che avvenisse? 
E' senz'altro più apprezzabile se il fustigatore dei costumi, il critico impietoso del malcostume o l'autore di inchieste rivelatrici è egli stesso coerente con quanto denuncia, ma non è indispensabile, e l'esserlo non renderà i suoi articoli più veritieri. Perchè è questo che a me interessa: che quello che il giornalista scrive sia vero. Poi ci sarà qualcuno, un altro giornalista, che svelerà i privilegi della casta dei giornalisti.

Ma l'antipolitica, se la politica è questa qui (quella che almeno crediamo di conoscere), non è il male: questa antipolitica è il bene. In realtà, non vi è una particolare recrudescenza della classe politica attuale rispetto a quella passata, vi è piuttosto un continuum rispetto alla cosiddetta Prima Repubblica. Questa continuità la si deve al fatto che da noi entrare in politica significa volerci rimanere finchè si respira. Non è come negli altri paesi dove, una volta finito il mandato, il politico torna a fare quello che faceva prima o si inventa un nuovo lavoro, come Bill Clinton, Tony Blair, e come probabilmente accadrà al dimissionario Zapatero. Qui da noi i politici si vogliono incistare nelle istituzioni senza più mollare la presa. Purtroppo, per fare questo, devono crearsi una serie di alleanze alle quali si arriva solo ponendo i propri uomini nelle poltrone giuste, facendo favori, creandosi il proprio bacino elettorale, insomma mettendo in atto tutte quelle pratiche extra-politiche (nel senso che non hanno niente a che fare con la vocazione politica vera) che gli permetteranno di godere di una carriera eterna.
E' per questo che la scrittura delle leggi segue percorsi tutti particolari, prima quello delle esigenze di carriera, poi quello dovuto alla frustata dell'indignazione popolare. E' per questo che la politica ama frammischiarsi con il mondo degli affari, per mettere in atto la prassi del do ut des, ed è per questo che siamo il paese delle infrastrutture incompiute e dei costi decuplicati.
E' sempre la solita politica, e dunque è anche sempre la solita antipolitica. E' la stessa cosa che accadeva ai tempi d'oro della Prima Repubblica, non è cambiato niente, se non che qualche protagonista ha lasciato per raggiunti limiti di età, ma la dinamica è la stessa.
Ed è per questo motivo che, ogni tanto, ogni 50 o 60 anni, sarebbe bene fare una pulizia profonda e ricominciare. 

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