C'è un magistrato di nome Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria noto per la sua lotta alla mafia, che da 29 anni si occupa di crimini e che era stato indicato, recentemente, come possibile candidato al Ministero della Giustizia. Sfumata quella possibilità gli è stato chiesto di presiedere una commissione per la riforma della legislazione antimafia, cosa che lui ha accettato (gratuitamente), insediandosi il 31 luglio. Alla festa del Fatto Quotidiano, insieme all'ex magistrato Bruno Tinti e al giudice della Corte di Cassazione Antonio Esposito (famoso per quella telefonata su una sentenza su Berlusconi), intervistato dal giornalista Marco Lillo, spiega la sua riforma e, indirettamente, chi è Nicola Gratteri e perchè non è diventato ministro.
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domenica 7 settembre 2014
mercoledì 19 dicembre 2012
Giustizia online: il processo civile telematico. Presentazione a Palazzo Chigi
Il senso di giustizia è una di quelle guide che improntano la vita di gran parte delle persone. Non è sempre allineato su desiderabili standard di obiettività ma, in generale, è un sentimento con il quale facciamo così spesso i conti che, pur se a volte viziato da partigianeria, pure è sufficientemente sviluppato per rispondere ad una delle esigenze fondamentali della convivenza.
La giustizia è non solo il senso delle cose giuste e di quelle ingiuste, delle azioni che facciamo o di quelle che riceviamo nella vita di tutti i giorni, ma è anche la giustizia dei tribunali, luoghi nei quali la domanda di risoluzione di conflitti o dei giusti riconoscimenti spesso trova un ostacolo insormontabile,sì da farci guadagnare la maglia nera mondiale della lentezza della macchina della giustizia.
Tanto per avere qualche dato su questa lentezza basti sapere che
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sabato 11 agosto 2012
Giustizia: tutti i tribunali soppressi e quanto si risparmia
A volte l'esiguità dei risparmio non è comunque una buona ragione per non farlo. Accade anche alla riforma dei tribunali del Ministro Severino (tecnicamente decreto legislativo di revisione delle circoscrizioni giudiziarie): 667 sedi del giudice di pace, 220 sedi distaccate dei tribunali e 31 tribunali soppressi comportano, secondo quanto riporta il Corriere, 80 milioni di euro di risparmi, interamente dovuti ai costi di affitto immobiliare, spalmati in tre anni [vedi Corriere: Cambiato un sistema vecchio di 150 anni].Faccio notare che una cosa come i consigli di amministrazione di società totalmente o parzialmente pubbliche, che in parte si è cominciato a tagliare, incidono per 2,5 miliardi l'anno e lì i risparmi potrebbero essere molto più decisi e inoltre, adeguare costo e numero dei consiglieri regionali a quelli di Emilia-Romagna e Lombardia porterebbe, secondo alcuni, a un risparmio di 1,2 miliardi. Per questo, nel mentre si eliminano gli sprechi (dove ci sono) sono soddisfatto, ma non se si eliminano quelli da pochi euro, mentre quelli più corposi, e politicamente ben difesi, rimangono.
Intanto, per chi volesse l'elenco di tutte le sedi distaccate e di tutti i tribunali soppressi, è disponibile sul sito del Ministero della Giustizia:
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martedì 10 luglio 2012
Le diverse facce della giustizia: rinchiusa per colpa di un farmaco, libero anche se ha ucciso
Due vicende ravvicinate con due esisti, per ora, diversi e apparentemente incongrui ed emblematici: chi dovrebbe star fuori sta dentro e chi dovrebbe star dentro sta fuori.
Una è una donna che i farmaci trasformerebbero fino a farle assumere i tratti del persecutore (a sentire il fidanzato e a vedere la decisione del tribunale); l'altro è un minorenne (forse), che travolge e uccide un vigile in bicicletta e poi scappa all'estero.
Una è stata condannata ed è rimasta in manicomio fino a poco tempo fa a causa, probabilmente, degli effetti di un farmaco, l'altro rischia, a quanto riporta il Corriere, di non fare neanche un giorno di carcere, a causa della probabile minore età al momento del fatto.
Due vicende in cui il senso di giustizia va dalla parte opposta rispetto a quello deciso dai tribunali o a quanto stabilisce la legge.
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domenica 13 maggio 2012
La mediazione civile e la giustizia ordinaria. Confronto statistico
Dal 28 marzo 2011, ricordano sul sito del Governo che pubblica questi dati statistici, è diventato obbligatorio ricorrere alla mediazione civile per la risoluzione di cause civili, allo scopo di alleggerire il sistema giudiziario.
Tra le controversie civili che devono effettuare questo primo passaggio figurano
diritti reali (distanze nelle costruzioni, usufrutto e servitù di passaggio ecc.), divisione , successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento danni da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari. [Mediazione obbligatoria, dal Ministero i dati statistici]
Il Ministero della Giustizia ha prodotto le statistiche sull'andamento di questa normativa. Periodo di riferimento 21 marzo 2011 - 31 marzo 2012.
Procedimenti iscritti: definiti e pendenti.
lunedì 12 marzo 2012
Giustizia e Rai: a in Mezz'ora di Lucia Annunziata il Presidente Schifani
Il Governo Monti può occuparsi di Giustizia e Rai? è la domanda d'esordio di Lucia Annunziata al Presidente del Senato Schifani. Lunga premessa: il Pdl sostiene il Governo a proprio rischio (vedi rottura con la Lega) e dunque non è in discussione il supporto a Monti.
Ma con qualche distinguo: per quanto riguarda i temi di natura economica via libera al Governo, però per altri temi i partiti e il Parlamento hanno la preminenza. Insomma c'è un perimetro intorno a quello che il Governo può fare.
In un momento in cui c'è pacificazione tra le forze politiche si può cercare di trovare l'accordo (su questioni come Rai e Giustizia), esordisce Schifani. Peccato che nel dire queste parole Schifani si impappini su pacificazione, ad indicare che forse nemmeno lui ci crede troppo. Ma a parte le osservazioni semiserie, i due nervi scoperti di Rai e Giustizia sono argomenti che stanno troppo a cuore al PdL per lasciarle affrontare unicamente dal Governo.
E così, se sulla Rai Schifani non va al di là di un insieme di buone intenzioni e luoghi comuni, stimolando la battuta dell'Annunziata su una sorta di governo tecnico anche per la Rai, sulla Giustizia le convinzioni sono più precise e puntuali: intercettazioni, responsabilità civile magistrati, sono i due cavalli di battaglia del partito di cui fa parte e che spettano al Parlamento (sottinteso non al Governo).
Si parla anche della sentenza Dell'Utri: Schifani auspica che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia tipicizzato dal Parlamento. Ma da quale Parlamento, questo?
Spazio anche per il revival di indagini sugli attentati Falcone-Borsellino, ma qui riprende la sequela di luoghi comuni. Clicca sull'immagine per vedere la trasmissione.
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domenica 29 gennaio 2012
Inaugurazione Anno Giudiziario 2012: l'intervento del Ministro della Giustizia. Testo completo
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Questo è il testo completo, disponibile sul sito del Ministero della Giustizia, dell'intervento del guardasigilli Paola Severino, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2012.
domenica 13 novembre 2011
Dei delitti e delle pene: dalla giustizia retributiva alla mediazione penale
In extremis, uscendo dalla libreria già con un buon carico, con la coda dell'occhio scorgo su una copertina il nome di Gherardo Colombo. Allora mi fermo e osservo meglio cos'è che ha attirato la mia attenzione. E' un esile volumetto dell'ex magistrato, dal titolo accattivante Il perdono responsabile. Una rapida occhiata al contenuto mi convince a comprarlo. Per riassumere l'argomento di questo scritto dell'ex magistrato cito il sottotitolo
Si può educare il bene attraverso il male?
Le alternative alla punizione e alle pene tradizionali
L'idea portante del volume è che spesso il sistema della giustizia penale italiana, che è basato sulla giusta retribuzione della pena, è un sistema che porta all'esclusione, all'isolamento, a far sopportare al colpevole la stessa sofferenza che ha inflitto alla vittima e che, così facendo, non mira al recupero del reo e non influisce affatto sulla recidiva.
L'alternativa è l'inclusione e il perdono, attraverso un procedimento non ancora attivo nel nostro paese, anche se la Raccomandazione n. (99)19 del Consiglio d'Europa del 1999 invitava gli Stati membri a procedere in tal senso.
Di che si tratta? Si tratta della mediazione penale, definita come
qualsiasi procedura per la quale vittima e colpevole sono messi in condizione, se vi consentono liberamente, di partecipare attivamente alla soluzione delle difficoltà derivanti dal reato con l'aiuto di una terza parte imparziale (il mediatore). [pag. 105]
Quindi qualsiasi tentativo di non concepire la detenzione come pura e semplice repressione, insieme a tutti gli strumenti adatti al reinserimento, come affidamento sociale, lavori socialmente utili, scolarizzazione, partecipazione a gruppi di discussione, e così via.
La premessa è che, appunto, l'attuale sistema di gestione della giustizia penale basato sulla pena retributiva, in pratica la condanna penale, alla quale si deve aggiungere l'aggravante del sovraffollamento delle carceri, l'enorme numero di suicidi (1 ogni 1000 detenuti all'anno), di tentati suicidi (1 ogni 100 detenuti all'anno) e l'elevatissimo numero di atti di autolesionismo (1 ogni 10 detenuti all'anno) [1], non costituisce affatto una deterrenza al delinquere anzi, considerato l'aspetto esclusivo (nel senso che esclude il reo dalla società, anche quando viene scarcerato) contribuisce all'aumento delle recidive, facendo sentire il reo come un reietto, un escluso da quella società che dunque non egli non si perita di aggredire.
La premessa è che, appunto, l'attuale sistema di gestione della giustizia penale basato sulla pena retributiva, in pratica la condanna penale, alla quale si deve aggiungere l'aggravante del sovraffollamento delle carceri, l'enorme numero di suicidi (1 ogni 1000 detenuti all'anno), di tentati suicidi (1 ogni 100 detenuti all'anno) e l'elevatissimo numero di atti di autolesionismo (1 ogni 10 detenuti all'anno) [1], non costituisce affatto una deterrenza al delinquere anzi, considerato l'aspetto esclusivo (nel senso che esclude il reo dalla società, anche quando viene scarcerato) contribuisce all'aumento delle recidive, facendo sentire il reo come un reietto, un escluso da quella società che dunque non egli non si perita di aggredire.
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| imagecredit ristretti.it |
Ad avvalorare la tesi che la pena alternativa è più funzionale alla riduzione della recidiva cita alcuni dati (utilizzo come fonte la stessa di Colombo cioè il sito www.ristretti.it). Per esempio, i recidivi dopo affidamento sociale rappresentano il 19% degli affidati (1.677 su 8.817, anno 2005) [2], mentre per la popolazione carceraria che sconta il periodo detentivo in carcere il tasso di recidiva, analizzato per classi di età, è il seguente [3]
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| imagecredti giustiziaminorile.it |
Vi è anche una statistica delle recidive rispetto a chi ha beneficiato dell'indulto, precisamente l'ultimo del 2006 [4]. Su 27.083 che hanno beneficiato dell'indulto (di cui 16.690 italiani e 10.393 stranieri), 7594 sono stati arrestati di nuovo, con un tasso di recidiva del 28% circa.
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| imagecredit ristretti.it |
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| source altrodiritto.unifi.it |
Egli sostiene (non da solo) che il contatto tra vittima e colpevole (con la conseguente mediazione della pena, che comporta per il colpevole la presa visione e il carico emotivo delle sue azioni, all'interno della società e non marginalizzandolo e così incoraggiandolo a prendere le distanze dal reato) contribuisca al superamento del trauma della vittima (grazie alla umanizzazione del colpevole) e alla interiorizzazione da parte del colpevole del suo reato (grazie all'inclusione all'interno del sistema affettivo vittima-colpevole e non alla sua esclusione).
Non è dunque dal comminare la giusta pena detentiva che si otterrebbe il massimo beneficio per la società, stante il più alto numero di recidive dopo detenzione in carcere rispetto, per esempio, alle pene alternative. Ma non apporterebbe nemmeno il beneficio sperato alla vittima forse, non più, almeno, di un confronto aperto e mediato tra i due soggetti, in cui la vittima possa superare il trauma della violenza e il colpevole, come detto, attraverso l'elaborazione dei propri atti, comprenderne il portato traumatico.
Tra gli esempi citati in questo senso vi sono il recente caso di un ventenne ucciso in una discussione con un coetaneo la cui madre è capace di perdonare l'assassino del figlio
"Sono preoccupata per quello che dovranno affrontare nelle prossime settimane il ragazzo e la sua famiglia. Non proverò mai odio per nessuno e spero tanto che anche gli amici di Lorenzo facciano altrettanto...Sicuramente quel ragazzo non voleva uccidere mio figlio. Non si è reso conto di quello che stava facendo." [pag. 11]
e quello di alcuni brigatisti rossi, nello specifico quelli che avevano ucciso Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, scossi profondamente nell'animo dopo che il figlio minore di Bachelet aveva pregato per loro e annunciato il suo perdono.
E' opportuno fare dei distinguo, però. Specialmente nel secondo caso, quello dei brigatisti rossi, molto colpiti e profondamente scossi a livello interiore, occorre notare che i reati connessi a questa tipologia sociale non sono quelli definibili come reati comuni, essendo i brigatisti mossi da intenti profondamente ideologici ed essendo loro stessi individui acculturati o dediti alle letture. Questo serve a spiegare come sia stato possibile nel loro caso, e in altri sempre riguardanti brigatisti o terroristi degli anni di piombo, ottenere una modifica e un pentimento così sostanziale una volta verificata tutta la portata emotiva e umana dei loro atti. A questo ha sicuramente contribuito il livello intellettuale e le motivazioni che spingevano ad agire questi soggetti, motivazioni dalle quali non era esclusa la capacità di comprendere lo stato d'animo delle persone offese o dei più deboli, quale poteva essere la classe operaia.
Non è quindi facilmente generalizzabile la conversione del reo, in considerazione appunto della variabilità delle motivazioni a delinquere e della diversità culturale dei soggetti che delinquono. Questa frase, ad esempio, mi viene in mente se penso ai criminali mafiosi
E' dunque da una oculata e attenta gestione di questa mediazione penale o alternativa alla pena detentiva che potrebbe scaturire un ottimo sistema preventivo della recidiva; dall'inclusione di quei soggetti, penso ai minorenni, per esempio o ai delinquenti occasionali o non abituali che meglio potrebbero rispondere, nell'ottica di massimizzare entrambi gli aspetti, recupero della vittima e protezione del benessere sociale.
Termino con una considerazione che sarà occasione di un approfondimento successivo. In generale, sia all'interno di una società che nell'interazione personale hanno notevole importanza le dinamiche affettive e quelle per stabilire le gerarchie. E' noto che in una società nella quale le gerarchie siano stabilite in modo chiaro e accettato da tutti vi sono meno conflitti. Però si parla soprattutto di primati non umani. Anche se l'assunto resta valido probabilmente in ogni aggregato animale l'uomo, essendo dotato di capacità cognitive superiori agli altri primati, è naturalmente votato all'instabilità. Due sono, tendenzialmente, le caratteristiche che si possono opporre all'instabilità di un aggregato umano: l'autorità, nella quale la disposizione gerarchica è rigida e strettamente controllata, e l'autorevolezza, nella quale si attiva l'autocontrollo. Nel caso dell'autorità, l'accettazione della propria posizione e del proprio ruolo è in funzione della capacità di controllare gli altri e far rispettare la propria volontà da parte dell'autorità per cui, tutto quello che sfugge al controllo autoritario è libero di manifestarsi. L'autorevolezza, tramite l'autocontrollo, ovvia a questo problema. Anche quando l'autorità non riesce a controllarti o non è così severa nel far rispettare il proprio volere, l'autocontrollo agisce come mediatore e controllore.
Naturalmente, nessuna società, per quanto dittatoriale o anarchica possa essere, può dirsi completamente autoritaria o autorevole. E' sempre un insieme delle due caratteristiche, diversamente mescolate. E' però di notevole interesse cercare di capire come si riescono a manifestare queste caratteristiche e quali presupposti necessitano all'interno del singolo individuo per palesarsi.
In più, non può essere escluso dal discorso l'aspetto psicologico dell'interazione, dalla definizione del quale può seguire una migliore comprensione delle implicazioni morali e delle dinamiche affettive presenti in ogni rapporto e anche in base a queste prendere le migliori decisioni.
Non è quindi facilmente generalizzabile la conversione del reo, in considerazione appunto della variabilità delle motivazioni a delinquere e della diversità culturale dei soggetti che delinquono. Questa frase, ad esempio, mi viene in mente se penso ai criminali mafiosi
"La gente sono vermi e devono rimanere vermi"[4]che, francamente, non sembrerebbe lasciare molto spazio a una conversione.
E' dunque da una oculata e attenta gestione di questa mediazione penale o alternativa alla pena detentiva che potrebbe scaturire un ottimo sistema preventivo della recidiva; dall'inclusione di quei soggetti, penso ai minorenni, per esempio o ai delinquenti occasionali o non abituali che meglio potrebbero rispondere, nell'ottica di massimizzare entrambi gli aspetti, recupero della vittima e protezione del benessere sociale.
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Naturalmente, nessuna società, per quanto dittatoriale o anarchica possa essere, può dirsi completamente autoritaria o autorevole. E' sempre un insieme delle due caratteristiche, diversamente mescolate. E' però di notevole interesse cercare di capire come si riescono a manifestare queste caratteristiche e quali presupposti necessitano all'interno del singolo individuo per palesarsi.
In più, non può essere escluso dal discorso l'aspetto psicologico dell'interazione, dalla definizione del quale può seguire una migliore comprensione delle implicazioni morali e delle dinamiche affettive presenti in ogni rapporto e anche in base a queste prendere le migliori decisioni.
Gherardo Colombo, Il perdono responsabile, Ponte alle Grazie 2011 (i numeri di pagina in parentesi quadra nell'articolo si riferiscono al volume)
[1] Ministero Giustizia: statistiche sui suicidi in carcere dal 2004 al 2007 (pdf)
[2] Giustizia: statistiche sulla recidiva tra gli affidati ai servizi sociali (pdf)
[3] Giustizia minorile
[4] Roberto Saviano, Gomorra, 2006
sabato 15 ottobre 2011
Equità ed altruismo in bambini di 15 mesi
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| credit greatergood.berkeley.edu |
Michael Tomasello è convinto che l'altruismo sia una caratteristica innata negli umani, contrariamente a quello che accade negli scimpanzè o in altri primati non umani. A dar manforte questa tesi vi è questo lavoro pubblicato su Plos One [Schmidt and Sommerville 2011] che ha studiato il comportamento altruistico e il senso di equità e giustizia in soggetti di 15 mesi di età. In genere si riteneva che la manifestazione dei primi comportamenti altruistici si verificasse durante l'infanzia; gli autori di questo lavoro invece pensano di aver dimostrato che questo atteggiamento è rilevabile già a poco più di un anno dalla nascita. Fondamentalmente due gli aspetti investigati dagli studiosi: la sensibilità all'equità e la volontà di condividere. Uno dei pochi sistemi di verifica utilizzabili con soggetti di questa età è il paradigma VOE, violation-of-expectation cioè paradigma della violazione dell'aspettativa e l'osservazione del comportamento esplicito in compiti di condivisione.
Equità.
Il paradigma VOE utilizzato in questo lavoro consisteva nel far vedere ai bambini due filmati: in uno l'attore versava del latte e in un altro distribuiva dei cracker; il momento in cui versava o distribuiva era mascherato da uno schermo nero. La fase di test presentava due quadri: D con una distribuzione equa dei crackers o del latte in un contesto sociale (presenza di altri attori) ed E con una distribuzione non equa dei crackers o del latte, sempre in un contesto sociale. La medesima distribuzione di crackers e latte veniva offerta anche in assenza di contesto sociale F-G (vedi Fig. 1)
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| Fig. 1 credit plos one |
Il risultato dell'esperimento è stato che i bambini hanno osservato per un tempo del 15% superiore il quadro E (test) nel quale la distribuzione di crackers o latte non era equa rispetto a quella in cui era equa, all'interno del contesto sociale, mentre quando la distribuzione non equa avveniva in assenza di contesto sociale G (post-test) non vi era differenza di tempo di fissazione, a dimostrazione, forse, che è proprio il contesto sociale in cui avviene la distribuzione iniqua, quello che viola l'aspettativa di equità dei bambini (Fig. 2). Vi era anche assoluta uguaglianza di risultati indipendentemente dal fatto che si usassero crackers o latte.
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| Fig. 2 credit plos one |
Altruismo.
L'esperimento sull'altruismo vedeva la presenza di due attori, uno familiare e l'altro non familiare. Al bambino veniva chiesto di scegliere uno di due giocattoli posti sopra un tavolo. Una volta preso il giocattolo, l'attore familiare consegnava al bambino anche l'altro giocattolo. A questo punto interveniva l'attore non familiare che cominciava a chiedere con insistenza un giocattolo. Quale giocattolo avrebbero regalato i bambini? Dei 26 bambini che condivisero un giocattolo, 12 condivisero il giocattolo preferito (32%, condivisori altruisti), 14 diedero il giocattolo non preferito (37%, condivisori egoisti) mentre 12 (32%) non condivisero affatto.
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| Fig. 3 credit plos one |
Allo scopo di verificare se vi era correlazione tra aspettativa di equità e altruismo, i dati sono stati sottoposti ad analisi. Si sono confrontati condivisori altruisti e condivisori egoisti con il tempo di fissazione del test VOE. E i risultati, riassunti nella Fig. 4, sono stati estremamente significativi: il 92% dei condivisori altruisti aveva guardato più a lungo il quadro con la distribuzione iniqua dell'esperimento dei crackers, mentre i condivisori egoisti e i non condivisori avevano guardato più a lungo il quadro con la distribuzione equa.
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| Fig. 4 credit plos one |
Il risultato era quindi una relazione tra condivisori altruisti e interesse morale a una distribuzione equa, che in questo caso era costituita dalla distribuzione dei crackers o del latte, mentre tra condivisori egoisti e non condivisori non vi era preferenza morale tra distribuzione equa o iniqua.
Sembrerebbe dunque che il senso della giustizia, il desiderio di imparzialità abbiano uno sviluppo precoce e siano presenti anche quando, obiettivamente, non sono ancora stati appresi, a significare che sono forse caratteristiche innate. C'è però da considerare che questo comportamento altruistico e improntato all'equità non è il più diffuso in assoluto: il comportamento più diffuso è quello di condivisore egoista. Comunque, la presenza di questi condivisori altruisti anche in così tenera età è un fatto che sembrerebbe accertato, ancora più rilevante se ci si aggiunge che la quasi totalità di questi altruisti ha implicazioni morali e rimane più colpito da una distribuzione iniqua di risorse che da una equa.
Schmidt MFH, Sommerville JA, 2011 Fairness Expectations and Altruistic Sharing in 15-Month-Old Human Infants. PLoS ONE 6(10): e23223.doi:10.1371/journal.pone.0023223
sabato 8 ottobre 2011
L'Italia e la giustizia inconcludente: il caso Knox-Sollecito-Kercher e gli altri
La sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Perugia ha ribaltato, pochi giorni fa, quella di primo grado che aveva condannato la Knox e Sollecito per l'uccisione di Meredith Kercher. L'evento non riguardava solo il nostro paese ma anche altri due stati: America e Regno Unito. Proprio da quest'ultimo paese, quello di appartenenza della vittima, parte quest'articolo uscito sul Guardian a firma di Tobias Jones, giornalista e scrittore inglese, vissuto per qualche tempo in Italia, tempo sufficiente per scrivere un libro intitolato Il cuore oscuro dell'Italia, che a suo tempo lessi.
Il titolo originale recita Amanda Knox case is typical of Italy's inconclusive justice, in cui spicca quell'inconclusive (inconcludente) non troppo lusinghiero, anche se i fatti potrebbero dare ragione all'autore. Utilizzo la traduzione realizzata da Presseurope che invece titola Un paese senza colpevoli.
La sostanza del discorso è questa: da voi in Italia non si riesce mai ad arrivare a una sentenza certa e definitiva. E' una grave pecca questa, per l'autore, che impedisce di risolvere i casi e stabilire in via definitiva se uno è colpevole o innocente. Ne sappiamo qualcosa. Da voi è stato sempre così, continua
Per l’assassinio di Pierpaolo Pasolini nel 1975, per l’incidente di Ustica che fece 81 vittime nel 1980, per l’attentato alla stazionea di Bologna che ne fece 85 nello stesso anno, per l’attentato di Piazza Fontana (1969, 17 vittime), per i 16 omicidi del mostro di Firenze dal 1968 al 1985, per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972 e per il caso Cogne nel 2002 non si è mai arrivati a una sentenza soddisfacente: in nessuno di questi casi si è potuto parlare di un verdetto convincente e definitivo. L’Italia si divide in “innocentisti” e “colpevolisti”, e le polemiche si trascinano per decenni.
Che a noi italiani poi piaccia schierarci con l'uno o con l'altro e poi discutere a lungo dell'argomento, e non solo per questioni di colpevolezza/innocenza è cosa nota, specie se si considera che, a quanto riporta Jones
Secondo un primo calcolo il caso Kercher ha già dato vita a 11 libri e un film.
Affermazione che prendo per buona e che non ho verificato ma che può essere anche ritenuta attendibile se si confronta il dato con le trasmissioni televisive realizzate su casi come questo, dati sempre forniti da Jones
Dal 2005 al 2010 i sette telegiornali nazionali di prima serata hanno dedicato 941 notizie al delitto Kercher, 759 all’omicidio di Garlasco (2007), 538 all'omicidio del piccolo Tommaso Onofri (2006) e 508 al delitto di Cogne.
Citando Repubblica, Jones delinea una sorta di piacere dello spettatore, quasi come se si trovasse davanti ad uno spettacolo cinematografico o a una telenovela
Come ha scritto di recente La Repubblica, questi casi diventano popolari in quanto “generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano: ma toccano gli ‘altri’. È come sporgersi sull'orlo del precipizio e ritrarsi all'ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere”.
Anche i film generano angoscia ma insieme rassicurano e appagano, appunto perchè pur riuscendo a immedesimarci con i protagonisti sappiamo di non esserne coinvolti personalmente e sperimentiamo solo la parte "buona" delle emozioni. Ma questo piacere per gli episodi di cronaca (nera o d'altro colore) e questo culto per la discussione infinita c'entrano qualcosa con la qualità della giustizia italiana? L'articolo non lo chiarisce, si accontenta di fornire una descrizione di italianità, la quale permeerebbe sia gli ambienti televisivi in cui ci si intrattiene discutendo di cronaca sia quelli delle aule di tribunale. Però, nel finale lancia un piccolo affondoEsistono tuttavia anche motivi più banali per cui sembra che la giustizia in Italia non stabilisca mai nulla. In parte è una questione di meritocrazia: in un paese nel quale le nomine sono decise per nepotismo più che per competenza, forse è inevitabile che ogni indagine presenti qualche lacuna e che gli avvocati riescano a individuarle. Spesso un processo equo è impossibile perché non c’è una giuria (non nel senso britannico, almeno) e non esiste il concetto di sub judice, quindi i dettagli più intriganti arrivano spesso alla stampa tramite soffiate prima ancora che il processo abbia inizio.
Torna fuori la meritocrazia e il suo contrario, il nepotismo o familismo amorale che dir si voglia.
Per ora chiudo qui, ma voglio approfondire la questione del legame tra percezione del livello della giustizia e altri indici socio-economici, per vedere se c'è relazione tra modello giurisprudenziale e sviluppo sociale, economico, culturale e politico di un paese.
domenica 17 aprile 2011
Tempo di amministrative. Parte la campagna elettorale del premier: giustizia, stampa, istruzione e televisione sono tutte di sinistra
A metà maggio (15 e 16) ci saranno le elezioni amministrative. 1310 i comuni in cui si andrà al voto, 11 province e 1 regione. Ecco il dettaglio fornito dal sito del governo
Sono 1310 i comuni italiani che andranno al voto nelle elezioni amministrative del 2011, e tra questi, 11 le città che vantano una popolazione superiore a 100.00 abitanti: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Cagliari, Rimini, Salerno, Latina e Novara. Arezzo, Barletta e Catanzaro, appena sotto i 100.000. Sono 7, invece, i comuni con meno di 100 abitanti.
26 i comuni capoluoghi di provincia in cui si voterà, tra cui sette capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Catanzaro e Cagliari).
Si voterà anche per il rinnovo degli organi elettivi della regione Molise e di undici amministrazioni provinciali: Reggio Calabria, Ravenna, Trieste, Gorizia, Mantova, Pavia, Macerata, Campobasso, Vercelli, Lucca, Treviso.
Bene, fatte queste premesse, si può leggere nella giusta ottica l'affondo del premier, che amplia il suo raggio d'azione: magistratura, scuola, famiglia. Due cardini e mezzo dell'elettorato moderato (cattolico). L'idea è sempre la stessa: snidare i comunisti che si sono incistati dappertutto: giustizia, stampa, istruzione, televisione. Fra un po' tocca a internet.
Sulla scuola
Sulla magistratura
Fonte dati
Elezioni amministrative 2011
martedì 5 aprile 2011
Un'idea di giustizia
Una delle teorie della giustizia che prediligo è quella di John Rawls. Il legislatore scrive le leggi senza sapere che ruolo ha nella società. Ipotesi valida anche se difficile da realizzare. Occorrerebbe conoscere la dinamica sociale scordandosi di sè: una sorta di amnesia selettiva.Anche gli animali hanno un senso della giustizia. Frans de Waal ha studiato le società degli scimpanzè per molti anni. Definisce il senso di giustizia tra queste antropomorfe come il senso di una regolarità sociale. Cioè: l'insieme della aspettative di come uno deve essere trattato e come deve trattare gli altri. Pur essendo una società non giusta, secondo i nostri parametri, quella degli scimpanzè pure obbedisce a regole che garantiscono i subordinati: se è vero che i dominanti hanno privilegi pure non possono agire da aguzzini nei confronti dei subordinati. Non è cosa infrequente osservare il maschio alfa consolare un subordinato che poco prima aveva maltrattato. Questo fatto ha uno scopo strategico: il mantenimento del potere si basa su un miscuglio di totalitarismo e democrazia e il maschio alfa ha tutto l'interesse a non catalizzare su di sè l'odio di tutti i possibili contendenti.
Sue Savage-Rumbaug, citata da de Waal, riporta il caso di una bonobo alla quale venne portato del cibo più buono rispetto a tutti gli altri i quali, dalle loro gabbie, si misero immediatamente a urlare. A questo punto la femmina di bonobo chiese del succo di frutta e quando glielo portarono indicò di darlo anche ai suoi amici. O almeno, lei indicò le loro gabbie ed emise delle vocalizzazioni e la ricercatrice immaginò che intendesse questo.
Sempre secondo de Waal esiste un legame tra giustizia e risentimento. Questo si ricollega all'idea di Rawls: un legislatore che non conosce il proprio ruolo nella società non può attirarsi nessun risentimento, perchè non agirà per favorire l'uno o l'altro. E dunque le sue leggi saranno improntate al massimo della giustizia possibile.
E' simile, nell'effetto, a quello che dice Brian Skyrms, citato da D. Dennett. Nel gioco della divisione della torta ci si può accordare come segue: ognuno scrive la percentuale di torta che vuole su un foglietto. Si consegnano i due foglietti a un giudice: se la somma delle due percentuali è sopra 100, la torta se la mangia il giudice, altrimenti distribuisce a ognuno la percentuale scelta. La strategia migliore è 50-50 (anche se non la sola, secondo Skyrms), la cosiddetta ESS (Evolutionarily Stable Strategy, strategia evolutivamente stabile). Che è anche una divisione considerabile giusta dalla maggior parte delle persone.
L'idea di giustizia non è però immune al riconoscere privilegi. Per esempio, ad un Capo dello Stato senza potere legislativo o esecutivo sarebbero riconosciuti privilegi senza suscitare risentimento. In questo caso, dunque, il senso di giustizia non verrebbe intaccato dall'eventuale presenza di ingiustizie perchè colui che riceve i privilegi non ha il potere di scriverseli da sè.
Dice Zagrebelsky nell'introduzione a Concetto e validità del diritto di R. Alexy
L'appello al diritto naturale oggi -ha scritto Carl Schmitt- suonerebbe come un grido di guerra civile. E' un'affermazione che è facile comprendere e condividere. Ma, altrettanto comprensibilmente, si potrebbe aggiungere che anche l'appello a un positivismo meramente legalistico dell'ita lex, all'epoca nostra, suonerebbe allo stesso modo.
L'idea di giustizia che abbiamo non è solo quella vigente nei tribunali o nei rapporti con le istituzioni. Anche nel rapporto con i nostri familiari, amici o vicini noi utilizziamo l'idea di giustizia.
Un'altra ipotesi legata all'idea di giustizia la propongono due ricercatrici americane. Il risultato del loro studio riguarda il senso di giustizia come controllo della loro vita: le donne che avevano subito eventi sessisti avevano la convinzione che la loro vita fosse meno giusta e che ne avessero un minore controllo. Quindi giustizia come capacità di controllo. Non solo il controllo possibile con la propria autorità o autorevolezza ma anche con quello che garantisce la cittadinanza.
Anche in un altro studio si ipotizza che esercitare l'azione del perdono può facilitare il ritorno del senso di giustizia, anche se comunemente si ritiene l'opposto. Esercitare il perdono (però in questo caso si chiedeva agli studenti di immaginarsi come vittime di una situazione offensiva) oltre ad aumentare la percezione del senso di giustizia diminuiva l'esigenza della vendetta e dei sentimenti ostili.
A parte la non perfetta equivalenza tra immaginare e provare realmente, quello che interessa è il fatto che riprendere in mano il controllo della situazione fa aumentare il senso di giustizia. Da cui potrei dire che consegue che l'idea di giustizia è poter fare le cose, poter agire, avere sempre il controllo della situazione. E' per questo motivo che una cosa che mi è impedita di fare (come ad esempio commettere reati), siccome è impedita a tutti, non è sentita come un'ingiustizia. Nello studio citato sopra, il recupero del controllo riporta il senso di giustizia a livelli normali, dopo che era stato abbassato perchè a un atto di ingiustizia (un'offesa ricevuta) non si è potuto rispondere.
Le relazioni in una società complessa come quella degli umani portano alla formazione di un'idea di giustizia conformemente complessa. Seppure alla base riconosca gli influssi che agiscono anche in altre società di primati, nelle società umane si è stabilita l'esigenza di sottoporre a contratto una gran parte delle relazioni tra individui.
L'idea di giustizia si esercita in prima battuta nell'area di prossimità di un individuo. Qui vigono consuetudini che impediscono che gli altri possano agire nei nostri confronti in maniera differente dalla nostra nei loro. Per questo se qualcuno compie un'azione nei tuoi confronti che tu non puoi compiere nei suoi, si avverte l'ingiustizia. A salire, la percezione di ingiustizia è solo in parte mitigata dalla distanza. Ogni volta che si viene a contatto con un atto permesso a un altro ma non a te l'unico elemento che consente di non viverlo come un'ingiustizia è che l'altro non sia, in sè, capace di agire: in buona sostanza, che l'altro sia un'entità come uno Stato o un'istituzione. Infatti, solo chi è sottoposto come te allo stesso comportamento appaga il senso di giustizia: sia io che il pubblico ufficiale siamo soggetti allo stesso comportamento (le norme), anche se il pubblico ufficiale, impersonando lo Stato (che in sè non agisce) può agire verso di me in maniera non reciproca.
A questo scopo valgono anche le considerazioni fatte in Violazione e alienazione dei diritti universali.
Riferimenti bibliografici
Daniel Dennet, L'evoluzione della libertà, Raffaello Cortina Editore 2004
Frans de Waal, La scimmia che siamo, Garzanti 2006
de Waal, Frans B., The chimpanzee's sense of social regularity and its relation to the human sense of justice, American Behavioral Scientist, Vol 34(3), Jan-Feb 1991, 335-349. DOI 10.1177/0002764291034003005
Fischer, Ann R., Bolton Holz, Kenna, TESTING A MODEL OF WOMEN'S PERSONAL SENSE OF JUSTICE, CONTROL, WELL-BEING, AND DISTRESS IN THE CONTEXT OF SEXIST DISCRIMINATION, Psychology of Women Quarterly, 2010
http://dx.doi.org/10.1111/j.1471-6402.2010.01576.x
http://dx.doi.org/10.1111/j.1471-6402.2010.01576.x
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