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mercoledì 18 gennaio 2012

Privilegi di generale: le indennità speciali delle pensioni degli alti ufficiali

imagesource unita.it
Un articolo di oggi dell'Espresso svela un retroscena, uno dei tanti di quest'Italia divisa tra privilegiati e sacrificati. Riguarda i generali e alti ufficiali in pensione.
Una norma entrata in vigore durante la guerra fredda, quando generali e alti ufficiali andati in pensione dovevano essere pronti a rientrare in servizio per cause di forza maggiore.Ora, pur essendo venuto meno il pericolo derivante da una possibile escalation della guerra fredda tra i blocchi est e ovest,  la cosiddetta ausiliaria comunque rimane, un benefit di circa 600 euro al mese  erogato per 5 anni dopo essere andati in pensione, che costa allo Stato, secondo quanto riporta l'Espresso, 326 milioni all'anno nel 2011 e che si stima di 356 milioni nel 2012.
Un privilegio eliminabile per due ordini di motivi: primo, per  il più che probabile cessato motivo all'origine di questo trattamento e secondo,  per il periodo di sacrifici cosiddetti equi che non può riguardare sempre e soltanto l'impotente cittadinanza.
"E' un privilegio antico ma pervicace che non esiste in nessun altro ramo della pubblica amministrazione, neanche per la polizia", denuncia Luca Comellini, segretario del Partito per i diritti dei militari: "E' dal 2009 che insieme ai parlamentari radicali presentiamo emendamenti per eliminarla, ma tutti gli schieramenti politici hanno sempre preferito ignorarle. Finora, anche il governo Monti è su questa strada".
All'accesso al massimo del benefit si deve, sempre secondo l'Espresso, la diffusa tendenza alle promozioni poco prima di andare in pensione
Il colonnello - diventato generale in ausiliaria - si congeda con 40 anni di servizio effettivo e va in pensione con il sistema contributivo. Il suo ultimo stipendio, al netto degli straordinari, era di 3.120 euro. Per cinque anni entra in "ausiliaria" e riceve 595 euro di indennità (si tratta del minimo). Lievitando così a 3.715. 
Secondo questa infografica sempre dell'Espresso, abbiamo il più alto numero di generali (500)  "che non ha pari in nessun altro paese".

lunedì 19 dicembre 2011

Lazio: il consiglio regionale anzichè tagliarli estende i vitalizi

Di notte, momento della giornata più adatto per altre cose che queste, il Consiglio regionale del Lazio anzichè toglierli a chi già ce li ha estende i vitalizi anche a 14 assessori esterni.
Ne dà notizia il solito Sergio Rizzo sul Corriere. Alle due e un quarto di notte, ora più adatta ai ladri che alle decisioni ponderate ed equanimi
mentre la commissione Bilancio del Consiglio regionale del Lazio stava discutendo l' abolizione dei vitalizi decisa qualche settimana fa dall' assemblea delle Regioni italiane, è spuntato un emendamento furbetto del quale da tempo si vociferava nei corridoi.
Un colpo di coda che regala anche agli assessori della giunta regionale della Polverini il vitalizio come hanno gli onorevoli, alla faccia dei sacrifici degli italiani. Un vero colpo da maestro, prima dello switch off. Già era insopportabile che ne beneficiassero i parlamentari, poi era addirittura vergognoso che lo ricevessero pure i consiglieri regionali ora è addirittura mostruoso che anche un pugno di assessori privilegiati ne goda mentre il paese è in ginocchio. La classe politica che abbiamo è veramente schifosa. Non solo non pensano minimamente a fare sacrifici ma si aumentano pure i privilegi che già hanno.
Addirittura, due assessori della giunta Polverini avranno doppio vitalizio, in quanto assessori e parlamentari: Luciano Ciocchetti e Teodoro Buontempo, come riporta Rizzo,  insieme ad altri 21 laziali che godranno dello stesso vergognoso doppio privilegio
Giulio Maceratini, [...] (sei legislature) alla Camera e al Consiglio regionale del Lazio, [...]19 mila euro lordi al mese.[...] Francesco Storace, che ha sperimentato anch' egli per un annetto (finché nel 2010 non è stato rieletto in Regione e gli assegni gli sono stati sospesi) il brivido del doppio vitalizio da ex consigliere regionale e da ex senatore. Incassati entrambi a partire dal 2009, quando aveva appena compiuto 50 anni. Nessuno stupore. La Regione Lazio è quella in assoluto più generosa con i suoi ex consiglieri. Che finora potevano calcolare il vitalizio prendendo come base non soltanto l' indennità (l' 80% di quella dei parlamentari), ma anche la diaria (la diaria!). E lo incassavano, come dimostra il caso di Storace, anche raggiunti i 50 anni. L' ex governatore non è stato certamente l' unico ad approfittare di regole tanto assurdamente favorevoli. Qualche esempio? A quell' età hanno iniziato a percepire il vitalizio regionale anche il nipote di Giulio Andreotti, Luca Danese, e Alessandro Forlani, figlio dell' ex segretario democristiano Arnaldo Forlani. E prima di compiere 52 anni ha ritirato il suo primo assegno anche il predecessore di Renata Polverini, Piero Marrazzo: rientrato, dopo un' esperienza politica conclusasi in un modo da dimenticare, nel grembo di mamma Rai.
Di fronte a queste cose nemmeno l'indignazione basta più. E' giunto il momento della rivoluzione: nella cabina elettorale. Fate girare. 

sabato 17 dicembre 2011

Aumenti stipendi legati all'Istat: ai dipendenti della Presidenza del Consiglio i più alti

Ne parla il Corriere qui, e Repubblica qui: i dipendenti della Presidenza del Consiglio sono quelli che hanno avuto gli aumenti di stipendio legati all'Istat più alti di tutti: 15,2% tra 2009 e 2010. Tre volte quello della categoria seconda classificata, gli aeroportuali, con 5,2%.
E' quello che si ricava dall'Annuario statistico italiano 2011 dell'Istat. In particolare, queste informazioni relative agli stipendi si trovano alla voce Retribuzioni. Ecco la tabella tratta dal sito Istat. La parte evidenziata in giallo riguarda i dipendenti della Presidenza del Consiglio: il dato che interessa è la variazione percentuale tra 2009-2010, che per questi impiegati è del 15,2%, la più alta in assoluto, tre volte quella del secondo maggior aumento.



imagecredit istat.it




Altra benzina sul fuoco dell'antipolitica e sull'identificazione di una vera e propria casta di dipendenti pubblici privilegiati in contrapposizione a tutti i  dipendenti del settore privato e agli altri del settore pubblico?

mercoledì 23 novembre 2011

Al di là della solita retorica la politica qualcosa può fare subito: rinunciare ai privilegi

imagecredit qn.quotidiano.net
Mi sono veramente stancato di sentire i politici affermare che c'è bisogno di senso di responsabilità, di fare sacrifici, a cominciare da chi ha dato meno, e di ridurre i costi della politica. E' solo vuota retorica. Invece di starsene in vetrina a sproloquiare di responsabilità, equità e rigore, senza neanche aspettare che il neo Governo Monti cominci a carburare, se veramente sono tutti d'accordo, Lega esclusa, che serve unità d'intenti per uscire dalla crisi, c'è qualcosa che si può fare subito: ridurre i costi della politica di almeno un 50%, e rinunciare finalmente a qualcosa.

  • Rinunciare al 50% del proprio stipendio
  • Rinunciare al 50% del rimborso elettorale
  • Rinunciare al 50% delle pensioni o vitalizi che alcuni già percepiscono pur avendo altri due o tre lavori superpagati e altri percepiscono avendo lavorato solo un giorno
  • Rinunciare ai piccoli-grandi privilegi dei quali hanno goduto finora, auto blu, scorte, che sono ancora attive nei confronti di chi non è più parlamentare, agevolazioni sanitarie, e tutta la serie di sprechi (vedi il recente caso di due collaboratrici domestiche per alti ufficiali pagate come professionisti) e via dicendo
  • Tagliare tutte le sovvenzioni a Enti inutili che costituiscono solo riserva elettorale nonchè il finanziamento alla stampa, massimamente a quella di partito 
  • Ridurre drasticamente la corruzione che la Corte dei Conti giudica influire negativamente sul Pil per svariate decine di miliardi l'anno.
Ecco un brevissimo elenco di cose da fare subito, facendo fruttare quella tante volte sbandierata unità d'intenti, quel senso di responsabilità evocato come Cristo nel vangelo. Se ci sono davvero questo senso di responsabilità e questa unità d'intenti per fronteggiare questi drammatici momenti, che si trovi subito l'accordo e si facciano le cose sopra elencate, direttamente in Parlamento senza aspettare che cominci a muoversi il Governo.
Perchè se non lo si fa allora si capirà di quanta verità erano pieni quei proclami , e non varrebbe nemmeno addurre la giustificazione della demagogia, demone evocabile sempre al momento opportuno ma dannatamente fasullo in questi frangenti.
Cose da fare immediatamente. Rinunciare a una parte dei privilegi, degli sprechi e degli alti stipendi che la politica si è concessa è una cosa che si può fare immediatamente, basta averne la volontà ed essere d'accordo.
Il non farlo sarà la riprova del loro valore e del valore delle loro parole: se nemmeno con il rischio fallimento alle porte i politici capiscono che è il momento di dare loro qualcosa dopo aver tanto preso, allora è una classe politica da buttare in toto.

giovedì 8 settembre 2011

Manovra economica: alleggeriti i tagli alla politica

Di seguito presento un articolo (n. 13) del  testo sulla manovra economica 2011 composta dal disegno di legge presentato e quello approvato dal Senato, che sono leggermente differenti, stranamente  a favore dei politici (in blu il testo originario, in rosso le parti aggiunte e approvate dal Senato)

RIDUZIONE DEI COSTI DEGLI APPARATI ISTITUZIONALI
Art. 13.
(Trattamento economico dei parlamentari e dei membri degli altri organi costituzionali. Incompatibilità. Riduzione delle spese per i referendum)
        1. A decorrere dal mese successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto,
per gli anni 2011, 2012 e 2013,
  ai membri degli organi costituzionali 
fatta eccezione per il Presidente della Repubblica e i componenti della Corte costituzionale,
si applica, senza effetti a fini previdenziali, una riduzione delle retribuzioni o indennità di carica superiori a 90.000 Euro lordi annui previste alla data di entrata in vigore del presente decreto, in misura del 10 per cento per la parte eccedente i 90.000 euro e fino a 150.000 euro, nonché del 20 per cento per la parte eccedente 150.000 euro. A seguito della predetta riduzione il trattamento economico complessivo non può essere comunque inferiore a 90.000 euro lordi annui.
        2. In attesa della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari e della rideterminazione del trattamento economico omnicomprensivo annualmente corrisposto ai sensi dell’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111:
            a) l’indennità parlamentare è ridotta del 50 per cento per i parlamentari che svolgano qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15 per cento dell’indennità medesima. La riduzione si applica a decorrere dal mese successivo al deposito presso la Camera di appartenenza della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche di cui alla legge 5 luglio 1982, n. 441, dalla quale emerge il superamento del limite di cui al primo periodo;
           a) ai parlamentari che svolgono qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15 per cento dell’indennità parlamentare la riduzione dell’indennità di cui al comma 1 si applica in misura del 20 per cento per la parte eccedente i 90.000 euro e fino a 150.000 euro, in misura del 40 per cento per la parte eccedente i 150.000 euro. La riduzione si applica con le medesime decorrenza e durata di cui al comma 1

            b) le Camere, in conformità con quanto previsto dai rispettivi ordinamenti, individuano entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto le modalità più adeguate per correlare l’indennità parlamentare al tasso di partecipazione di ciascun parlamentare ai lavori delle Assemblee, delle Giunte e delle Commissioni.
        3. La carica di parlamentare è incompatibile con qualsiasi altra carica pubblica elettiva. Tale incompatibilità si applica a decorrere dalla prima legislatura successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto.
        3. Fermo restando quanto previsto dalla legge 20 luglio 2004, n. 215, e successive modificazioni, le cariche di deputato e di senatore, nonché le cariche di governo di cui all’articolo 1, comma 2, della citata legge n. 215 del 2004, sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi, alla data di indizione delle elezioni o della nomina, popolazione superiore a 5.000 abitanti, fermo restando quanto previsto dall’articolo 62 del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Le incompatibilità di cui al primo periodo si applicano a decorrere dalla data di indizione delle elezioni relative alla prima legislatura parlamentare successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto. A decorrere dalla data di indizione delle relative elezioni successive alla data di entrata in vigore del presente decreto, le incompatibilità di cui al primo periodo si applicano, altresì, alla carica di membro del Parlamento europeo spettante all’Italia, fermo restando quanto previsto dall’articolo 6, commi secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, della legge 24 gennaio 1979, n. 18, e successive modificazioni. Resta fermo in ogni caso il divieto di cumulo con ogni altro emolumento; fino al momento dell’esercizio dell’opzione, non spetta alcun trattamento per la carica sopraggiunta
        4. All’articolo 7 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, dopo il comma 2, è aggiunto il seguente:
        «2-bis. Nel caso in cui, nel medesimo anno, debba tenersi più di un referendum abrogativo, la convocazione degli elettori ai sensi dell’articolo 34 della legge 25 maggio 1970, n. 352, avviene per tutti i referendum abrogativi nella medesima data».


In pratica: 
  • la riduzione delle retribuzioni o indennità dei parlamentari non sono definitive ma temporanee, e riguardano solo gli anni dal 2011 al 2013 compresi, mentre nel disegno originario era un taglio permanente in quello approvato dal Senato diventa limitato;
  • vengono inserite le eccezioni, dal taglio delle retribuzioni, della Presidenza della Repubblica e della Corte Costituzionale;
  • l'indennità parlamentare per chi percepisce un altro stipendio pari o superiore al 15% dell'indennità stessa, invece di essere ridotta del 50% secco è ridotta in misura inferiore: del 20% per la parte eccedente 90 mila euro e del 40% per quella eccedente i 150 mila euro. Anche questa misura non è più permanente ma temporanea;
  • nel ddl iniziale la proposta prevedeva che la carica di parlamentare fosse incompatibile con qualsiasi altra carica elettiva; nel ddl approvato l'incompatibilità è applicabile solo a quelle altre cariche elettive aventi popolazione superiore a 5000 abitanti.



Fonti:
DDL presentato
DDL approvato 

lunedì 1 agosto 2011

I parlamentari italiani: i più pagati d'Europa. Un grafico

Interessante grafico pubblicato dalla voce.info sugli stipendi dei parlamentari a livello europeo. C'è una evidente correlazione tra Pil pro capite e stipendio dei parlamentari, a testimoniare un rapporto tra benessere dei cittadini e stipendi dei politici, ma solo se si guarda l'Europa. L'Italia, infatti, da questo punto di vista è una mosca bianca: presenta gli stipendi più alti per gli onorevoli, con un Pil che si colloca a metà strada tra i massimi e i minimi. Se l'Italia fosse come tutti gli altri paesi europei, lo stipendio dei parlamentari, rispetto al Pil pro capite, dovrebbe essere di circa 50 mila euro, invece tocca i 150 mila.

credit lavoce.info

martedì 26 luglio 2011

I privilegi della casta svelati da un deputato

Non si tratta del precario arrabbiato Spider Truman  ma di un protagonista della casta, un parlamentare. Si chiama Carlo Monai, è deputato dell'Idv, ed è l'unico che ha deciso 
di raccontare a "l'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. 
Sulla scorta di quello che sta succedendo nel nostro paese, esasperato dai sacrifici continui cui lo sottopone il governo, per rientrare dal mastodontico debito pubblico accumulato, monta la cosiddetta antipolitica, che se uno legge bene significa: contro questa politica.
E contro questa politica, adesso si scaglia anche uno dei suoi protagonisti. Non solo giornalisti, commentatori, analisti, opinione pubblica, bloggers ed ex dipendenti dunque, ma anche gli stessi politici.
Siamo arrivati a un punto che, ormai, l'enumerazione di tutti i privilegi della casta dei parlamentari mi dà  l'idea di qualcosa di morboso, come se non fosse più la sorpresa della scoperta originaria di un peccato inconfessabile ma il godimento malato di chi sprofonda ancora di più in una pratica masochistica.
Eppure ne parlo di nuovo anch'io e ne ho sempre parlato. Faccio un paragone con  quello che succede in quasi tutte le famiglie, quando c'è un periodo di carestia le rinunce più gravose spettano ai genitori, non ai figli. Esattamente il  contrario di quello che succedeva  e succede nel rapporto politici-cittadini: con i politici che non rinunciano a niente e i cittadini che devono rinunciare a tutto.
Ha ancora senso la lunga sequenza di privilegi, dispiegata quasi oscenamente ai nostri sensi increduli ma desiderosi di vedere e ascoltare, quasi che la conoscenza di tanta nuova ingiustizia fornisse nuova giustificazione al nostro disprezzo? 
Non è così che ho mai immaginato, o forse è meglio dire desiderato, la classe politica. Con certezza matematica, la vicinanza dei mondi economico e politico genera mostri, con corruzione e concussione a far da capofila.
photo aphaza
Una conseguenza di questo stato di cose è la formazione di una zona franca nella quale convivono inefficienza e spreco. Ancora maggiori dei privilegi della casta, i costi esuberanti e i ritardi nella consegna delle opere pubbliche, che hanno come conseguenza la caduta di fiducia nelle istituzioni, sono i veri e reali cancri della nostra vita politica e sociale. La corruzione che alligna in ogni settore pubblico, la distrazione di fondi, ben oltre il livello fisiologico, generano un sentimento di cinismo e disgusto del cittadino nei confronti di tutto ciò che è pubblico, finendo per autorizzare ogni deviazione nell'illegalità con inclusa autoassoluzione  dovuta alla constatazione che in alto non sono migliori di noi.
E dunque sia così, eccovi ancora un bagno nei privilegi (altrui), accompagnati da un testimone d'eccezione.
«Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera»
inizia Monai, chiarendo in questo modo la durata della settimana lavorativa del parlamentare. 

«Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?»

Cominciamo subito dalla busta paga, che è identica
a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica. 
A cui si devono aggiungere
altri 3.690 euro destinati ai portaborse [...] altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate [...] Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro [...] rimborso mensile per taxi da 1.007 a 1.331 euro al mese. 
E per quanto riguarda gli sconti dalla case automobilistiche
 «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing»
Idem per i viaggi
Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l'autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale. «Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l'onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».

Mi sa che questo Monai aveva voglia di rovinare il precario arrabbiato, che ora avrebbe tutto il diritto di essere doppiamente arrabbiato, vista la rottura di uova nel paniere da parte del nuovo rivelatore. Ma non è solo questione di scoprire altri privilegi, nuovi benefits, il problema è: a quando qualcuno che spazzerà via tutto questo per ricominciare dall'inizio? 
  

martedì 7 giugno 2011

Con l'auto blu a fare la spesa in una zona a traffico limitato

Al di là del caso specifico, delle  ragioni che hanno spinto a farlo, del fatto che è una cosa di poca importanza, senza conseguenze, c'è il pericolo che sia comunque lo specchio di come si intende il ruolo pubblico (tipo il pubblico ufficiale), cioè un modo per fare cose che i comuni mortali non possono fare? Non è, in piccolo, quello che fanno o vorrebbero fare i grandi pubblici ufficiali? Come per esempio licenziare qualcuno che dà fastidio. La cronaca di ciò che vedete: a Campo de' Fiori -Roma- un video amatoriale di un'auto blu che entra in zona a traffico limitato, a quanto dicono, per comprare degli affettati, forse  del prosciutto, ma insomma poco importa.
Resta valida la domanda: è giusto che alcuni (i dipendenti pubblici, di ogni ordine e grado) abbiano in ogni caso questi privilegi, che i cittadini normali non hanno?



lunedì 16 maggio 2011

La casta dei politici e il popolo bue



Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa 
se il narcotico è l'alcol o la morfina o l'idealismo.
Carl Gustav Jung




Brevi note come premessa a un altro pezzo (in preparazione) sull'ultimo libro di Mario Giordano Sanguisughe. Il libro è agile, si legge rapidamente, la curiosità poi accentua l'effetto e in più, quando si spara sui politici, su tutti i politici, senza preferenze per l'uno o per l'altro, si è sempre tutti d'accordo.
Dopo La casta di Stella e Rizzo, e tutte le altre caste, dei giornalisti, dei magistrati,  dei professori, dopo una serie fortunata di libri sui privilegi dei potenti, un altro volume su un altro dei tanti privilegi che la classe politica riserva a se stessa: le pensioni d'oro. Le cose che si leggono, e che in definitiva si conoscevano già, vanno dal grottesco all'assurdo, e chi legge, lo fa a rischio e pericolo delle sue secrezioni biliari. Dai baby pensionati alle pensioni d'oro, da chi percepisce una pensione con un giorno di lavoro a chi va in pensione un'ora prima di scrivere una legge, il paesaggio è vario ma il tema è uno solo: da una parte uno Stato Re  Mida, e tutti quelli che lo toccano si trasformano in oro, dall'altra, l'indistinta folla che alimenta quell'oro, i cittadini contribuenti.
Ma ne parlerò prossimamente, con tanto di cifre.
Quello che mi interessa approfondire adesso è la figura dell'uomo politico in sè.
Il magico effetto dello Stato  nei confronti degli alti dirigenti e degli uomini politici di trasformare ogni assunzione in oro non è a costo zero. Non proviene da qualche recondito pozzo di San Patrizio dal quale si può attingere indefinitamente. Quell'oro siamo noi che lo portiamo: prima lo produciamo, poi lo portiamo al signore, al feudatario,  il ricco obolo che si deve pagare per avere uno Stato e qualcuno che ti comandi.
Ho sempre pensato alla professione di politico in modo diverso. Ho anche cercato di spiegare qual è per me la differenza tra un politico e un amministratore: il primo, che ha alle spalle un partito, che poggia su un'ideologia (termine che ha acquisito un significato negativo dopo la grande crisi delle ideologie) basa il suo agire su ideali più che sulle buste paga (e sugli extra), il secondo, è un professionista del quale non interessa ciò che pensa del mondo ma solo quanto è capace di amministrare, è anche accettabile che guardi con interesse al suo compenso.

Una cosa notevole, che è giusto riconoscere agli uomini politici dell'era moderna, diciamo quelli dagli anni '50 in avanti (dopo che era passata la febbre idealista del dopoguerra) è che sono riusciti a distogliere l'attenzione dalle loro malefatte mettendo i cittadini-elettori uno contro l'altro. Hanno compreso che sulla base ideologica si possono condurre battaglie senza fine, si può fare gruppo additando il nemico dall'altra parte. A questo punto, il più era fatto. A chi vuoi che importava, dei sostenitori della classe politica al governo, se gli si faceva notare che la classe politica si arricchiva alle spalle dei cittadini e, del resto, quando quegli stessi sostenitori ribattevano che anche i politici dell'opposizione erano, in questo, simili a quelli al governo, erano forse creduti?
Certo che no. Anche adesso, la barriera dell'appartenenza politica impedisce di vedere le cose nella loro giusta ottica. E' colpa della natura. Quando siamo di fronte a un  pericolo non ci curiamo dei dettagli del paesaggio. Lo stesso accade ai sostenitori di una parte politica: quando qualcuno aggredisce la tua parte politica senti come se fossi attaccato tu stesso, e reagisci di conseguenza, in modo cieco, senza badare ai dettagli.

I dettagli sono questi: le sanguisughe politiche sono ubiquitarie, tanto a destra come a sinistra, passando per il centro. Tutto l'arco costituzionale ne è coinvolto. Poche le eccezioni: di fronte ai soldi, cadono tutte le convinzioni e ideologie, l'uomo politico si trasforma in un essere vorace, che agguanta tutto quello che trova a portata di mano.Con in più un fattore che il codice penale definisce aggravante: l'ipocrisia. Da una parte annunciano a gran voce che è ora di fare sacrifici, che tutti devono farli, dall'altra, loro, si guardano bene dal farli, come dimostra il libro di Giordano, e i tanti altri prima del suo.

Il popolo bue è questo: siamo noi. Il capo ci dice di seguirlo e noi lo seguiamo. Il capo dice: armiamoci e partiamo, ma partiamo solo noi, lui resta. Però il capo sa che noi siamo portati a lamentarci, che dobbiamo prendercela con qualcuno ogni tanto. Se si instaura la convinzione che il popolo sta da una parte e il capo dall'altra, il popolo finirà con il prendersela con il capo. Non sia mai: troviamogli un nemico, qualcuno con cui litigare e sfogarsi.
Così nascono le fazioni. Io scelgo i bianchi, un altro i neri. Nè io nè l'altro abbiamo nessun beneficio da questa nostra scelta e, del resto, la stessa scelta può essere fatta per tradizione, oppure per convinzione ideologica (solo di chi sta di qua, perchè di là dubito che ci credano). Eppure ci accaloriamo, difendiamo i nostri capi, ci scontriamo con gli alti sostenitori, in poche parole: ci scorniamo tra noi, e la classe politica prospera.

Il rapporto tra chi sta sopra e chi sta sotto non è molto diverso, oggi che c'è la democrazia, da quando c'era la monarchia o il signore del castello. Pochi pappano con quello che producono tanti che, per questo motivo, sono sempre lì lì per fare la fame. Se c'è carestia fanno la fame, se c'è abbondanza non sguazzano anche se non fanno propriamente la fame. Chi sta sopra, invece, carestia o abbondanza, ingrassa sempre.

E' un po' triste osservare come l'assaggio del potere possa cambiare un uomo. Mille leggi scritte non saranno in grado di costringere le persone ad agire correttamente. Forse solo la consapevolezza di essere -tutti i cittadini, intendo- dalla stessa parte, sulla stessa barca, potrebbe convincere ad adottare un comportamento etico, che significa agire con lealtà e giustizia, ben osservando che i privilegi si possono avere solo a danno degli altri. Senza un popolo che subisce non ci sarebbero privilegi per chicchessia. Il popolo vuole continuare a subire, perchè gli è stato detto che la causa dei suoi mali è l'altra parte di popolo. E così, ci si scorna tra cittadini. E tutti sono contenti. O forse no. Perchè, a volte, quando non sventola il drappo rosso davanti agli occhi, quando le persone sono in grado di osservare i dettagli, allora vedono, e imprecano.

I cittadini, il popolo bue, non sono in grado di fare fronte comune. La casta politica, al di là delle scaramucce per la platea, mantiene una inossidabile compattezza.
Un deputato dell'Italia dei valori, Antonio Borghesi, ha proposto nell'estate scorsa, l'abolizione di un privilegio per i parlamentari.
"Perchè i parlamentari possono andare in pensione con 5 anni di legislatura mentre tutti gli altri lavoratori, come minimo, devono versare 40 anni di contributi? Non è un'ingiustizia?"[1]
Mozione messa al voto in settembre 2010 e il risultato è stato:
  • Presenti 525
  • Votanti 520
  • Astenuti 5
  • Hanno votato no 498
La Camera respinge. E tanti saluti al mittente.
Cos'è che rende la classe politica così unita? Semplice, il comune interesse. E cosa ci dice questo delle persone? Che pensano solo ai soldi?
In fondo, diranno i più smaliziati, noi al posto loro, che faremmo? Già, che faremmo noi? Saremmo capaci  di resistere alle lusinghe del denaro? Riusciremmo a essere coerenti e a dire no alle ingiustizie?


Non esistono aforismi che tratteggiano in maniera positiva l'idealista. Uno dei meno negativi  è questo.

Un idealista è una persona che aiuta gli altri a prosperare
Henry Ford

M. Giordano, Sanguisughe, Mondadori 2011

sabato 13 novembre 2010

La supremazia dell'italiano.Come e perchè stiamo come stiamo: le pensioni

E come stiamo? Male.
E' sempre così sorprendente verificare che la possibilità di cambiare sta nelle nostre mani e invece non ne facciamo niente. La classe politica italiana viene definita da alcuni come lo specchio dell'italiano medio. Da qui la supremazia dell'italiano medio, cioè di quell'italiano talmente furbo da essere causa del proprio male.
Chi è ricco diventerà sempre più ricco e chi è povero diventerà sempre più povero. Non so se è un luogo comune ma certamente in qualche caso è un dato di fatto. L'occasione per parlarne me la dà questo libro di  David Perluigi (giornalista professionista, collaboratore dell'Espresso, del Fatto Quotidiano e di trasmissioni su La7), Fannulloni, dove non si parla, come dice il sottotitolo, solo dell'Italia che non lavora, ma anche dell'Italia dei privilegi e delle ingiustizie. Privilegi e ingiustizie che dovrebbero far fare fronte comune a tutti gli italiani che assistono impotenti ai primi e subiscono impotenti le seconde, e invece no, perchè noi siamo furbi e i migliori. Ma forse solo individualisti e stupidi.
Si dirà: ma perchè fai queste affermazioni? E allora ecco uno di questi perchè.

Tutte le pensioni minuto per minuto: mini, maxi, baby.

C'è una strana suddivisione demografica in Italia: i vecchi e i giovani. I vecchi stanno al potere, hanno alti stipendi, doppi o tripli incarichi (con relativi emolumenti) e per giunta prendono anche la pensione, lavorano e percepiscono la pensione allo stesso tempo, senza problemi di età. I secondi sono tutti quelli che mantengono i primi, definiti giovani anche se hanno 69 anni, perchè l'età per andare in pensione diventerà 70 anni. Da una parte vi sono i cittadini comuni, i "furbi", che devono lavorare una vita: un giovane che cominci a lavorare adesso ha la probabilità di andare in pensione nel 2060, dall'altra vi sono quelli che vanno in pensione con solo 15-20 anni di contributi, o i parlamentari, poverini, che ci vanno dopo "due anni e mezzo di legislatura o le doppie e triple pensioni, le pensioni superiori a 10.000 euro al mese, le pensioni cumulate con uno o più stipendi" [David Perluigi, Fannulloni, 2010, p. 29].
Salvatore Cannavò, nel giugno di quest'anno, ha preparato un'inchiesta per il Fatto Quotidiano intitolata Superpensioni e doppi redditi, eccone qualche stralcio (articolo qui, sul Megafono Quotidiano):

"Siano essi parlamentari, consulenti di ministeri, ministri o ex ministri, senatori a vita, tutti godono di importanti indennità rigorosamente pubbliche e a carico del bilancio generale. Contemporaneamente, percepiscono anche una pensione pubblica.
[...] la Legge 133/2008, la prima "manovra" economica di Tremonti - quella fatta "in 9 minuti" - ha abrogato, dal 2009, il divieto di cumulo, salvo alcune eccezioni, tra reddito di pensione e reddito di lavoro dipendente e autonomo. Così la somma di due redditi, in particolare se pubblici, è del tutto lecita. Peccato che quella stessa legge ha mantenuto le restrizioni per i titolari di pensione di invalidità e di reversibilità. In questi casi, infatti, permangono le restrizioni della riforma Dini, che impongono un taglio progressivo dell’assegno se gli altri redditi superano un determinato importo.
Per il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, il cumulo invece è possibile e la norma applicata dal governo Berlusconi ha avuto un valore significativo.
L'alto dirigente italiano, molto stimato in Patria e fuori, tanto da essersi visto assegnato l'incarico di presidente del Financial Stability Board, la commissione del Fondo monetario internazionale incaricata di garantire la stabilità finanziaria nel mondo, non può certo lamentarsi del compenso di cui gode per l'alto incarico che svolge. Eppure, accanto alla sua indennità d'oro, Mario Draghi incassa ogni mese una pensione lorda di 14.843 euro che diventa di 8.614,68 euro al netto delle ritenute. Fino al 2008, tra le ritenute c'era anche la trattenuta per cumulo tra pensione e reddito da lavoro, una condizione che al Governatore "costava" circa 4500 euro al mese.
Andiamo avanti con segnalazioni eccellenti. Il nemico giurato dei "fannulloni" pubblici, colui che vorrebbe "colpirne uno per educarne cento" e per il quale i dipendenti dell'amministrazione pubblica certo non stravedono fa parte di questa lista di privilegiati. Renato Brunetta, infatti, all'età di 60 anni si è messo in pensione come docente percependo una pensione che, paragonata a quelle precedenti, sembra modesta ma che comunque equivale a 3 mila euro netti al mese. Però Brunetta è parlamentare e ministro e a occhio e croce dovrebbe intascare circa 20 mila euro al mese che gli provengono sempre da denaro pubblico. Più la pensione. 
 Poi ci sono alcuni casi più che curiosi. Parliamo dei senatori della Repubblica, ma quelli veri, i "padri" della Patria, i senatori a vita. Citiamo solo due esempi, collocati su posizioni diverse: Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro. Il primo, ha una "pensioncina" di 3.440 euro netti che gode dal 1992. Contemporaneamente, oltre a essere stato praticamente tutto nella storia della Repubblica è anche senatore a vita. Insomma, ha una indennità vitalizia garantita e potrebbe certo fare a meno di quella pensione pagatagli dall'Inpdap. Stesso discorso per Scalfaro che, oltre a essere senatore a vita è stato anche Presidente della Repubblica e che usufruisce di un assegno mensile di 4.774 euro.

Uno studio dei Cobas-Inpdap - autori di un volumetto in cui sono state pubblicate queste cifre - stima in circa 25 mila i fruitori di pensioni cumulate ad altri redditi provenienti da consulenze, incarichi parlamentari e altro. «Se si applicasse ai personaggi riportati nel nostro elenco (oltre ai già citati ci sono anche Mario Baldassarri, Sergio D'Antoni, Publio Fiori, Giorgio Guazzaloca, Antonio Martino, Andrea Monorchio, Girolamo Sirchia e altri ancora ndr.) il divieto di cumulo - ci spiega Ettore Davoli, del Cobas Inpdap di Roma - in quanto percettori di altri redditi, che non sono certo redditi da fame, potremmo avere un risparmio di circa 193 mila euro mensili». Il risparmio complessivo potrebbe essere quindi molto alto, se non i 3 miliardi calcolati dal Cobas sicuramente una cifra compresa tra 1 e 2 miliardi di euro. Una piccola manovrina e una misura di equità."

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